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Medicina, la prima zona rossa dell’Emilia-Romagna: “La gente ha paura anche di gettare l’immondizia”

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 18 Mar. 2020 alle 13:15
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Immagine di copertina

Medicina zona rossa: “La gente ha paura anche di gettare l’immondizia”

Medicina è una “ridente” cittadina a 25 chilometri (cioè a un tiro di schioppo, come si dice in dialetto) da Bologna. Leggende metropolitane attribuiscono il suo nome al fatto che il nonno del Barbarossa passò da qui malato, si rifugiò sul monte delle forche e ne tornò guarito. Chi ci abita lo definisce “l’ultimo bastione di Romagna in terra emiliana: una di quelle realtà dove c’è chi fa i tortellini e chi i cappelletti, dove Emilia e Romagna si mescolano in un tutt’uno”. Da ieri mattina Medicina si è risvegliata come la terza zona rossa italiana dopo Codogno e Vo’ Euganeo. Il bollettino cittadino sembra da cronache di guerra: 9 morti, 53 ricoverati di cui 5 gravissimi e oltre 150 in quarantena.

Bruno Barbieri è nato e cresciuto in questa terra e, sebbene lontano da molti anni, ieri ci ha tenuto a ricordare come stiano morendo tante persone che conosce e sia preoccupato per le sue sorelle che ancora abitano lì. Perché questo accade nei paesotti di provincia. Ci si conosce tutti. Caterina Cavina che ha scritto il bestseller “Le ciccione lo fanno meglio” ed è da pochi giorni in libreria con “Le radici dei fiori”, invece in quella zona rossa c’è e ci vive e ieri mattina è stata fermata dai militari che presidiano i confini cittadini che le hanno impedito di andare a lavoro (è OSS in una casa per anziani fuori dalla zona rossa).

“Noi che ci svegliamo presto l’abbiamo scoperto quasi tutti dai social o in strada. Alle 8 è poi è arrivato sui telefonini l’alert dell’amministrazione. Non si può né entrare né uscire. È tutto chiuso, a parte qualche negozio di generi alimentari e la farmacia. Anche il tabaccaio mette a disposizione solo i distributori automatici. Nelle prime ore la situazione era paradossale: alcuni infermieri (che tra l’altro lavorano nel reparto COVID al Sant’Orsola di Bologna) non venivano fatti andare a lavoro perché gli stessi militari non avevano idea di chi fare passare o meno. In più come potete immaginare i confini nei paesi sono abbastanza arbitrari. Medicina ha anche 12 frazioni e ne è stata chiusa solo una: Ganzanigo. Questo ha fatto sì che magari ci sono genitori separati che vivono a 100 metri che non possono vedere i bambini. O un mio amico che ha la mamma malata a 50 metri ma siccome è in una frazione fuori dalla zona rossa non può andarci”.

“C’è molta paura e psicosi che nascono dal nulla”, continua Caterina. “Oggi è quella dei cassonetti. Tutti hanno paura di ammalarsi toccando la manopola del bidone e quindi lasciano tutti i sacchetti fuori. Qualcuno ci ha attaccato una corda. Non si va nemmeno alle finestre a cantare o a fare i flash mob. Tutti stanno chiusi in casa con la paura di morire”.

Quello che è accaduto a Medicina è stato definito addirittura un mini cluster medicinese partito dal centro anziani. Nei paesi dove tutti si conoscono è classico trovare gli anziani attorno a un tavolo a giocare a carte, leggere il giornale, chiacchierare. E col primo caso è partito un focolaio inarrestabile che ha portato a morire, al momento, 9 anziani che ora vengono additati come gli untori. “Viviamo anche queste giornate fatte di mugugni e insulti. È appurato che tutto sia partito da lì: dal bar del centro sociale. Il punto è che non si sa quando: è tutto successo a cavallo delle prime ordinanze, quindi non si sa se sia stata noncuranza di questi signori oppure se semplicemente ancora non se ne comprendeva il rischio. Eppure ha creato una faida giovani contro vecchi. Il commento più comune che senti in paese è: ma come? Io ho i bambini piccoli e non li posso portare al parco e questi anziani, che sono i più esposti, vanno a ballare, al bar, creano assembramenti, mettendo a rischio tutti. Però c’è un’altra parte che ha riscoperto il valore di essere comunità: io ho sentito compagne di scuole e vecchie amiche che non sentivo da una vita. Questa sensazione che ci fa dire: uniamoci e sorpasseremo insieme questo incubo”.

La domanda finale può essere solo una: bisognerebbe estendere questi provvedimenti il più possibile? “Io ho la certezza per quello che dicono gli esperti e cioè di stare a casa. Per il resto stiamo vivendo una situazione che non permette a noi medicinesi di ragionare serenamente. Viviamo in un limbo, una situazione surreale. Le immagini che vedevamo in tv e che ci sembravano così lontane ora siamo noi. In paese il vuoto che si vede non è così anormale: si vede ad agosto, in certe domeniche. Eppure sai che ora quegli spazi vuoti hanno un peso specifico. Quindi, sì, bisogna fare tutto il possibile per garantire sicurezza. Anche se ieri mattina ho fatto la foto alla camionetta che presidiava i confini della città e mi hanno intimato di non pubblicarla: perché mai se fotografavo solo persone nel loro atto di salvaguardare anche noi? Ecco, questa è una delle cose che mi spaventa ma avremo modo di pensare anche a quello”.

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