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La madre dell’assassino di Cinzia Pinna: “Mio marito mi ha picchiata e minacciata di morte per 30 anni”

Immagine di copertina
Credit: AGF

Nicolina Giagheddu racconta le violenze subite e spiega perché ha deciso di parlare dopo il femminicidio della 33enne

Nicolina Giagheddu, madre di Emanuele Ragnedda, l’imprenditore reo confesso del femminicidio di Cinzia Pinna, racconta di aver subito violenze e minacce di morte per trent’anni dal marito Mario Ragnedda. In un’intervista a La Repubblica, la donna spiega perché ha deciso di denunciare le violenze dopo la morte di Cinzia. La 33enne fu uccisa con diversi colpi di pistola nel settembre del 2025: il suo corpo fu ritrovato dopo diversi giorni di ricerche in un casolare tra Arzachena e Palau su indicazione del suo assassino, Emanuele Ragnedda, imprenditore appartenente a una famiglia che produce vino di qualità. “Sono stata picchiata per trent’anni da mio marito, mi dava pugni in testa per banali disguidi, venivo rinchiusa in casa, umiliata, minacciata di morte” è il racconto di Nicolina Giagheddu.

La donna spiega di aver trovato il coraggio di parlare dopo la morte di Cinzia: “Sulla terra di mio padre, sulla mia terra, a Conca Entosa, è stato versato il sangue di Cinzia. Il suo corpo è stato gettato tra i rovi della tenuta dove è rimasto per 12 giorni. Tutti hanno definito quella ragazza fragile e invece non è così. È talmente forte da avere dato anche a me il coraggio di denunciare e di non restare più in silenzio”. Nicolina spiega di non aver denunciato prima per proteggere il figlio Emanuele: “Volevo proteggerlo. Ma da quando le prove dicono che lui ha ucciso quella donna appena conosciuta, ho deciso di ribellarmi alla violenza in famiglia”.

Il marito, racconta la donna, “ha già tentato di uccidermi in passato. Le prove sono in mano agli avvocati. Ci sono audio, messaggi, foto. È stata annullata la mia identità personale. Lui ha messo in atto un sistema di dominio, orientato a limitare la mia autonomia fino a rendermi incapace di esprimere liberamente la mia volontà. Anche sulle mie proprietà. Ha fatto crescere nostro figlio in un clima di odio e violenza”. E ancora: “Sono stata picchiata per trent’anni, lui mi dava pugni in testa per banali disguidi, venivo rinchiusa in casa, umiliata, minacciata di morte. Una sera mi picchiò poco prima di un evento con Peter Gabriel in una delle mie tenute. Sul divano del salotto c’era sempre una pistola in bella vista con il caricatore inserito che più volte mi è stata puntata contro. Un giorno ha cercato di buttarmi giù da un terrazzo, in un audio mi ha annunciato che mi avrebbe impiccata. Dopo che è morta Cinzia, mi ha detto che mi avrebbe fatta sparire e mi avrebbe dato in pasto ai maiali perché sono una gatta randagia. Nei confronti delle donne ha sempre avuto parole di disprezzo, definendo le vittime di femminicidio colpevoli perché se la vanno a cercare”.

Nicolina sospetta anche che il marito abbia avuto un ruolo nell’omicidio di Cinzia Pinna: “Mario il giorno dopo la morte di Cinzia era a Conca Entosa e mi aveva detto che doveva seppellire una gatta randagia. Quelle parole, alla luce di quello che è stato scoperto, sono tornate a tormentarmi e l’ho scritto in denuncia. Il mio sospetto è che ci siano dei complici e che uno di loro sia proprio lui. Voglio tutta la verità sulla morte di Cinzia, glielo devo”. La donna, inoltre, rivela di voler vendere la proprietà dove è stata uccisa la 33enne: “Presto venderò ConcaEntosa e risarcirò la famiglia di Cinzia Pinna. So bene che i miei soldi non riporteranno indietro le lancette del tempo ma sento di doverlo fare”.

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