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“Silvia mandata in Africa allo sbaraglio”. La famiglia Romano chiede indagini sulla Ong

Di Anna Ditta
Pubblicato il 12 Mag. 2020 alle 07:54 Aggiornato il 12 Mag. 2020 alle 09:40
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Immagine di copertina

“Silvia mandata in Africa allo sbaraglio”. La famiglia Romano chiede indagini sulla Ong

All’indomani del rientro a casa di Silvia Romano, c’è una pagina amara che torna a riaffacciarsi, ed è quella delle responsabilità del rapimento della cooperante italiana. Ci sono i sequestratori, certo, ma secondo la famiglia Romano ci sono anche le colpe dell’ong Africa Milele, per cui la 25enne lavorava, che l’ha lasciata sola e senza protezione nel villaggio di Chakama, dove è stato fin troppo semplice per la banda keniota rapirla. “Mi hanno mandata allo sbaraglio”, ha raccontato Silvia Romano agli inquirenti dopo il suo ritorno in Italia. Era l’unica bianca nel villaggio, senza scorta né collaboratori. Un bersaglio fin troppo facile. Già da tempo i Romano avevano rotto i rapporti con la onlus di Fano, guidata da Lilian Sora, ma ora chiedono che sia accertato se Africa Milele ha fatto tutto il possibile per evitare che la figlia fosse sequestrata, come rivela il Corriere della Sera.

“Inizialmente, quando lei è stata nel mio orfanotrofio e mi ha detto che voleva andare in questa associazione (Africa Milele) le ho spiegato che andare nell’altro villaggio era una cosa completamente diversa”, ha detto a TPI Davide Ciarrapica, fondatore della Onlus Orphan’s Dream, con cui Silvia Romano aveva fatto una precedente esperienza di un mese di volontariato in Kenya, poco dopo il rapimento. “‘Qui sei in un orfanotrofio, hai l’elettricità, c’è la sicurezza, là sei in mezzo alla foresta, al niente’. Ma lei è andata ugualmente. Inizialmente le cose sono andate bene, è rimasta circa un mese”.

“Lo so, ci hanno buttato addosso tanto fango ma la protagonista ora è Silvia e risponderà lei, sono sicura”, è la replica di Sora, 42 anni, intervistata da Repubblica. “Per tramite dei volontari mi sono arrivate parole carine, da parte di Silvia”, assicura. “Dovremo assolutamente parlare, in questo anno e mezzo anche io mi sono avvicinata all’Islam”. E sul rapporto con i genitori di Silvia dice: “Suo papà non l’ho mai conosciuto, sono separati e io parlavo con la mamma, che non sapeva neppure dove si trovasse esattamente sua figlia in Kenya. Non avevamo i numeri l’una dell’altra, evidentemente Silvia non lo riteneva necessario… strano no? Se stavo zitta per rispettare il loro dolore dicevano che me ne infischiavo, se parlavo di Silvia mi dicevano di rispettare il silenzio per le indagini”. La sicurezza, assicura la presidentessa della onlus, a Chakama era assicurata grazie a un guardiano masai. “Certo che so chi ha tradito Silvia”, dice, “Ma l’ho detto a familiari e inquirenti e basta. Ho fatto le mie indagini, non per cercare di liberare Silvia ma per capire cosa fosse successo. E penso di averlo scoperto”.

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