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Ascanio Celestini a TPI: “Italiani di destra perché più ricchi dei migranti. Salvini è il testimonial di questa malattia”

L'artista, regista e scrittore ne ha anche per Conte e il Governo: "Sui migranti Pd e M5s sono in continuità con la Lega. E per il premier il teatro è solo l'alternativa alla pizza e all'aperitivo"

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 4 Ago. 2020 alle 19:26 Aggiornato il 4 Ago. 2020 alle 20:35
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Attore, regista, scrittore, ma anche personaggio da sempre impegnato per tenere viva la memoria e nella difesa dei diritti, Ascanio Celestini ha preso parte, pochi giorni fa, a un sit-in contro il rinnovo dei finanziamenti alla guardia costiera libica approvato dal Parlamento per ribadire, insieme alle Ong, che sulle politiche migratorie i governi “gialloverde” e “giallorosso” sono in perfetta continuità.

“Inevitabilmente c’è continuità tra un governo e l’altro – spiega Celestini a TPI – e oggi questa cosa è più evidente solo perché i partiti sono più cinici nella loro comunicazione, ma in realtà poco è cambiato negli ultimi venti o trent’anni. Noi tendiamo a pensare che la politica siano Di Maio, Zingaretti, Salvini, Casaleggio, Grillo e qualcun altro, ma c’è una zona grigia fatta di funzionari che sta lì a prescindere da chi governi e questa è una cosa che riguarda tutti i campi. In un comune, anche grande, a decidere l’offerta culturale non è l’assessore alla cultura, che al limite ne organizza il marketing: questo vale anche a livello geopolitico, basti vedere le roboanti dichiarazioni di Trump e la politica militare degli USA sempre uguale a se stessa e sempre decisa dal Pentagono che è una delle più grandi multinazionali del pianeta. Neanche il Papa in fondo decide la politica della Chiesa di Roma. Certo, il Papa e Trump sono dei personaggi importanti, ma a livello geopolitico contano meno del flusso di cui sono il punto di arrivo. E i migliori esponenti della politica sono quelli che meglio riescono ad interpretare il loro flusso: la forza di Salvini non è rappresentata da quanti milioni di italiani riesce a portarsi dietro, ma nella capacità di rappresentare quel qualcosa che già c’è a prescindere da lui”.

Una cosa che un tempo riusciva a fare molto bene la sinistra.

Una volta lo interpretavano le sinistre perché un pezzo di Occidente era completamente diverso. Il fatto che il Partito Comunista Italiano fosse il più grande dell’occidente dipendeva dal fatto che l’Italia era un Paese povero, antropologicamente di sinistra, perché i poveri possono essere di sinistra mentre i ricchi per esserlo devono fare un salto di qualità. Pier Paolo Pasolini si trovava molto meglio con i ragazzi delle borgate, con persone che non avevano fatto neanche le elementari, mentre non amava la cultura tremenda della classe media: “L’uomo medio è un mostro” fa dire a Orson Welles ne “La ricotta”. Un contadino povero poteva essere un interprete credibile della lotta di classe, lo era anche il presidente del cda di una multinazionale, ma dalla parte del padrone. Oggi l’italiano è di destra perché è ricco: anche chi non arriva alla fine del mese è molto più ricco rispetto a un immigrato che il mese neanche lo inizia, che non ha il problema di riuscire a pagare il mutuo perché non ha neanche una casa. Il problema dell’immigrato è che la sua casa brucia perché è fatta di legno e di plastica. E allora deve trovare i bandoni di ferro. E poi gli sparano se va a trovare quei bandoni in un sito requisito perché ci sono rifiuti tossici.

Eppure oggi, in Italia, le cosiddette élite sembrano le uniche ad essere rimaste di sinistra.

Lo sono per abbrivio, lo sono perché in Italia c’è stata una sinistra che ha avuto un’egemonia culturale. Conosciamo i quaderni dal carcere di Gramsci perché sono stati curati da un partigiano che si chiamava Valentino Gerratana, gli articoli della Costituzione sono stati scritti da personaggi del calibro di Piero Calamandrei. Quando i post-fascisti dicono che il cinema italiano negli anni ’50, ’60 e ’70 era in mano ai comunisti dicono il vero: quello che non dicono è che non esisteva un cinema di destra, che quel poco che c’era faceva solo intrattenimento. La sinistra italiana, oggi, è ancora legata per formazione a quella visione del mondo: al grande cinema neorealista, ai grandi scrittori degli anni ’50 e ’60, a qualcosa che è scomparso. Oggi, anche il modo di fare cinema è completamente diverso, basta pensare alla commedia all’italiana di Monicelli e alle commedie di Verdone, Troisi, Benigni e persino Nanni Moretti, che pur nella loro dignità hanno una scrittura e un linguaggio filmico completamente diversi.

