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Imen Jane e la cultura snob del “volere è potere” che fa il gioco degli sfruttatori

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Imen Jane, co-fondatrice di Will Media, la conosco da quando non aveva 300.000 lettori. Lei mi segue su Twitter, io la leggo su Instagram, ci siamo scritti più volte sei anni fa, scambiati i numeri di telefono e mandati quei classici auguri di buon anno di circostanza. Pensai subito che avrebbe fatto strada, era già sveglia e determinata. Capace.

Anche per questo, quando uscì la notizia che non era laureata nonostante si definisse economista (e, per lavoro, tenesse conferenze fino a dare consigli ai massimi esperti del settore) non volli infierire come fece buona parte del web. Comprensibilmente, perché se vivi in una società che ti richiede titoli in continuazione ma poi, nonostante tu glieli dia, il più delle volte non ti offre comunque occasioni, capisco possa far indignare vedere qualcuno autodefinirsi qualcosa che di fatto non è ancora del tutto.

Stavolta, però, è utile fare una riflessione più ampia, generica, partendo dall’ultima vicenda che la vede coinvolta, in Sicilia, insieme a una sua amica, Francesca Mapelli. Perché l’aver ricevuto un privilegio dalla vita, sicurezze economiche e possibilità di carriera, non autorizza a screditare con del basso classismo, guardando dall’alto chiunque si spacchi la schiena per arrivare a fine mese, in modo dignitoso e senza togliere nulla agli altri.

Partiamo dalla spiegazione che la stessa Mapelli ha dato all’accaduto, in un commento su Instagram dopo che Imen Jane ha cancellato la storia “incriminata” nella quale, dalla coppia, veniva sbeffeggiata una ragazza con tanto di batti-mani esultante finale: “Era una ragazza giovane che riceveva all’ingresso di una pasticceria storica! Le ho chiesto se me ne poteva raccontare la storia, e mi ha risposto che c’era un lungo cartello più avanti che lei non aveva mai letto perché pagata troppo poco. Le ho consigliato di leggere per sua cultura non per i soldi. La cultura, la curiosità e il darsi da fare, a prescindere dai soldi, portano sempre opportunità”.

Ora, la giustificazione ha un suo lecito senso, cioè che dovremmo studiare per noi stessi, a prescindere dal profitto economico, appare però un po’ arrampicata alla luce di quello che aveva scritto Jane nelle storie: “Qui Francesca Mapelli mentre racconta al proprietario del lido come ci sia rimasta male oggi quando una commessa non le ha saputo raccontare la storia del negozio. La ragazza ha risposto dicendo di non essere pagata abbastanza per informarsi. A quel punto Mape le ha detto che se si fosse informata abbastanza avrebbe potuto avere l’occasione di essere pagata tre volte tanto come guida turistica”.

Ecco qua, se non fosse chiara la gravità della cosa, spieghiamo meglio perché il “volere è potere” ostentato con saccenza sia uno dei peggiori colpi che si possa infliggere alle nuove generazioni, che non hanno bisogno dell’esempio snob di chi, per dirne una, ordina a Palermo delle “scrambled eggs” anziché delle uova strapazzate, giusto per il piacere di ribadire una classifica sociale apparente (sì, lo hanno fatto davvero, e hanno pure preso in giro un tassista, ma non buttiamo benzina sul fuoco e torniamo alla cameriera). 

Spieghiamolo, dicevo, e prendo in prestito le parole di un’altra attivista e scrittrice, Djarah Kan, che sempre su Instagram racconta la sua esperienza da ex cameriera in un locale di lusso:

“È difficile mantenere il buon umore e la disponibilità a chiacchierare quando le condizioni in cui lavori ti umiliano, ti fanno provare ansia e frustrazione. La gente intorno a te si diverte, spende soldi e si gode la vita, mentre tu sei invisibile e costretta a nascondere la stanchezza con falsi sorrisi e una gentilezza forzata che forse costa più del tuo stipendio”.

Djarah prosegue sottolineando quanto sia comprensibile che una ragazza così giovane, privilegiata e ricca, non capisca cosa significhi fare quel mestiere. Ciò non autorizza comunque a calpestare il precariato e lo sfruttamento di una cameriera, solo perché non è stata capace di “intrattenerle” (compito, comunque, non previsto).

