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Gli infermieri fanno sciopero, Nursing Up a TPI: “Non siamo eroi, ma pretendiamo rispetto dalla politica”

Il presidente del sindacato Nursing Up Antonio De Palma spiega a TPI le ragioni dello sciopero indetto nel pieno della pandemia: "Non vogliamo abbandonare i pazienti, ma la politica deve ascoltarci. Oggi per un infermiere di Roma è più facile andare a lavorare in Germania che a Milano. In Europa siamo i più bravi e quelli pagati di meno"

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 2 Nov. 2020 alle 19:09 Aggiornato il 3 Nov. 2020 alle 10:56
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Immagine di copertina
Un'immagine della manifestazione dello scorso 15 ottobre al Circo Massimo, che tuttavia non ha sortito la reazione desiderata (foto: Nursing Up Facebook)

Ventiquattro ore di sciopero, a partire dalle 7 del mattino del 2 novembre: così Nursing Up, il sindacato degli infermieri più rappresentativo a livello nazionale, ha deciso di esprimere la propria protesta, in un momento di grande difficoltà per il Paese dal punto di vista sanitario.

Le ragioni di questa scelta vengono spiegate a TPI dal presidente Antonio De Palma, che si dice allibito per la mancanza di attenzione da parte della politica e non esclude ulteriori forme di protesta contro i numerosi paradossi che la sua categoria si trova ad affrontare.

Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing Up

Presidente De Palma, qual è stato il grado di adesione allo sciopero?
I nostri hanno aderito in massa, anche se ovviamente abbiamo garantito i livelli minimi di servizio costituzionalmente tutelati. Proprio perché siamo infermieri, non potevamo abbandonare i pazienti in un momento delicato come questo, ma avevamo la forte esigenza di dare un messaggio forte alla politica. Non siamo più disposti a transigere di fronte a esigenze ormai acclarate. Abbiamo lavorato per otto mesi “con la cenere in testa”, come amo dire io, senza chiedere nulla. Eppure Governo e Regioni hanno dimostrato una grave mancanza di rispetto nei nostri confronti, ignorando le istanze che da tempo rivolgiamo loro.

Quali sono nello specifico le vostre richieste?
Chiediamo un’integrazione dello stipendio: un’indennità che sia fissa e ricorrente, di almeno 500 euro mensili, così da allinearci ai livelli più bassi dei colleghi europei. Il nostro stipendio medio infatti è di 1.410 euro, a fronte di una media europea che va dai 2.500 ai 3.000 euro. Questo anche perché noi siamo più bravi degli altri. Non siamo noi a dirlo, ma è il tipo di qualificazione e formazione che viene fatta in Italia, che è molto superiore a quella degli altri Paesi europei. Noi siamo dottori in infermieristica, anche magistrali, e ci sono colleghi che hanno anche il dottorato di ricerca. Questa formazione di eccellenza deve essere valorizzata: lo prevede la Costituzione, ma anche il senso di coerenza. Prendiamo gli stessi stipendi di trent’anni fa, anche se nel frattempo è cambiato il percorso formativo. Nemmeno le responsabilità delle quali ci facciamo carico sono paragonabili a quelle di un tempo: andiamo tutti i giorni in Tribunale in funzione della nostra responsabilità professionale.

Come si spiega la differenza con il resto d’Europa?
Sa qual è il paradosso? Che gli ospedali pubblici di Germania, Inghilterra, Lussemburgo, Belgio e Olanda vengono in Italia per fare incetta dei nostri infermieri! In un certo periodo storico, persino noi, come sindacato, siamo stati costretti a fare accordi con agenzie interinali straniere per accompagnare i nostri colleghi fuori confine. Ma è gravissimo che questo accada ancora oggi! Il mese scorso un’agenzia interinale tedesca è venuta in Italia e in un colpo solo si è portata via 35 infermieri, che sono andati negli ospedali pubblici in Germania. Proprio perché siamo il top della formazione e della professionalità, tutti vogliono gli infermieri italiani. Si rende conto dell’assurdità della cosa? Perché l’Italia ci fa scappare?

