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Home » Cronaca

Julian Assange, padre a TPI: “Mio figlio rischia la morte in nome della nostra democrazia”

Immagine di copertina
Julina Assange; John Shipton

John Shipton a Roma per raccontare la storia del figlio nell'ambito dell'evento "Il segreto delle carte e la trasparenza del web: un equilibrio impossibile?"

“Julian Assange in condizioni psico-fisiche difficili”: parla il padre

Alla domanda di TPI se è ottimista, John Shipton non esita nemmeno un attimo: “Ci saranno dei giorni difficili, ma vinceremo. Questa causa la vinceremo”. Il padre di Julian Assange ha i capelli bianchissimi e, dietro gli occhiali dalla montatura fina, gli occhi sorridono sempre.

Le condizioni del figlio, in carcere dallo scorso aprile, peggiorano, ma lui, come tutto il resto dei familiari, non demorde: “Tutta la famiglia verrà nel Regno Unito, a Londra, per partecipare al processo. In questa ultima parte della persecuzione di Julian, la famiglia si è unita ed è decisa, determinata a fare tutto il possibile per far sì che nostro figlio venga liberato”.

A Roma John Shipton è arrivato per partecipare all’evento Il segreto delle carte e la trasparenza del web: un equilibrio impossibile?. Il caso di Julian Assange si muove sul filo del rasoio, per molti, tra legale e illegale; per tanti altri, invece, la posizione del fondatore di WikiLeaks è chiarissima: ha puntato i riflettori dove c’era il buio, ha mostrato il marcio dei poteri forti al mondo intero e per questo paga lo scotto di aver detto tanto, troppo.

L’accuse che pende sulla sua testa, canuta come quella del padre, è quella di spionaggio. Ad accusarlo sono gli Stati Uniti che chiedono con insistenza la sua estradizione al Regno Unito, dove Assange è in arresto. Se la richiesta degli Usa venisse accolta, il rischio per Julian Assange sarebbe altissimo. Come riferisce il padre, secondo gli esperti, “il processo si terrebbe in una cittadina della Virginia, probabilmente densamente popolata di impiegati, dove il giudice non ha mai assolto nessuno in casi di spionaggio. L’esito sarebbe la condanna alla pena di morte”.

Parla lento, a bassa voce, John Shipton, ma scandisce bene le parole, come se volesse che il messaggio del figlio di cui si fa portavoce arrivasse proprio a tutti.

“L’evento qui dimostra la nostra forza crescente. Tutta questa forza è condivisa proprio qui in Italia, perché il rapimento giudiziario per ragioni extraterritoriali da parte degli Stati Uniti è qualcosa a cui tutti i paesi devono opporsi per salvaguardare la libertà dei giornalisti di poter fare domande”, continua a spiegare a TPI.

L’ultima volta che ha visto Julian è stato appena un due giorni. “Per un’ora e quarto”, dice con gli occhi che hanno imparato a reggere all’emozione. “Considerando le attuali circostanze, sta come possiamo aspettarci, ma il suo spirito è con noi tutti”. E quello spirito John lo sta portando in giro per mezza Europa, per risvegliare le coscienze e sensibilizzare opinione pubblica e politica rispetto alle condizioni del figlio, ma soprattutto rispetto allo stato di salute di una libertà di stampa messa a dura prova dal potere, come dimostra la storia di Julian Assange.

“Vi ringrazio per avermi dato l’opportunità di parlare del caso”, inizia il suo intervento davanti a una sala gremita. Intanto racconta delle condizioni del figlio, che risente – spiega – degli effetti deleteri di anni di tensione: confinato per sette lunghi anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Julian Assange ha subito delle forti limitazioni di quello spazio limitato.

Ma non solo: “Le autorità del Regno Unito gli hanno vietato di accedere a una struttura ospedaliera per effettuare dei controlli, mettendo in pericolo la sua vita, ma soprattutto gli hanno negato la possibilità di fruire della sua condizione di detentore di diritto d’asilo”. L’11 aprile del 2019 ad Assange viene revocato il diritto d’asilo politico. Il giornalista e attivista australiano viene condannato a 50 settimane di reclusione da scontare nel carcere di massima sicurezza HM Prison Belmarsh. L’accusa è quella di aver violato i termini della sua libertà vigilata ottenendo rifugio nell’ambasciata ecuadoregna.

Il padre dell’attivista parla di una “catena incessante di abusi, offese e violazioni nei confronti di Julian”. E a dirlo non è solo la famiglia del giornalista australiano: un rapporto dell’Onu a riferire che ci sono “serie preoccupazioni relative al fatto che Julian possa morire in carcere. E queste non sono le conclusioni di un padre amareggiato, ma del relatore dell’Onu che parla con il supporto di due medici di una vera e propria tortura psicologica che erode pesantemente le sue condizioni fisiche”.

Ma John Shipton lascia da parte lo stato del figlio e pensa invece al “regalo enorme” che ha fatto Julian Assange alla democrazia. “Grazie a WikiLeaks 3mila abitanti delle Isole Chagas, prelevati dalla loro terra e scaricati alle Mauritius, in modo che gli Stati Uniti potessero costruire una base aerea a Diego Garcia e lanciare i B-52 per bombardare e distruggere l’Iraq, si sono potuti rivolgere alla giustizia internazionale vincendo questa causa. Questo è un regalo immenso per le persone comuni, per tutti noi”, spiega Shipton.

La trasparenza genera giustizia e lo sforzo di Julian Assange non è stato vano per Shipton: “Il suo lavoro ci permette di sapere esattamente e con chiarezza quale è la situazione geopolitica. Abbiamo la possibilità di consultare WikiLeaks e vedere cosa sapeva o non sapeva il presidente degli Stati Uniti, ad esempio. Senza questo dono, a che punto saremmo?”.

L’accusa di aver messo in pericolo milioni di cittadini – come sostengono gli Stati Uniti – si sgretola di fronte alla realtà dei fatti: quando nel 2010 lo tsunami WikiLeaks scombina l’ordine prestabilito, il mondo cambia. Da allora, con i 251.287 file contenti informazioni confidenziali, la rivoluzione della trasparenza ha diviso il mondo: i governi – in primi quello degli Stati Uniti – vogliono la testa della spia, tutti gli altri difendono la libertà di bucare il segreto e conoscere la verità.

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