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“Chiedo perdono, ci è caduto il mondo addosso”: parla il padre del 17enne dello stupro di Torino

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“Mi è caduto il mondo addosso. Penso a noi, ai problemi che dovremo affrontare con il processo, ma penso anche a quella ragazza e alla sua famiglia. Con tutto il cuore voglio chiedere perdono per quello che ha fatto mio figlio”: il padre del 17enne arrestato per lo stupro di una studentessa nella residenza universitaria “Borsellino” di Torino racconta il dramma familiare. “Non ce l’aspettavamo. Da anni mio figlio ci dà problemi, fa tanti “casini”. Ma non immaginavo potesse fare una cosa così grave. Posso solo chiedere perdono a quella ragazza e alla sua famiglia”, ha detto in un’intervista rilasciata a Repubblica. Il ragazzo ha confessato di avere avuto un rapporto sessuale con la ragazza in questione, la notte tra il 29 e il 30 ottobre scorso, ma che dopo una sua iniziale “reticenza” la vittima avrebbe poi acconsentito, ringraziandolo e facendogli anche i complimenti. Una ricostruzione che non ha convinto i giudici e che si scontra con le lesioni riportate dalla giovane, che dopo l’aggressione è stata curata in ospedale.

Il padre, arrivato dal Senegal nel 1991, oggi cittadino italiano che mantiene una famiglia con quattro figli, non vede il diciassettenne da quel giorno: “L’ultima volta che ci siamo parlati è stato la notte prima, quella tra venerdì e sabato. All’una di notte è venuto a casa un carabiniere per dirmi che avevano trovato mio figlio ubriaco e che lo avevano portato al Martini. Io mi sono messo in macchina e alle tre ero a Torino. Sono andato a prenderlo, ho parlato e parlato… Ma non serviva a niente”. Ha scoperto venerdì delle accuse contro suo figlio, quando i poliziotti sono andati a suonare alla sua porta per prendere alcuni vestiti del ragazzo. “Io faccio il muratore, esco di casa al mattino presto e torno alla sera tardi. Ai miei figli non ho mai fatto mancare nulla. Ma con lui non ci siamo riusciti”, spiega commosso l’uomo. “Già dalle medie, si era messo a fumare. E anche quando lo abbiamo iscritto alle superiori, a una scuola professionale, poco dopo siamo stati chiamati dal preside perché frequentava dei ragazzi poco raccomandabili”.

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