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Migranti, lo studio: “La presenza delle ong in mare non fa aumentare le partenze”

L'European University Institute pubblica uno studio scritto da due ricercatori italiani, Matteo Villa ed Eugenio Cusumano, che smentisce l'idea per la quale le Ong sarebbero un "pull factor" per i migranti

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 18 Nov. 2019 alle 13:00
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Credit: Ansa

Migranti, lo studio sulle Ong: “Non fanno aumentare le partenze”

Migranti e ong sono al centro di uno studio accademico uscito oggi 17 novembre. Il risultato? La presenza delle navi delle ong in mare non aumenta le partenze dalla Libia. I principali “pull-factor”, ossia fattori “attrattivi”, sono invece le condizioni meteo (favorevoli o meno alla traversata del Mediterraneo) e le politiche del governo Renzi, quando Marco Minniti era ministro dell’Interno.

È infatti a causa del Memorandum of Understanding firmato dall’Italia con il governo di Tripoli sostenuto dalle Nazioni Unite se c’è stato il “contenimento a terra” dei migranti. Tra aprile e maggio 2019, in particolare, le partenze sono state vicine allo zero.

“Ong di salvataggio in mare: un pull-factor per l’immigrazine irregolare?” è lo studio curato per lo European University Institute di Firenze dai ricercatori Eugenio Cusumano (università di Leiden) e Matteo Villa (Ispi – Istituto studi politici internazionali). I dati su cui si costruisce la ricerca provengono dalle agenzie dell’Onu che si occupano di migranti, Oim e Unhcr, elaborati con i dati di Guardia costiera e Frontex, a partire dal 2014.

L’elemento più evidente è il ruolo sempre maggiore della Guardia costiera libica: dalla totale inesistenza nel 2014 a oltre il 60 per cento dei salvataggi nel 2019. Le ong invece sono state particolarmente presenti in mare nel 2015, anno in cui hanno gestito il 13 per cento dei salvataggi, senza però arrivare a segnare un record nel numero di partenze (maggiori sia nel 2014 sia nel 2016). Il passaggio netto si vede nel momento in cui Italia e Libia hanno firmato il loro accordo, con il quale si è giunti a circa 96mila partenze in meno tra il 2017 e il 2018.

Dal punto di vista statistico, non c’è alcuna differenza nel numero di partenze giornaliere se le ong sono o non sono in mare. Senza ong, in media partono 53 persone al giorno (con una forbice che va tra i 45 e i 61), con le ong in media sono 49 (con una forbice che va da 36 a 61). Guardando l’andamento annuale, fine luglio 2019 è stato uno dei momenti più caldi dell’anno, con oltre 800 partenze tra il 24 e il 26 luglio. Eppure in mare non c’era nessuna ong e le operazioni sono state condotte e coordinate dalla Guardia costiera libica.

La ricerca ricorda le direttrici, eccessivamente semplicistiche, su cui si costruisce il dibattito sulle partenze in mare oggi. Da un lato i push factor, ossia i fattori negativi (dalla guerra alle condizioni economiche) che spingono l’emigrazione. Dall’altro i pull-factor, ovvero quei fattori positivi che attraggono.

La teoria del pull factor è entrata in Parlamento quando il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, e il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, “hanno fatto riferimento a un operato non del tutto trasparente di alcune organizzazioni non governative, nonché a elementi (tra cui figurano le testimonianze degli stessi migranti, che riferiscono di telefoni cellulari dati loro dagli scafisti con sopra memorizzati i recapiti delle Ong), che sembrerebbero dare corpo quanto meno all’ipotesi che vedrebbe la presenza delle organizzazioni non governative a ridosso delle acque libiche come ‘fattore di attrazione’ del fenomeno migratorio ovvero incentivo per i trafficanti a organizzare le partenze”.

È stato allora che è si è diffusa la vulgata secondo cui le ong erano in combutta con i trafficanti di uomini. Ad oggi nessuna indagine giudiziaria ha mai provato l’esistenza di questo nesso, nemmeno i numeri.

Diverse teorie criticano questo lessico e questo approccio, concentrandosi su elementi più di sistema, come le reti di relazioni che esistono tra migranti.

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