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Cara Malika, non ti perdono le bugie ma voglio provare a capirti

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Parto da un presupposto: a 22 anni ero probabilmente un grande scemo. Intendiamoci, questo non significa che fossi un idiota di prima categoria, oppure che oggi, sette anni dopo, sia diventato un perfetto genio. Ma sicuramente sono più maturo e consapevole di allora. D’altronde si sbaglia, si impara, si migliora tutti col tempo.

Faccio poi una seconda premessa, estremamente semplificata: quando è iniziato il mio percorso di lavoro online (parlo dell’attivismo che mi ha portato a fondare una onlus e a impegnarmi nel sociale), è stato da un giorno all’altro, di colpo, per una mia intuizione comunicativa diventata virale in tutta Italia, facendomi conoscere ai più che oggi leggono i miei articoli.

Se ripenso a quei giorni concitati, all’ondata emotiva e alla pressione mediatica nata con la mia campagna di sensibilizzazione, mi rivedo estremamente piccolo, fragile e vulnerabile. E non so ancora come io, ragazzino di provincia “stropicciato” dalla vita, sia riuscito ad affrontare il tutto senza uscirne schiacciato o, banalmente, senza far scemare entro qualche giorno tutta quell’attenzione, come accade per buona parte dei fenomeni social.

Avevo esattamente l’età di Malika Chalhy e, di quei tempi, oltre a un bellissimo ricordo di entusiasmo e trepidazione, sento ancora il peso di alcuni commenti che conservo nel pc, come ad esempio questo: “Sparirà all’orizzonte dei tanti fan quando andrà di moda il prossimo ‘caso umano’, più simpatico o strappalacrime di lui. Chi cerca la ‘simpatia’ al posto dei diritti umani è questa la fine che fa…”. Credo il primissimo caso di hater. Che emozione!

Vedere che, dopo tutto questo tempo, il mio attivismo non solo è proseguito ma, passo dopo passo, ha costruito una famiglia sempre più larga, coinvolgendola a pieno titolo nel mio lavoro, è forse la soddisfazione più bella che io possa dare a me stesso in risposta a chi, dal primo momento, ha pensato che cercassi solo visibilità per egoismo, anziché per reale difesa dei diritti di tutte e di tutti i più fragili.

Questa premessa noiosa mi serviva per spiegare, nel concreto, cosa pensi della piega che ha assunto la vicenda di Malika Chalhy, oggi più che mai presa di mira. E lo faccio con lo sguardo di chi, dal primo minuto, ha cercato a suo modo di aiutarla, credendo (come dovremmo continuare a fare) nel dolore della sua vicenda. Ma andiamo con ordine anche se non sarà semplice…

L’ingenuità e la leggerezza di Malika non le giustifico, soprattutto perché alcune sue bugie e incertezze nel rapportarsi coi giornali, coinvolgono il buon cuore di decine di migliaia di sconosciuti da ogni parte del Paese, che hanno donato il loro denaro, magari con qualche sacrificio, pur di combattere un’ingiustizia evidente, perché di questo si tratta tutt’oggi e ciò deve restare. Ora, invece, molti di loro chiedono legittima trasparenza quantomeno sull’utilizzo dei loro soldi, soprattutto per quanto riguarda l’ulteriore beneficenza che Malika aveva promesso di fare.

Certo, ognuno ha devoluto ogni centesimo senza alcun obbligo, in preda all’empatia senza nulla a pretendere, ma proprio a fronte di questo dovrebbe esserci stata la massima chiarezza, senza lasciare spazio a equivoci o prestare il fianco alla politica più becera, soprattutto se si sono fatte, appunto, promesse solidali che sarebbe davvero brutto non mantenere.

