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ESCLUSIVO TPI – “Sono fascista, non rompermi il cazzo pakistano”: la registrazione shock dell’imprenditore condannato

Immagine di copertina
Credit: Pixabay

Stefano Fancello | Discriminazione | Condotta antisindacale

“Tu magnavi le cavallette, oggi stai qui. Tu ti sei levato la merda dalla bocca, sei venuto qui a lavorare…ma davvero pensate di venire dentro casa mia a comandare?” – “Ti ho detto, vogliamo i diritti nostri e basta”.

È solo un estratto della conversazione tra Stefano Fancello, titolare di Strong srl, azienda della capitale che produce pane per la grande distribuzione, e un dipendente pakistano.

Il lavoratore, insieme a 5 colleghi, rivendica una paga più giusta, una piena applicazione delle regole contrattuali. Le richiede da diverso tempo, a nome di un gruppo di dipendenti extracomunitari, ma non ottiene risultati. Per questo, è intenzionato a rivolgersi al sindacato.

Ed è proprio la parola “sindacato” che manda su tutte le furie l’imprenditore Stefano Fancello, che alza il tono di una conversazione privata, durata qualche ora, registrata di nascosto dai lavoratori.

L’hanno consegnata al tribunale di Velletri, con il supporto della Flai Cgil e dell’avvocato Carlo De Marchis, e la sentenza è presto arrivata. Il comportamento del titolare è stato ritenuto dal giudice discriminatorio, aggravato da minacce e intimidazioni ai lavoratori con lo scopo di estromettere i sindacati da ogni attività o trattativa aziendale.

Sentenza confermata poi anche dal Tribunale di Roma che aggiunge: la condotta è antisindacale. Così la Strong srl è stata condannata a risarcire 3.750 euro ai lavoratori che hanno denunciato i fatti e 5.500 euro alla Flai Cgil.

Le ritorsioni contro i lavoratori pakistani

Nel processo, proprio grazie alla registrazione della conversazione, sono emersi i toni aggressivi e violenti del linguaggio usato dal titolare dell’azienda nei confronti dei lavoratori pakistani e la richiesta di una scelta precisa: continuare a lavorare in azienda rinunciando all’iscrizione al sindacato oppure andare tutti a casa, in sostanza dare le dimissioni.

Le ritorsioni da parte dell’azienda per punire i lavoratori che sceglievano il sindacato non sono mancate: contratti a termine non rinnovati, turni modificati senza giustificazione e che hanno costretto, nei peggiori dei casi, alcuni lavoratori pakistani senza auto a dormire nei negozi dei connazionali pur di andare a lavoro nel cuore della notte, fascia oraria poco o per nulla servita dai mezzi pubblici.

Poi ci sono le punizioni economiche, come l’eliminazione della diaria, e quelle che mettono a dura prova la resistenza fisica del lavoratore, cioè il mancato giorno di riposo. Dall’audio, emerge anche come Fancello non nasconda la propria ideologia politica, definendosi “fascista” e tirando in ballo, alla fine di un’escalation di frasi intimidatorie, i Casamonica, il clan mafioso più pericoloso di Roma. Tutto questo per evitare una cosa sola: che entrino in casa i sindacati.

“I sindacati sono un elemento di disturbo – afferma a TPI Gianfranco Moranti, segretario generale della Flai Cgil Roma sud, Pomezia e Castelli – i padroni dei forni hanno l’abitudine ad avere un rapporto a due con i dipendenti. L’ingresso di terzi, quindi del sindacato, produce un timore. Il ‘padre-padrone’ dei forni vede con un atto di ribellione dei suoi collaboratori il rivolgersi al sindacato”.

Poi aggiunge: “Non possiamo sapere se è soltanto un caso o se il fatto è da collegarsi alla sentenza, ma quello che possiamo dire è che oggi Stefano Fancello non è più rappresentante legale della Strong srl. I sei pakistani hanno ancora il loro posto di lavoro in azienda e hanno nominato un rappresentante sindacale”.

In esclusiva per TPI alcuni estratti della conversazione registrata

Lavoratore: “Possiamo chiedere per diritti nostri?”

Fancello: “Nel momento in cui io sento l’odore, solo l’odore, del sindacato io mando a puttane tutto e tutti (…) Il primo che mi fa sentire l’odore del sindacato, io do fuoco alle polveri, do fuoco a tutto, non ne voglio sentire parlare (..) Io non ho problemi con il sindacato per me il sindacato non esiste. Lui vive fuori da casa mia”

Lavoratore: “Noi lavoriamo, tu devi pagare noi”

Fancello: “Io sono un fascista e con i comunisti (il sindacato, ndr) non ci voglio avere nulla a che fare, perché con la feccia io non mi ci sporco e a casa mia i comunisti non entrano (…) Quello (il sindacato, ndr) si chiama comunismo cioè che non fa un cazzo nessuno e si ruba a chi lavora. A casa mia è fascismo cioè chi lavora magna e chi non lavora lo prende nel culo. Quello si chiama fascismo. Fascisti e comunisti non possono vivere insieme. A casa mia comando io, a casa vostra comandate voi (…) Chi mi fa chiamare dal sindacato per me è fuori”.

Lavoratore: “Fai conti, e poi dopo ti dico come mancano i soldi”

Fancello: “A me pare che banana (rivolgendosi ad un lavoratore, ndr) non vuole rimanere insieme (…) Ma come potete pensare che c’è al mondo una persona che è disposta a tenersi dentro casa delle persone che stanno lì con la ‘pistola’… Guarda che io sono fascista, non sono comunista, a me chi me mette la ‘pistola’ qui io faccio prima a tagliargli la gola che a dirgli buongiorno (…) Continua a guardare di fuori, tanto de fuori ce stanno sempre i Casamonica, sai chi sono i Casamonica? Quelli che per 500 euro ammazzano una persona. Pensa! Sono quelli che stai a guardare te. Sono quelli che stanno qua vicino”.

Fancello: “Date le dimissioni, andate in tribunale e facciamo i conti”

Lavoratore: “Noi non portiamo le dimissioni”

Fancello: “Se tu non te ne vai, allora sei un vero comunista, vuoi vivere sulle spalle degli altri. Io ho lavorato 55 anni per fare questa azienda, mo tu arrivi dal Pakistan a romper er cazzo?”

*Stefano Fancello, tramite i suoi avvocati, ha fatto sapere a TPI di non voler rilasciare interviste o dichiarazioni in merito
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