Recentemente hai scritto un pezzo sul fatto Quotidiano mettendo in parallelo la vicenda di Giulio Regeni e quella di Patrick Zaki, criticando l’operato dell’ambasciatore al Cairo e la politica del Governo italiano che in Egitto ha grandi interessi economici. Pensi che l’Italia sia “ostaggio” dell’Egitto?

Io non ho gli strumenti per poter dire con certezza questo, è un po’ come per le teorie complottiste: c’è chi pensa che esistano le scie chimiche o che gli americani si siano buttati giù le torri gemelle da soli, magari perché ha visto un video su internet o perché lo ha detto qualcuno in televisione; recentemente ho parlato con uno che lavora in Alitalia e mi ha detto che lui crede che venga messo dell’additivo nei combustibili degli aerei per cambiare il clima, lo aveva sentito in tv; e lui lavora in Alitalia. In quell’articolo ho accennato agli interessi economici dell’Italia e al commercio delle armi, ma più che mettermi a fare ipotesi sulle cause preferisco guardare alle conseguenze. Come la conseguenza dell’11 settembre è stata un passare in secondo piano dell’opinione pubblica rispetto agli interventi militari USA in varie parti del mondo, così è molto evidente la debolezza dell’Italia nel far valere le sue ragioni rispetto a alle violazioni dei diritti umani in Egitto.

In Italia molte parole vengono stravolte nel significato: se arriva un barcone di disperati dall’altra parte del mare c’è chi li chiama “invasori”. Una frase ricorrente è “aiutiamoli a casa loro”. Abbiamo un problema con le parole?

Chi prima si vergognava di esprimersi in un certo modo oggi non si vergogna più. ‘Aiutiamoli a casa loro‘ non vuol dire nulla, perché prima cosa dovremmo capire qual è casa loro: dovremmo riempire il concetto con secoli di storia colonialista e con gli interessi economici che ancora abbiamo lì. L’Africa degli anni ’60 e ’70 non esiste più perché la guerra permanente è parte della gestione economica di quel continente. ‘Aiutiamoli a casa loro‘ è come dire aiutiamo gli ebrei ad Auschwitz: che vuol dire? Gli portiamo il caffè prima che muoiano? A me viene sempre in mente Shlomo Venezia che racconta di quando era deportato e lavorava nei sonderkommando, ovvero tra quegli internati che lavoravano all’eliminazione fisica delle persone. A un certo punto viene chiamato per nome: lui che era abituato ad essere chiamato con il numero che aveva tatuato sul braccio quasi non ci credeva. A riconoscerlo fu un suo parente che gli chiese: ‘Che fine faremo? Moriremo?’ e lui rispose: ‘Certo che moriremo‘. Le uniche cose che riuscì a ottenere furono un pezzo di pane da dare al suo caro prima che fosse mandato nella camera a gas e un gesto di affetto dei suoi compagni che gli fecero saltare il turno dell’estrazione dei corpi. ‘Aiutiamoli a casa loro’ vuol dire questo: noi teniamo il porto chiuso ma gli mandiamo le scarpe usate, le magliette usate e un po’ di riso. Questo è nazismo.

E pi ci sono le parole. Le parole dicono le cose, e il rapporto tra le parole e le cose è ciò che chiamiamo significato, ma col passare del tempo la stessa parola può significare cose diverse. Quando Piero Angela annunciò al telegiornale l’assassinio di Martin Luther King, disse ‘un negro americano è stato ucciso‘, oggi la parola ha un significato completamente diverso. Negli anni ’50, dire ‘attentato terroristico’ rispetto all’azione partigiana di via Rasella nel marzo del ’44, aveva in significato preciso: si intendeva un’azione volta a far capire ai tedeschi che c’era un’opposizione dura nei loro confronti, che la guerra stava continuando e che i fascisti erano una minoranza. Negli anni ’70 il ‘terrorista’ non era più il partigiano ma quello dei Nar o delle Br, se oggi chiedo a mio figlio di 14 anni a chi pensa quando legge ‘attentato terroristico’ mi risponde che pensa all’ISIS. Eppure è sempre la stessa parola.