Ho però iniziato questo articolo descrivendo le sensazioni di quando, io per primo, sono stato sbattuto sulle prime pagine dei giornali, per dire che sì, non assolvo proprio tutto il caos che si è alzato, fumoso e rattoppato, ma un pochino lo posso capire. O meglio, comprendo che non sempre e non tutti abbiano gli strumenti sociali e culturali per potere e sapere gestire una situazione cento volte più grande, soprattutto se si proviene da quella stessa periferia che ci ha donato, oltre che una vita difficile per motivi diversi, minori opportunità di connessione con quel mondo che finalmente ha preso ad ascoltarci, facendoci sentire un Pinocchio qualunque nel paese dei balocchi.

Malika si è ritrovata, a soli ventidue anni, dall’avere niente (a parte un impiego rispettabilissimo di operaia) – e questo, ripeto, non dev’essere messo in discussione – all’avere comunque molto, se vogliamo rimetterci alla mera lente superficiale ed economica in grado di considerare solo il conto in banca, i selfie con i nuovi amici Vip e le ospitate in televisione.

Scrivo questo perché, di fatto, c’è anche da stabilire cosa sia “molto”: per quanto mi riguarda, preferisco tenermi la mia famiglia, che amo piuttosto che dirle addio in cambio di 140.000 euro e 96.000 follower su Instagram, e voglio sperare che anche Malika Chalhy avrebbe preferito questo, se avesse potuto scegliere, anziché sfrecciare su una Mercedes rischiando il linciaggio del web, ma magari non è per tutti così.

Come per chi la attacca più di ieri, dicendo che è stata tutta una messa in scena o che abbia esagerato il suo dolore per muovere a compassione quando, in realtà, secondo costoro, non gliene fregherebbe niente dei genitori.

Detto ciò, secondo me, è chiaro il suo diritto, oltre che a spendere le donazioni ricevute nel modo che preferisce purché le serva davvero a rifarsi una vita, di dimostrarsi una ventiduenne come tante e tanti, impreparata a gestire notorietà e relazioni pubbliche: fantina di un cavallo imbizzarrito, domabile soltanto da chi ha dimestichezza con certi meccanismi.

Perché Malika aveva tra le mani un’occasione di riscatto unica: l’amore degli italiani che si sono commossi per lei (quasi tutti); una visibilità pubblica che avrebbe potuto spendere come un’importante moneta per veicolare messaggi sacrosanti; un giro di contatti utili, di personaggi famosi, in continua crescita; la presenza radicalizzabile all’interno delle tv nazionali; la possibilità di fondare, come si dice voglia ancora fare, un’associazione per dare voce a chi ha lo stesso trascorso.

Insomma, Malika aveva tutte le carte per diventare una rappresentante/influencer giovane, fresca e “pop” della comunità LGBTQ+. La voce di cui ci sarebbe stato bisogno per un’ulteriore spinta dalla parte dei diritti, e non solo quando c’è da parlare del giustissimo Ddl Zan al Pride. Tutto questo, però, non lo ha fatto. O meglio, qualcuno le ha fatto sgambetti e l’ha fatta inciampare, altre volte si è evidentemente complicata i passi da sola (inspiegabili, ripeto, alcune sue presunte bugie o ambiguità).

Così si è permesso all’opinione pubblica di sporcare un’occasione incredibile, che avrebbe potuto aiutare molte persone attraverso la propria storia, un po’ come ho fatto io riguardo i temi dell’accessibilità e dell’inclusione nel 2014. E il confronto lo faccio affinché sia chiaro che non sono stato più bravo di lei, che non merito un applauso o riconoscenza a vita.

È proprio questo il punto. Io, forse, sono stato solo più fortunato per aver studiato e iniziato a lavorare in certi ambiti, che poi erano il mio obiettivo nella vita, vivere di scrittura e di azione politica, ancor prima che l’ondata mi travolgesse, mentre Malika no.

