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Roma svuotata dal Covid era già deserta

Immagine di copertina
Credit: Matteo Marchetti

Roma svuotata dal Covid era già deserta

Roma, giovedì 14 maggio: dopo due mesi e quattro giorni si è concluso il mio personale lockdown domestico, e mi sono concesso la prima uscita “non necessaria” dall’inizio di marzo. Sono andato in centro per comprare dei filetti di baccalà fritti. Anzi, “i” filetti di baccalà fritti, quelli del “Filettaro” di Santa Barbara, una vera istituzione; da asporto, ma ci si accontenta. In tenuta pienamente rispettosa dei vari Dpcm, mascherina e tutto, prendo il motorino e mi avvio verso via dei Giubbonari.

All’arrivo, paesaggio lunare: i negozi della strada sono tutti chiusi, e le porte della scuola “Trento e Trieste” sono sbarrate tanto quanto quelle della fu sezione del Pci «Regola-Campitelli “Guido Rattoppatore”» (anche se le prime da meno di tre mesi, le seconde ormai da oltre tre anni). Ciononostante, la passeggiata è piacevole, perché la bellezza quasi oltraggiosa di questa primavera romana in isolamento prosegue.

Abbandonandosi alla gravità, da lì si arriva naturalmente a Campo de’ Fiori: un po’ è la strada, un po’ la memoria muscolare delle serate da liceale, lo struscio che dalle fermate dei vari autobus a largo Argentina portava appunto «a Campo», Paese dei balocchi fatto di shottini a un euro e pub crawl, panini delle due di notte e birre corrette all’assenzio, vera livella sociale per gioventù dai quattro angoli del mondo (e della città) unita in un alcolismo adolescenziale che oggi non incoraggerei ma che non mi sento nemmeno pronto a rinnegare.

Anche qui, riadattando Tacito alle moderne esigenze, dove fanno il deserto lo chiamano divieto di assembramento: è tutto chiuso. Sono le otto di sera, e in una serata normale a riempire la piazza ci sarebbero i rumori tipici di un aperitivo lungo. Musica sparata fuori dai locali “che attira”, buttadentro che offrono improbabili menu turistici, venditori di paccottiglie assortite, porgitori di rose. Probabilmente, in una serata “normale”, qualcuno avrebbe già cominciato a vomitare in uno dei vicoli adiacenti, o sulla piazza. Sempre in una serata “normale”, di lì a un paio d’ore sarebbe cominciata la caciara, fino a notte inoltrata.

Ma questa non è una serata “normale”, è giovedì 14 maggio 2020 e in giro non c’è nessuno, o quasi. Pare che in tutto il Mediterraneo, dalla Romagna al Bosforo, con la riduzione del traffico navale e della pesca siano tornati i delfini. A Campo de Fiori sono tornati i bambini. Con i monopattini e i palloni, sorvegliati da genitori che chiacchierano a distanza di sicurezza; tenendo a mente la situazione, ma godendosi la meraviglia di un Campo non più di fiori ma – per qualche tempo ancora – da calcio. Il che è una mezza rivoluzione, per una piazza dove “pallone” di solito significava preludio a rissoni omerici. E perché quella piazza, per le (ormai poche) famiglie residenti, di sera non esiste, nelle serate “normali”.

ROMA SENZA ROMANI

Lo “zoning” silenzioso che ha concentrato via via la vita notturna intorno ad alcuni poli (prevalentemente tra il centro e Trastevere), uniti alla pressione del turismo, ha svuotato la città storica. Il censimento del 1951 registrava nei 22 rioni 430mila abitanti, che alla fine del 2018 si sono ridotti a 121mila; la zona urbanistica “Centro Storico”, una porzione ormai minima di città rispetto alla sua reale, smisurata estensione, conta appena 24mila residenti, calati del 33% nei cinque anni tra il 2013 e il 2018 (a Trastevere le cose sono andate ancora peggio: – 39%). Mentre i tassi di crescita più alti si registravano, nello stesso periodo, a Lunghezza, Mezzocammino, Ponte Galeria, Santa Maria della Pietà (tabella 7 qui); aumenti tra il 35 e il 65% anche per comuni dell’hinterland come Fiumicino, Ardea, Fiano Romano, Anzio.

Rispetto al 1951, la quota di romani residenti in centro rispetto al totale è passata dal 26 al 4%. In parte, si può spiegare con il cambiamento delle tipologie abitative: la densità, nel 1951, era 280 abitanti per ettaro. Un’altra spiegazione è rappresentata dall’aumento di funzioni direzionali, uffici e sedi di aziende. Soprattutto, però, gli anni dal 2000 a oggi hanno visto un aumento esponenziale di alloggi destinati a funzioni turistiche, nel centro storico come in quella che gli urbanisti definiscono «città consolidata»: in soli quattro anni, dal 2015 al 2019, le «strutture turistiche complementari» a Roma sono aumentate quasi del 50%, passando da 8600 a oltre 12.500. E poi, negli ultimi anni, c’è la crescita prepotente del fenomeno Airbnb: 25mila annunci nel 2016, 31.733 nel 2019 (di cui oltre 20mila in appartamenti interi), 116mila posti letto totali. Nel centro storico, c’è un posto letto Airbnb ogni due residenti, come ricostruito dal sito Mapparoma, autore di alcune tra le più accurate analisi sulla città.