L’utilizzo improprio delle parole c’è sempre stato: nei campi di sterminio gli internati venivano chiamati ‘pezzi‘, perché un milione di ‘pezzi‘ li puoi eliminare, un milione di esseri umani no. Gli Hutu che nel 1994 sterminano un milione di Tutsi in Ruanda, eliminano un milione di ‘scarafaggi‘, perché così li chiamavano. I termini ‘invasore‘ o ‘clandestino‘ servono a togliere umanità a quelle persone; finché sono lì, in mezzo al mare, non li vediamo come esseri umani. Salvini è il ‘testimonial’ di questo, ma è solo la punta dell’iceberg di una malattia diffusa. Fino a quando non incontro la persona in carne ed ossa per me non è una persona, è quello che qualcun altro mi racconta. Quando nel ‘500 i precursori degli antropologi andavano davanti al mare e chiedevano ai marinai cosa c’era dall’altra parte, gli veniva detto che c’erano i mostri a tre teste. Poi ci sono andati e hanno visto che nel mare c’erano solo i pesci e che dall’altra parte del mondo c’erano persone come noi. Funzionava così anche in trincea, durante la Prima Guerra Mondiale: fino a quando il generale ti diceva che dall’altra parte c’era il nemico, i militari sparavano. Poi i nemici iniziarono a incontrarsi nella terra di nessuno mentre raccoglievano i loro morti e familiarizzarono, addirittura giocavano a pallone. I generali non li mandarono più a raccogliere i morti perché dopo essersi riconosciuti come persone smettevano di combattere. E così i migranti: finché sono in mezzo al mare puoi far credere che siano qualsiasi cosa.

Se provi a farli ragionare ti dicono che arrivano qui con i vestiti firmati e i cellulari di ultima generazione.

Sì, ti dicono ‘hanno pure i telefonini’. In realtà la frase esatta sarebbe ‘hanno solo i telefonini’, perché quei telefonini –  che trovano a pochi dollari e sono quelli che noi buttiamo rigenerati – sono l’unico modo di restare in contatto con i loro cari. Le scarpe e i vestiti firmati? Se andiamo ora al mercato dell’Anagnina, a Roma, troviamo le Nike false a 10 euro e se non sono false sono rubate o addirittura usate. Invece di stare lì a vedere come vestono dovremmo interrogarci sul loro enorme sforzo di somigliare a noi, perché loro sono cresciuti con l’obiettivo di somigliare a noi. Quando erano piccoli e gli mandavamo le nostre magliette usate le organizzazioni gli dicevano di correre dietro ai camion degli aiuti e sorridere. E noi abbiamo queste immagini di bambini africani che corrono e sorridono. Da sempre gli mandiamo le nostre magliette usate, ora che arrivano è un po’ come se ci riportassero quelle magliette. Loro vogliono somigliare a noi, ma quante parole conosciamo noi della loro lingua e quante loro della nostra? Forse loro dovrebbero perdere un po’ meno della loro cultura e noi imparare a conoscerli un po’ di più.

Parliamo anche del tuo lavoro. Le norme anticontagio stanno mettendo a dura prova il mondo dello spettacolo, il cinema, il teatro: però riaprono discoteche, pub e le spiagge sono affollate. Cosa pensi di queste decisioni?

Il Governo ha dato 600 euro esentasse per tre mesi di seguito a tutti gli operatori del settore, per ottenerli bisognava aver lavorato almeno 7 giorni durante l’anno precedente, invece che 30 giorni come era stato ipotizzato in un primo momento. Quindi il sussidio è arrivato anche a chi ha palesemente lavorato in nero, perché 7 giorni con una paga a minimo sindacale è meno di 500 euro l’anno e nessuno lavora per meno di 500 euro l’anno. Tra gli artisti, inoltre, c’è chi si può permettere di non lavorare per un periodo perché ricco di famiglia, o di lavorare senza diaria, io sono contento per loro. Mi chiedo però se non sarebbe stato meglio investire quelle risorse per aiutare i teatri a riaprire nel rispetto delle norme anti-Covid, magari compensando le perdite dei posti non utilizzabili per il distanziamento sociale. Non c’è stata un minimo di strategia a fronte di annunci stellari come “il Netflix della cultura”, quando approfittando dell’estate si sarebbero potute fare le stesse cose, con gli stessi soldi, magari in spazi più grandi. Lo faremo a ottobre a Roma, all’Auditorium, esibendoci nella Cavea con lo stesso numero di posti previsti all’interno ma più distanziati. Il problema è che purtroppo quello che ha detto Giuseppe Conte è quello che in realtà pensano le istituzioni del nostro Paese: noi siamo l’alternativa alla pizza e all’aperitivo.

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