Me lo spiega lei?
Beh, in Italia si fanno proclami nei quali si annunciano decine di migliaia di assunzioni, quando poi in realtà si tratta di assunzioni a tempo determinato e talvolta senza nemmeno il contratto da dipendente, ma a Partita IVA, quindi senza varie tutele. Lei pensi a un infermiere che viene chiamato da un’Azienda Sanitaria a lavorare per tre/quattro mesi, magari in un reparto Covid-19: lei ci andrebbe, a queste condizioni, a mettere a repentaglio la sua vita, sapendo che poi magari le daranno il benservito e la rimanderanno a casa? Tutto questo grida vendetta, al punto che gli infermieri stanno disertando i bandi pubblici. Cito ad esempio il caso di Cremona (ma ce ne sono tanti altri): è stato fatto un bando per 10 posti, ma gli infermieri non si sono presentati. Ora il bando è stato rifatto e, se mai qualcuno si presenterà, saranno davvero in pochi, perché noi non accettiamo più di essere trattati in questa maniera.

C’è anche un problema di carenza di infermieri: è dovuto solo al Covid-19 o c’era già prima?
La carenza è strutturale. Siamo partiti a febbraio 2020 con una carenza di 53.000 infermieri e, con i pensionamenti nel frattempo maturati, siamo arrivati ad ottobre a quota 70.000. Per compensare questa mancanza si è cercato di reclutare infermieri sul territorio, ma, come dicevo, ciò è avvenuto in prevalenza attraverso il precariato.

Quanti sono gli infermieri arruolati, seppure da precari?

Il Governo parla di 15.000/16.000 infermieri. Noi non li abbiamo visti e anzi saremmo curiosi di sapere dove sono, se è vero che ci sono ancora Aziende Sanitarie che praticamente ogni giorno si rivolgono ad agenzie interinali, perché loro non riescono a trovare infermieri. Il Piemonte, ad esempio, li recluta quasi esclusivamente attraverso queste agenzie. E poi, ribadisco, le assunzioni per noi sono sono quelle a tempo determinato, che passano dal concorso, come per qualunque altro dipendente della Pubblica Amministrazione. Un iter che peraltro bisognerebbe snellire. E, in tutto questo, si sta creando una specie di lotta tra Regioni.

Di cosa si tratta?
Ad esempio, l’Emilia Romagna fa avvisi per il reclutamento di infermieri per tre anni meno un giorno, perché altrimenti scatta l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato previsto dalle normative europee. In Piemonte, invece, alcuni colleghi hanno avuto incarichi di sei mesi. Ovviamente, tra due proposte del genere un professionista accetta quella più lunga, ma così si lascia scoperto uno dei due territori, perché la coperta è corta.

Questo vale anche per i Covid Hospital aperti nel corso dell’emergenza, che attingono al personale di altre strutture?
Quegli ospedali funzionano attraverso il supporto da parte di altri ospedali, ma per coprire quei reparti si scoprono i presidi nel resto del territorio. E questo si collega a un altro problema molto grave: dallo scorso marzo gli ospedali sono stati costretti a interrompere le loro prestazioni ordinarie, ma quanta gente è stata costretta a rinviare un intervento programmato? Quello che allora era un intervento di routine, otto mesi dopo diventa urgente. Quanti pazienti non hanno potuto curarsi in maniera ordinaria e poi si sono trovati con una malattia galoppante? Se continuiamo a rinviare screening tumorali e le campagne per la prevenzione del tumore al colon e del retto, facciamo saltare il sistema.

Quali sono, da questo punto di vista, le Regioni che stanno meglio e quelle che stanno peggio?
È arduo fare distinzioni: le Regioni sono tutte in una pessima situazione. In Campania ci sono Aziende Sanitarie, come ad esempio la Napoli 1, che un tempo era tra le più grandi d’Italia e aveva 13.200 dipendenti, mentre oggi ne ha circa 7.200: come è possibile fare funzionare i servizi, con un decremento di personale di questa portata? La Campania è una Regione sottoposta a piani di rientro, che quindi ha subito tagli molto forti, ma questo ha portato a un rapporto infermiere/pazienti di 1/17, mentre secondo i parametri OCSE dovrebbe essere di 1/6, per ridurre il rischio di mortalità. La media italiana è di 1/11. In Piemonte mancano circa 4.000 infermieri e in Lombardia circa 4.700, ma quantificati sull’esigenza ordinaria e strutturale, ovvero senza tenere conto del Covid-19. Fanno parte di quei 70.000 che servirebbero a livello nazionale, di cui parlavo prima. Tenendo conto che nei reparti ad elevata intensità ogni due pazienti Covid-19 ci vogliono tre infermieri e un anestesista, bisognerebbe aggiungere ulteriori infermieri, tra i 10.000 e i 20.000, per far fronte alla contingenza.