Tutto questo, unito alla crescente e ormai totale liberalizzazione delle licenze commerciali e anche al cambiamento nelle abitudini di consumo (shopping online, centri commerciali lungo il Gra), ha portato a un fenomeno di trasformazione urbana molto pesante: gli esercizi di prossimità per i residenti hanno lasciato – un po’ ovunque, ma soprattutto in centro – il posto a servizi per “city users”. E infatti, in questi giorni di lockdown, nessuna zona della città è sembrata più spettrale del centro storico, da nessuna parte il calo di fatturato – anche per le strutture rimaste aperte – è stato superiore.

IL PETROLIO DELL’ITALIA?

Le presenze turistiche hanno superato quota 46 milioni, prima della crisi Covid. A questi, secondo un rapporto di Sociometrica per l’Ente bilaterale del turismo del Lazio, vanno aggiunte 13 milioni di “presenze fantasma”; un’analisi condotta da Tim su un campione di sim card nel maggio 2018 calcolava una pressione su Roma di un milione di turisti al giorno, contro 2.800.000 residenti. Cui sommare 400mila pendolari e altri visitatori, portando il totale di “passaggi” urbani oltre i 4,5 milioni di persone al giorno.

Che vivono per la maggior parte in quartieri anche molto lontani dal centro, il che comporta una serie di altri grossi problemi per la città: il Comune deve garantire servizi su distanze lineari insensate, se rapportate alla densità; gli abitanti finiscono per ricorrere alla mobilità privata come in nessun’altra grande città europea. E questo ha a che fare con una serie di tare storiche, come la pianificazione inesistente (o realizzata e poi largamente disattesa, come nel caso dello Sdo), o un’edilizia da sempre basata su uno sviluppo orizzontale e mai verticale, o ancora l’incapacità di stabilire centri direzionali diversi dal centro, dove convogliare le funzioni.

Nei discorsi di chi guida la città e il governo, il turismo ha sempre un ruolo importante: fattore di riqualificazione (sia di singole zone, sia di intere città, come nel caso di Taranto), volano di investimenti. L’idea alla base è che i soldi provenienti dal turismo, per un Paese come l’Italia, siano “soldi gratis”, che ci guadagnino tutti e che nessuno ci possa rimettere. In realtà, il turismo di massa è un’industria, e come tutte le industrie ha delle ricadute ambientali abbastanza importanti. Non solo le destinazioni d’uso dei locali commerciali, ma perfino i loro arredi risentono ormai sempre più di un gusto unico «globalizzato», adatto cioè alle abitudini di una classe di viaggiatori che visitando Roma cercano – e in misura sempre maggiore ottengono – esperienze abbastanza simili a quelle di tutte le altre grandi città europee.

roma sparita
Credit: Matteo Marchetti

Il sightseeing è uguale ovunque, cambiano solo i markers (i luoghi “obbligatori” da visitare: per Roma, sostanzialmente, il Pantheon, il Colosseo, piazza Navona e San Pietro); ogni città ha la sua zona movida, il suo quartiere più bohèmien, il suo distretto dello shopping (spesso peraltro i negozi coincidono). La vita urbana viene così cristallizzata in alcuni standard, lasciando il posto a una quinta scenica su cui può svolgersi la vacanza del viaggiatore di turno, consumando così quello che Marco D’Eramo ha efficacemente definito «urbanicidio».

La Roma (la Firenze, la Venezia, la Parigi, la Barcellona, la Londra, la Rodi eccetera) che trovano i turisti è quella che gli operatori pensano si avvicini il più possibile all’idea che i turisti stessi ne hanno. Una cristallizzazione che è contemporaneamente fattore di tutela per il centro, ma che lo rende sostanzialmente off limits per i residenti, che infatti lo abbandonano. Intaccando sempre più interattività per lo stesso turismo. Il paradosso è infatti che mentre si sviluppa sempre di più l’idea di un turismo in luoghi “autentici” (aggettivo ricorrente in buona parte delle guide), l’aumento del numero di visitatori finisce per allontanare proprio gli abitanti che potrebbero rendere autentica l’esperienza del viaggio. «Autentico» finisce quindi per essere un idealtipo urbano, risalente a un momento immaginario della storia cittadina da collocare tra gli anni Cinquanta e Settanta; nel centro di Roma (salvo pochissime, eroiche eccezioni), «autentico» significa «attentamente costruito».

E il gioco sembra non pagare più come un tempo: all’aumento delle presenze, infatti, non si è accompagnato un aumento apprezzabile del valore aggiunto creato dal settore; una situazione che affligge la città da sempre, ma che porta il turismo attuale (che “sequestra” le zone centrali e gli investimenti, mentre spinge i residenti a percorsi sempre più lunghi e disagevoli per raggiungere il posto di lavoro) ad essere un problema ulteriore, anziché una possibile soluzione.