La cosa più grave, aggiungo io, è che la reale preparazione e competenza della persona attaccata viene totalmente scavalcata, non considerata, sostenendo che se in fin dei conti lei si trova lì e non in una posizione professionale ritenuta superiore, è solo “colpa sua”, che non si è formata abbastanza o data da fare quanto serve, mica di chi l’ha piazzata lì.

Continua così Djarah Kan: “Dare la colpa a chi viene sfruttato e non a chi sfrutta è puro cinismo. Si chiama capitalismo, si chiama ingiustizia sociale e al posto di correre dal proprietario a lamentarvi della sua dipendente scostumata e poco incline al dialogo, avreste dovuto fare silenzio e magari chiedere alla ragazza quanto veniva pagata e da quante ore stava in piedi a correre tra un tavolo e l’altro. E anche delle scuse per averle rotto le scatole mentre faceva la schiava 2.0, sarebbero state ben accette”.

Ecco dove sta il problema: nel “se ti impegni ce la fai” ripetuto come un mantra, ormai, anche dai motivatori da quattro soldi o dagli influencer dell’università della strada, che non fanno altro che alimentare la malsana convinzione che il background socio-culturale, nonché economico, non conti nulla perché “ci si può sempre riscattare”.

Da qualunque condizione si provenga. Purtroppo, ahimè, non è sempre così e lo sappiamo benissimo, non importa nascere nella parte di mondo sbagliata per non avere gli strumenti adatti e comprendere che spesso (e non volentieri) la vita è tutto un gratta-e-vinci del successo.

La meritocrazia è l’obiettivo finale, certo, ma questo è ancora lontano dal regalarci una società giusta dove chi viene dal basso è in grado di rimboccarsi liberamente le maniche e “farsi da solo”, dove una donna non deve dimostrare il triplo per essere considerata al pari degli uomini, dove un operaio muore ancora per negligenza, dove una persona con disabilità viene considerata fortunata perché può stare a casa “con la pensione” (cinquecento euro, se va bene) e non ha bisogno di autodeterminarsi.

In pratica, in questo modo, viene giustificato lo sfruttamento perché se guadagni dieci euro l’ora dietro il bancone di un fast-food vicino casa, nonostante il Master e il Dottorato brillantemente conseguiti, è solo colpa tua e della tua svogliatezza, mentre i privilegiati, i figli di papà che non hai mai dovuto sudarsi le rate dell’Uni, possono dormire sonni tranquilli al pari degli sfruttatori capitalisti.

Chi se ne importa della classe sociale di provenienza, di quali diritti siano davvero garantiti e se si subiscano discriminazioni di qualsiasi tipo (ad esempio, Djarah conosce bene quelle legate al colore della sua pelle, che di certo non l’hanno agevolata sul lavoro).

Carlotta Vagnoli, influencer e attivista femminista, ribadisce che “Il settore dell’hospitality, in cui ho lavorato per gran parte della mia vita, è molto spesso non solo un covo di brutalità contrattuali (quando ci sono, i contratti) con orari da follia, alto rischio di infortunio e paghe ignobili ma è anche un settore socialmente svalutato e sottovalutato. Come se chi fa sala o banco fosse un servo o una foca ammaestrata. Come se fosse un lavoro disonorevole. Come se il cliente potesse comprarselo, il lavoratore che fa accoglienza e servizio al tavolo. Narrazioni così classiste rafforzano solamente questo stereotipo. E tutto ciò porta solo ad ulteriori svalutazioni del settore e ad ancora maggiori possibilità di sfruttamento. Parlare col proprietario del posto dicendo che la ragazza doveva fare di più perché non sapeva una storia mette inoltre a rischio la dipendente. Chi fa hospitality non è un circense. Un po’ di rispetto, soprattutto da chi è in cima alla catena alimentare”.

Per questo la storia di Imen Jane e della sua amica deve farci riflettere. Per far sì che i nostri figli non siano in preda ad ansie da prestazione incurabili se un giorno finiranno col guadagnare davvero pochi euro l’ora. Perché sogniamo una società empatica, capace di mettersi nei panni dell’altro, di chiedergli chi sia e da dove provenga, letteralmente.

Di farsi carico delle sue mancanze attraverso strumenti adeguati, che possano portare a cogliere occasioni e non a scavare voragini. Affinché l’arroganza di chi si crogiola dietro uno status economico affidabile sia spazzata via dalla voglia di comprendere, e perché no agire, in difesa dei più deboli e degli schiacciati da un mondo che ci vuole sempre al top per poterci riconoscere davvero. Questa sì che sarebbe una grande lezione di vita.

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