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Coronavirus, le goccioline infette di uno starnuto possono arrivare fino a 8 metri di distanza: lo studio

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 1 Apr. 2020 alle 12:27 Aggiornato il 1 Apr. 2020 alle 13:36
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Immagine di copertina

Quanto dura uno starnuto e dove arriva? Può sembrare una domanda stupida ma in questo periodo di grande emergenza dovuta al Coronavirus, sono domande fondamentali.

Il Corriere ha reso noto uno studio pubblicato su Jama, una rivista medica peer-review pubblicata 48 volte l’anno dall’American Medical Association, che illustra la permanenza in aria e la distanza percorsa dalle goccioline di saliva (aerosol) emesse con uno starnuto da pazienti che possano trasmettere malattie infettive come l’attuale COVID-19.

La doverosa premessa di questa ricerca condotta da Lydia Bourouiba del Massachusetts Institute of Technology MIT di Cambridge è che la comprensione della trasmissione aerea di queste malattie si basa su un modello sviluppato negli anni Trenta che, per gli standard moderni, sembra – dice l’esperta – eccessivamente semplificato. Risale agli studi sulla tubercolosi che avevano distinto le goccioline respiratorie in “grandi” e “piccole”. È una distinzione che ancora oggi rimane al centro dei sistemi di classificazione delle vie di trasmissione delle malattie respiratorie adottati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e da altre agenzie.

Lo studio

“Recenti lavori hanno dimostrato che le esalazioni, gli starnuti e la tosse non consistono solo di goccioline a corto raggio ma sono principalmente costituiti da una nuvola di gas (un soffio) che intrappola e trasporta al suo interno le goccioline stesse. Lo studio calcola che, date varie combinazioni che comprendono la fisiologia di un singolo paziente e le condizioni ambientali, come umidità e temperatura, la nuvola di gas e il suo carico di goccioline patogene (che possono essere sia grandi sia piccole) possono spostarsi fino a 7 – 8 metri di distanza”, riporta il Corriere.

Uno studio cinese ha mostrato che particelle di Coronavirus venivano rinvenute nei sistemi di ventilazione delle stanze d’ospedale dei pazienti con COVID-19. E questa ipotesi è più coerente con l’idea della nuvola di gas che trasmette la malattia, perché spiega come mai le particelle di virus vitali possono percorrere lunghe distanze. Non è noto se poi possano contagiare effettivamente una persona.

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