Uno stallo testimoniato dalle retribuzioni degli operatori turistici, dalle guide ai camerieri, tutt’altro che partecipi di questo boom costante nelle presenze. Il contratto collettivo degli operatori nei servizi, pure largamente disatteso visto il grande ricorso al nero nel settore, è forse il più “debole” in assoluto; una guida turistica indipendentemente dalla sua formazione difficilmente “svolterà” uno stipendio superiore ai 1400 euro. Sui camerieri stendiamo un velo pietoso, sperando che a squarciarlo siano gli ispettori del lavoro.

Ma c’è di più: i visitatori aumentano continuamente, ma sul territorio lasciano grosso modo gli stessi soldi di vent’anni fa. E le risorse convogliate nel settore turistico, che appare più “sicuro” di un’attività tradizionale, escono dal circuito economico cittadino. Diventando non più investimenti, ma rendite, in una corsa al ribasso di un mercato sempre più saturo ed esposto in maniera drammatica a shock come è stato, appunto, il Covid-19. Sui giornali gli “host” di Airbnb piangono per un investimento che rischia di fallire: inutile fingere che siano (solo) avidi plutocrati e non (anche) famiglie e persone “normali” in cerca di una piccola rendita.

La questione va ben oltre i comportamenti dei singoli, e investe piuttosto l’assenza, nelle varie amministrazioni, di un’idea di spazio urbano che prescinda da eventifici e/o laissez faire. La pressione turistica è destinata ad aumentare ancora, una volta recuperata la libertà di movimento. A maggior ragione in una città che vede il suo tessuto produttivo impoverirsi sempre di più, continuare a consegnare tutte le energie economiche al settore turistico non migliorerà le cose, a meno di non immaginare che una città di quasi tre milioni di abitanti possa vivere solo di questo.

A Campo de’ Fiori torneranno giovani e meno giovani in tour alcolico, nelle altre zone riprenderanno gli sbarchi di torpedoni. Lo stesso succederà in tutte le città temporaneamente “liberate” dai visitatori. E a quel punto la “pausa di riflessione” imposta dall’epidemia sarà una nuova occasione persa. Bisogna capire che come in tutti i campi di attività economica la crescita infinita è impossibile, e forse nemmeno auspicabile. Prendendo per buona l’analogia tra petrolio e turismo: nessuno lascerebbe l’industria petrolchimica a operare indisturbata.

LA “RIPRESA” DI ROMA

Il 3 giugno, in tutta Italia, potranno tornare i turisti. Quelli almeno che non hanno consumato tutte le ferie accumulate per superare la “Fase 1”. Poi ci sono, ovviamente, quelli che non si sentiranno a proprio agio nel viaggiare su e giù per il Paese con un’epidemia che potrà perdere forza, ma almeno stando agli esperti rimarrà presente. E tra distanziamenti obbligatori, distopici pannelli di plexiglas e divieti di assembramento, c’è da temere che per gli operatori turistici questo sarà un anno bianco, nel senso di nerissimo: un intero anno perso, con stime che sperano in un calo di presenze limitato al 60%. Significa che il centro di Roma è destinato a rimanere vuoto, come è stato in queste ultime settimane.

Durante il lockdown, le asimmetrie urbane si sono mostrate in tutta la loro potenza: chi vive in quartieri ben pianificati, con un tessuto commerciale vario e di qualità, ha visto strade svuotate ma ancora vive; le periferie sciaguratamente realizzate intorno a fantomatiche “nuove centralità urbane”, come da PRG del 2008, hanno incontrato ulteriori, enormi difficoltà; il disastro urbanistico del Centro storico è invece emerso in maniera tangibile. Il 12 aprile, la sera di Pasqua, Massimo Giletti ha realizzato una puntata itinerante tra Colosseo, Fontana di Trevi, piazza di Pietra e Campidoglio: intorno a lui, quasi solo finestre sbarrate. L’ha intitolata “Il grande silenzio”. Vista la zona scelta, forse sarebbe stato più appropriato “il grande vuoto”.

Roma ha bisogno del suo centro storico, ha bisogno di riappropriarsene. E non c’è da stupirsi che sia ancora viva la leggenda delle giunte Argan e Petroselli che – con l’Estate Romana del grande assessore Nicolini, o con il meno ricordato lavoro dell’assessora Vittoria Calzolari – sono state forse le ultime a cercare di ricucire il territorio della città, di riportare le masse popolari ad avere un rapporto continuo e non “turistico” con la propria stessa città. Uno slancio simile, sfruttando magari l’ancora consistente patrimonio immobiliare pubblico, sarebbe auspicabile. Perché romani e turisti possano godere di una città ancora viva.

Ho pensato a tutto questo tornando a casa a bocca asciutta, perché il Filettaro era chiuso.

Leggi anche: 1. Casi simil-Covid: “Rilevati pazienti con pochi sintomi, tamponi negativi e polmoniti interstiziali in corso” / 2. Fase 2, come è andato il primo giorno di riaperture a Roma e Milano

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