Lei, forse, nella vita avrebbe voluto fare altro e un comunicato stampa, tre mesi fa, probabilmente non sapeva nemmeno come si facesse. E come lei tantissimi altri sarebbero stati sicuramente incapaci di gestire uno tsunami di questa portata, dove le emozioni si intrecciano ai tecnicismi, ai procedimenti, ai rapporti da rispettare e ai “funziona così” di un certo mondo che solo chi ci sguazza da tempo (spesso nella melma) può comprendere.

L’acquisto della Mercedes e del cagnolino di lusso, raccontati da Selvaggia Lucarelli su TPI, sono una scelta che non avrei mai fatto e che di certo non condivido, ma che non possiamo condannare a priori: una donazione, appunto, resta una donazione. Non si fa un regalo e poi lo si riprende indietro. Ma le bugie dettate dalla “confusione” sono una delusione che nessuno dei sostenitori si merita, ma che soprattutto non si merita chi verrà dopo, che avrà bisogno esattamente come bisogno ne ha avuto Malika, e che allo stesso modo chiederà aiuto, in buona fede come (ripeto, non voglio dubitarne) in buona fede lo è stata lei, solo che stavolta troveremo un’Italia più incattivita, sfiduciata, diffidente di fronte all’ennesima raccolta fondi.

Un’Italia non più pronta a mettere 140.000 sul tavolo nel giro di una settimana. E questa è una sconfitta per tutti, anche per Malika, che ha sofferto e che, probabilmente, continuerà in parte a soffrire, perché quando hai spezzato la corda ogni minimo passo falso sembrerà per sempre un enorme scivolone agli occhi di molti.

Ecco, Malika, quando ho contattato il tuo sindaco e mio amico Alessio Falorni, per sapere come tu stessi e di cosa avessi bisogno, per capire come avrei potuto darti utile visibilità, l’ho fatto perché, come migliaia di italiani, ho pensato che i messaggi vocali che tu hai ricevuto e che noi potremmo ormai ripetere a memoria, fossero il torto peggiore che un figlio potesse ricevere.

L’ho pensato, lo penso tutt’ora, lo penserò sempre e per questo lo rifarei altre mille volte. Un dolore che non ti sei meritata e che spero tu possa metterti davvero alle spalle, un giorno. Così come continuerò a credere che tu, di questo secondo round, sia una grande vittima.

Sei stata preda dei tuoi ventidue anni e di chi, probabilmente, non ha saputo consigliarti per il tuo bene, ad esempio ricordandoti che, per il momento, una Panda avrebbe destato meno polemiche rispetto a una Classe A, anche se costava solo qualche migliaio di euro in meno, o che un cagnolino preso da un canile sarebbe stato eticamente più giusto, e perché no, cinicamente, avrebbe fatto “personal branding” e più like.

Di chi non ha messo un freno al tuo entusiasmo rendendo la speranza per un nuovo, legittimo, futuro, un’arma a doppio taglio, portandoti a scelte che, dicevo, non condividerò mai, ma che restano comunque tue e non dovrebbero riguardare altri… Tranne quelle di mentire.

Ecco perché, cara Malika, ti auguro, stavolta sì, la migliore delle ripartenze. Perché nei tuoi panni ci sono in minima parte stato, e so che certi errori, non tutti gli errori, sono fatti per cattiveria. È che quando la vita ti strappa molto ci vuole un gran coraggio a evitare gli “sfizi”, a non ascoltare il richiamo impulsivo di certi sogni, ad andare dritti per i propri principi senza concedersi un giro largo, un “ma sì, dai, che male faccio” di troppo.

Per questo non ti posso perdonare tutto, ma ho voluto capirti. Perché ci abbiamo creduto in tanti e ci ha deluso la mancata fermezza di alcune scelte. Ma si è sempre in tempo per rimediare: hai ventidue anni, una vita davanti, un sacco di bene da poter restituire. D’altronde si impara, si sbaglia, si migliora col tempo. E non c’è modo migliore di questo per toglierci ogni dubbio. Forza Malika, diventa grande adesso.

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