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Processo Condor, confermati 14 ergastoli per l’omicidio di 23 desaparecidos italiani in Sudamerica

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Credit: ANSA

Il processo per il cosiddetto Piano Condor era iniziato a Roma nel 2016, arrivando alla sentenza di primo grado nel gennaio del 2017 e al verdetto d'appello nel 2019

La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato oggi gli ergastoli comminati per omicidio plurimo a 14 ex alti ufficiali, esponenti delle giunte militari e dei servizi di sicurezza di vari Paesi del Sudamerica, per il cosiddetto Plan Condor, con cui sono stati uccisi e fatti sparire decine di migliaia di oppositori politici, anche italiani.

Il caso riguarda il sequestro e l’omicidio di 23 desaparecidos di origine italiana residenti in Bolivia, Cile, Perù e Uruguay all’epoca delle dittature militari al potere negli anni Settanta e Ottanta. Tutti furono rapiti e uccisi in Sudamerica. Le condanne sono state inflitte a 14 tra ex militari e gerarchi cileni e uruguaiani, compreso Jorge Nestor Troccoli, unico tra gli imputati attualmente residente in Italia, a Battipaglia, e ritenuto un importante esponente dell’intelligence della dittatura in Uruguay. Altre sette persone erano state condannate sia in primo grado che in appello, ma nel frattempo sono decedute.

Iniziato nel 2016, il processo di primo grado a 27 ex militari sudamericani aveva portato nel gennaio del 2017 a 8 ergastoli e 19 assoluzioni. Due anni dopo, la Corte di Assise d’appello di Roma aveva invece comminato 24 ergastoli agli imputati. Con la sentenza di oggi, i giudici della prima sezione penale della Suprema Corte hanno rigettato i ricorsi degli imputati e accolto la richiesta dell’avvocato generale della Cassazione, Pietro Gaeta.

Alle condanne confermate oggi bisogna aggiungere quelle di tre militari cileni condannati a Roma in via definitiva per gli omicidi commessi all’epoca della dittatura di Pinochet in Cile contro alcuni desaparecidos di origine italiana. Tra coloro che non avevano presentato ricorso alla sentenza d’appello figurano il colonnello Rafael Francisco Ahumada Valderrama, il sottufficiale Orlando Vasquez Moreno (entrambi ritenuti responsabili dell’omicidio del sacerdote Omar Venturelli) e il brigadiere Manuel Vasquez Chahuan, per cui la Procura di Roma ha inviato in Cile una richiesta di arresto, non ancora eseguito.

“Sono passati molti anni dalla denuncia del 1999 e allora, dopo tanto lavoro fatto insieme, questo è un giorno importante; il primo pensiero è a chi non c’è più”, ha detto all’agenzia di stampa Dire il presidente della Associazione 24 marzo, Jorge Iturburu, dopo la sentenza della Cassazione che, attesa ieri, era stata rinviata di 24 ore per la mancanza di alcuni documenti.

“Esprimo soddisfazione per la decisione della Cassazione”, ha commentato il sostituto procuratore generale di Roma Francesco Mollace. “Il risultato ottenuto due anni fa dalla Procura Generale mi rende orgoglioso per l’appartenenza ma va ascritto a tutta la magistratura della capitale. Un esempio ed un monito. La verità e il sacrificio dei martiri sud americani non si prescrivono”.

“La giustizia italiana ha scritto una pagina importante nella battaglia per la condanna dei crimini contro l’umanità e per la tutela dei diritti umani”, ha aggiunto l’avvocato Arturo Salerni, legale di parte civile per una decina di parti. “Si è compiuto un percorso di approfondimento di ciò che è avvenuto in America Latina in quegli anni. I familiari delle vittime attendevano giustizia e il fatto che sia arrivata dal nostro Paese è un passaggio importante che ha una valenza storica”.

“Immenso sconcerto” invece per l’imputato uruguaiano Jorge Nestor Troccoli, almeno secondo quanto riferisce ad AGI il suo legale, Claudio Guzzo. Secondo fonti della difesa citate dall’agenzia di stampa, l’ex fuciliere 72enne sarebbe pronto a costituirsi alla giustizia.

Al di là delle condanne, il punto centrale della vicenda resta quello della certezza della pena per gli imputati riconosciuti colpevoli. La vera novità, spiegò bene l’avvocato Giancarlo Maniga, legale di parte civile nel caso Venturelli, durante una conferenza stampa convocata qualche settimana fa dalla Associazione 24 marzo, “non è tanto nella condanna definitiva alla pena massima, quanto nella possibilità che queste condanne vengano stavolta eseguite”.

“La speranza è che l’Italia proceda con le richieste di estradizione e che il Cile confermi di volersi realmente affrancare dagli anni della dittatura, come sta ora cercando di fare attraverso una nuova Costituzione”.

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