“Quatrani”, a 11 anni dal terremoto a L’Aquila un progetto fotografico racconta gli adolescenti cresciuti nella città proibita

Di Anna Ditta
Pubblicato il 6 Apr. 2020 alle 16:39 Aggiornato il 6 Apr. 2020 alle 17:32
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Immagine di copertina
Credit: Danilo Garcia Di Meo

“Quatrani”, a 11 anni dal terremoto de L’Aquila un progetto fotografico racconta gli adolescenti

A 11 anni dal terremoto a L’Aquila un progetto del fotograto Danilo Garcia Di Meo, intitolato “Quatrani”, racconta la vita degli adolescenti cresciuti nel capoluogo abruzzese negli anni della ricostruzione. “Il termine quatrani in dialetto aquilano significa ragazzi”, spiega il fotografo. “Sono trascorsi più di dieci anni dal sisma che colpì L’Aquila e generò sfollati, feriti, morti. I bambini di allora, oggi diciottenni, sono cresciuti in questa “città proibita”, come viene comunemente definita. Di fatto, è una generazione di bambini urbani, cresciuti senza le strutture della città, privi di punto di riferimento e dei luoghi aggreganti che ogni città offre ai suoi figli”.

Danilo Garcia Di Meo è un reporter sociale di Roma. Formatosi all’Accademia di Belle Arti dove si è specializzato in Grafica e Fotografia, lavora come freelance con diverse associazioni per raccontare persone e luoghi spesso dimenticati.

“Questi ragazzi hanno trovato comunque un proprio spazio, la loro relazione è il luogo d’aggregazione, il rapporto che li unisce, nutre un’amicizia solida e profonda, alimentata sia da esperienze condivise, sia dal senso di mancanza e dalla loro indiscutibile resilienza affettiva e sociale”, racconta Garcia Di Meo, che nel suo lavoro ha riportato anche le voci degli adolescenti aquilani.

“Il terremoto è stato una sorta di anno zero. Le persone non dicono più “nel 2006”, dicono prima del terremoto, dopo il terremoto”, racconta uno di loro. “Dicono che l’Aquila era bella, ma come faccio io ad immaginarmela?”, si chiede un altro.

“Il sisma ha mutato la terra, le coscienze e ha forgiato le storie individuali e collettive, di una generazione costretta ad imparare a resistere, cercare e trovare risposte di vita”, scrive l’autore del progetto.

Ecco alcuni dei suoi scatti:

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