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“Lo studio ha curato le mie ferite di sopravvissuta al lager”: Liliana Segre scrive ai maturandi

Immagine di copertina
Liliana Segre (Credits: Ansa)

Liliana Segre ai maturandi: “Studio ha curato mie ferite da sopravvissuta”

Nel giorno in cui circa 500mila studenti si apprestano ad affrontare l’esame di maturità 2o20, fortemente influenzato dall’emergenza Coronavirus in corso in Italia e nel resto del mondo, i maturandi ricevono degli auguri speciali: a mandarli è Liliana Segre, senatrice a vita e reduce italiana dell’Olocausto. Nella lettera, pubblicata stamattina da Repubblica, l’89enne augura buona fortuna per questo “particolarissimo esame di maturità” e incoraggia gli alunni a uno studio costante per tutta la vita: “Lo studio – assicura la senatrice a vita – fu balsamo per le mie ferite di sopravvissuta al lager”.

Segre affronta la questione delle lezioni da casa, simbolo della scuola che ha cercato di resistere alle difficoltà del Covid: “Come tanti Robinson Crusoe, voi e i vostri insegnanti avete dovuto superare tante difficoltà per riuscire a far vivere la scuola anche stando ciascuno sulla propria isola: non un’isola deserta, ma un appartamento magari affollato e non sempre adatto per le lezioni a distanza”.

Poi, si passa ai ricordi di quando lei stessa affrontò l’esame di Stato: “Come tutte le nonne, anch’io inevitabilmente corro col pensiero a tempi molto lontani, alla mia scuola, alla mia maturità. Anch’io arrivai a quell’esame dopo un percorso accidentato e complesso. Nel 1938 le leggi razziali mi impedirono di frequentare la mia scuola elementare pubblica e dovetti terminare le elementari in una scuola privata. Poi arrivò la guerra e per sfuggire ai bombardamenti la mia famiglia si trasferì in un paese della Brianza dove le scuole medie erano solo statali, per cui io – in quanto ebrea – rimasi esclusa. Poi arrivarono gli anni orribili della fuga, del carcere, della deportazione. A 15 anni, sopravvissuta per caso, avevo saltato tutti quegli anni scolastici ed avrei dovuto ricominciare dalle medie. Ma non me la sentivo: a quell’età è già forte la distanza con le ragazzine di 11-12 anni, ma per me, che dentro ne avevo 100 ed avevo visto più di quello che si può vedere in una vita intera, non era proprio possibile. Così feci una cosa strana, che però in quel periodo eccezionale dopo la guerra era ammessa: feci cinque anni in uno da privatista”.

Quello studio “matto e disperatissimo”, assicura oggi Liliana Segre ai maturandi, “fu per me come un balsamo sulle mie ferite. Mi misi in pari e questo mi permise di frequentare il triennio delle superiori con le mie coetanee, fino alla maturità. Quelli furono anni di ricostruzione. Alla mia ricostruzione interiore contribuì moltissimo la scuola, non solo perché lo studio mi teneva impegnata e molte materie mi appassionavano, ma anche perché frequentandola mi lasciavo via via riassorbire dalla normalità della vita delle altre ragazze, tenendole all’oscuro dei miei incubi. E la mia ricostruzione personale viaggiava in parallelo con la ricostruzione del Paese”.

Nel giro di qualche anno si arrivò infatti alle prime elezioni libere dopo il Fascismo, con il primo voto delle donne, e poi la Costituzione: “Vi lascio immaginare cosa rappresentarono allora per me quei pensieri, quei veri e propri comandamenti scolpiti nella nostra Carta fondamentale che era stata appena approvata: libertà, uguaglianza, diritti, pari dignità, rispetto, solidarietà. Oggi, nella vita quotidiana, per fortuna non servono eroi. Serve però tenere sempre viva la capacità di vergognarsi per il ‘male altrui’, di non voltarsi dall’altra parte, di non accettare le ingiustizie, di non assistere passivamente al bullismo, di non dire mai ‘non mi riguarda’”.

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