Ma questa carenza si è venuta a determinare nel corso di vari anni: come si può pensare di risolverla ora, che siamo in fase emergenziale?
Facciamo un esempio. L’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma ha bandito un concorso per circa 250 infermieri, a cui si sono presentati 7.000 candidati e la graduatoria è stata scalata fino a 4.000. Questo significa che ci sono circa 3.000 infermieri considerati idonei ancora disponibili, ma nell’Italia delle Regioni non è possibile che queste persone siano chiamate a lavorare altrove, dove ce n’è bisogno! Perché le Aziende Sanitarie della Lombardia, per fare un esempio, non possono chiamare gli infermieri disponibili attingendo alle graduatorie del Lazio? Questo poteva essere uno strumento, ma col fatto che i sistemi sanitari e i relativi concorsi sono regionali la cosa non è possibile! Questo è paradossale, perché un infermiere che è idoneo a Roma dovrebbe poter lavorare in tutta Italia! Aprendo i “confini” tra le Regioni, sarebbe stato possibile anche risolvere il problema rappresentato dal fatto che le assunzioni a tempo indeterminato sono possibili solo tramite concorso. E’ una cosa che stiamo suggerendo da tempo, perchè la Sanità è unica e nazionale.

Scusi, quindi lei mi sta dicendo che per un infermiere di Roma è più semplice andare a lavorare in Germania che a Milano?
È proprio così: un infermiere di Roma, se vuole, va subito a lavorare in Germania o nelle strutture private, anziché andare a lavorare a Milano! Se ha fatto il concorso a Roma, è nella graduatoria del Lazio, ma se vuole andare a Milano deve fare un concorso anche lì, con tutto il tempo che ciò richiede. Ma intanto il Covid circola.

Che riscontro avete ricevuto dalle istituzioni?
Le istituzioni sono sorde. Siamo senza parole e allibiti di fronte all’irresponsabilità di portare gli infermieri allo stremo, in un momento come questo, costringendoci allo sciopero in piena pandemia. Ci sarebbe bisogno del massimo apporto da parte nostra, ma le istituzioni tacciono, anche dopo lo sciopero dello scorso 15 ottobre al Circo Massimo, con migliaia di partecipanti. Si comportano come se fossimo fantasmi, ma noi siamo professionisti che si mettono a disposizione della gente. Fortunatamente la gente è dalla nostra parte e all’ultima manifestazione c’erano con noi anche altre associazioni per supportarci. Se continueranno a fare orecchie da mercante, non è detto che noi non si vada avanti, anche pensando ad azioni di sciopero più determinate. 18.000 infermieri infetti è un numero che chiede giustizia, così come i 44 colleghi che hanno perso la vita. Ogni giorno rischiamo la pelle negli ospedali e non ci sentiamo considerati, cosa che invece ci sentiamo di pretendere a testa alta. Finora abbiamo lavorato tenendola bassa, senza chiedere nulla. Consideri anche che tanti di noi sono costretti a ricorrere a cure psichiatriche, per via dei momenti terribili che hanno dovuto affrontare.

Ci può fare un esempio?
C’è una collega di Milano che in occasione della manifestazione ci ha raccontato di aver accompagnato alla morte fino a venti persone in un giorno solo. E la morte da Covid-19 è tremenda, perché il paziente è solo con l’infermiere, senza il conforto dei propri cari, con il fiato che gli manca progressivamente fino a soffocare e cerca di aggrapparsi alle mani dell’infermiere come all’ultimo istante di vita. Queste cose sono dilanianti, anche per gli infermieri più esperti. Non puoi far altro che guardarli mentre esalano l’ultimo respiro. Ma come si fa a mancare di rispetto a una categoria come la nostra, che è andata sul fronte senza nemmeno avere gli strumenti? Abbiamo lavorato senza tute e mascherine, arrangiandoci con buste e filtri di fortuna. Eppure, ai sensi di legge, avremmo potuto tirarci indietro, perché il pericolo di vita ci avrebbe esentato dal nostro dovere. Ma il valore etico e morale della nostra professione è più alto. Non vogliamo essere trattati da eroi, ma nemmeno essere messi in un angolo: siamo professionisti e vogliamo essere trattati come tali.

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