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Storia di Erika Borellini, che non può iscriversi alla Magistrale “perché ha 84 e non 85”. La sua ‘colpa’? Assistere la madre malata

TPI DENUNCIA (di C. Mastronicola): Sono sei anni che Erika Borellini accudisce la madre, 53 anni, costretta a letto dalla malattia. E, proprio per questo, si è laureata con 84, anziché 85, voto che oggi le viene richiesto per potersi iscrivere a un corso di Laurea Magistrale dell'Università di Modena. Ateneo contro il quale combatte una battaglia da gennaio. Persino il ministro dell'Istruzione si è mosso per sostenere la sua candidatura, ma un cavillo burocratico universitario le impedisce ancora oggi di iscriversi e studiare

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 14 Nov. 2019 alle 17:14 Aggiornato il 14 Nov. 2019 alle 22:08
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Erika Borellini

Erika Borellini: la storia della ragazza che non può iscriversi alla Magistrale per colpa di un voto di laurea troppo basso

Erika Borellini ha 25 anni e da sei accudisce la madre, da quando una emorragia cerebrale l’ha costretta a una vita diversa da quella che conduceva prima, ma non per questo meno felice. A pensare a lei è proprio Erika, che tutte le mattine si alza di buona lena alle 6.30, fa fare un po’ di ginnastica alla mamma e si occupa della sua igiene.

“Facciamo colazione, lei con il sondino. Poi preparo tre bicchierini con le medicine e la quantità di acqua giusta per la signora che accudisce mamma quando non ci sono, così non deve pensare a nulla se non a somministrargliele. Mi vesto e vado a studiare”. Erika ha conseguito la laurea triennale in Ingegneria Elettronica all’Università di Modena, dove sperava di poter conseguire anche quella Magistrale. Qualcosa però è andato storto.

Per qualcuno è semplice burocrazia, per lei è un’ingiustizia vera e propria. È per questo che Erika, col cuore gonfio di dispiacere e un orgoglio che non è disposta a scalfire, ha avviato una vera e propria battaglia contro la sua università che non le permette di finire gli studi perché il voto con cui si è laureata non è abbastanza alto. Per l’Università di Modena l’ammissione al ciclo magistrale è vincolato dal voto minimo di 85/110. Erika ha preso 84.

In quel misero punto si consuma tutta l’ingiustizia di una storia che va avanti da mesi. In quel misero punto si condensa tutta la vita di Erika spesa a metà, tra la vita da studentessa e quella da caregiver. Una condizione, questa, che ha pesato tanto, tantissimo sull’esito del voto della triennale: “La mia non è una condizione come tutte le altre, non è paragonabile nemmeno a quella di uno studente lavoratore. Io non ho orari, mia madre può avere un problema in qualsiasi momento e io devo correre da lei”.

Per questo Erika a gennaio scorso ha chiesto che la sua università facesse un’eccezione, riconoscendo la sua condizione particolare. “Mi dovevo ancora laureare, mi faccio due conti e capisco che non sarei arrivata a 85 e così non sarei entrata alla Magistrale”. Erika si attiva subito: invia una mail al direttore del suo corso spiegando la situazione e allegando i documenti in cui il Tribunale conferma che lei è amministratore responsabile di sua madre, oltre a quelli sulle condizioni di salute. Ma non solo: Erika allega anche quella documentazione in cui è scritto nero su bianco che grazie a lei, grazie alla sua presenza e al lavoro a casa, la madre ha fatto dei miglioramenti.

La palla passa dal professore – impossibilitato a fare le deroghe – al rettore. “Lì si aprono lunghi mesi di attesa. A me non viene data una risposta, nonostante il professore insistesse con la segreteria del rettore per avere un responso”, spiega Erika.

Nel frattempo Erika decide di scrivere direttamente al rettore, senza esiti positivi. La 25enne aspetta giugno e contatta ancora il professore, che solo ad agosto le annuncia che era stata convocata per la risposta:”Unimore deve respingere la sua domanda per non ledere uno dei pilastri fondamentali dell’università, ovvero che deve trattare gli studenti in modo uguale, non può fare discriminazioni”.

La decisione dell’università pesa come un macigno sulle spalle di Erika. Hanno parlato di discriminazione, come se Erika potesse essere in quel modo privilegiata rispetto ad altri studenti: “Se volete dividere i privilegi, fate pure”, ha detto Erika arrabbiata con una decisione che non aveva nulla di umano.

Ma la giovane studentessa non si è arresa: “Non c’era nessun documento che certificasse che la mia domanda fosse stata rifiutata, ho pensato di rivolgermi al difensore civico Unimore. Ho presentato un’istanza, perché in Emilia Romagna esiste una legge a favore dei caregiver che dice che dovrebbero essere facilitati all’interno delle attività lavorative. L’università è come un lavoro, quindi ci sarebbe anche una legge a cui appigliarmi. Loro in concreto mi rispondono che i documenti erano validi, ma non potevano farci niente”.

Il suggerimento che arriva a Erika è di rivolgersi al Tar, ma la strada sarebbe stata troppo lunga e così la ragazza inizia a studiare il regolamento, che però dà spazio solo agli studenti lavoratori. Loro possono iscriversi all’università con un part time, formula troppo limitante per Erika, che, alle prese con la malattia della mamma, non ha la certezza di poter dare tutti gli esami nel tempo stabilito.

A questo punto dell’intricata vicenda entrano in scena i compagni di università di Erika, convinti che l’amica e collega meritasse quanto loro (e forse anche di più, viste le difficoltà e la volontà cieca di tenersi al passo con gli altri) di frequentare il corso magistrale. Hanno lanciato una raccolta firma, ma coltivarla dentro l’università è stata una vera e propria impresa. “Non eravamo strutturati bene e così la cosa è un po’ decaduta, finché un amico di famiglia ci ha parlato di Change.org e abbiamo lanciato la petizione”, continua Erika, che al tempo era profondamente demoralizzata, sentendosi in un pantano da cui uscire sembrava impossibile.

L’aiuto è arrivato anche da una giornalista locale: ha raccontato la storia di Erika che in poco tempo è rimbalzata da un giornale all’altro finendo sotto l’attenzione dei media nazionali. La politica, a quel punto, non ha potuto più ignorare il problema di Erika, che era quello di tanti altri caregiver in Italia. La senatrice Cinque Stelle Maria Laura Mantovani la contatta, dicendole che avrebbe fatto una interrogazione parlamentare sul suo caso.

Da lì tutto è cambiato. Su Erika si sono accesi i riflettori e la sua vicenda, in cui si riconoscevano in molti, finisce al centro del dibattito politico e mediatico. La 25enne racconta emozionata il momento in cui, negli studi Rai, ripeteva tra sé e sé il discorso che avrebbe dovuto fare davanti alle telecamere: “Avevo raggiunto quasi 100mila firme. Mi sentivo sulle spalle la responsabilità di tutte quelle persone che avevano il mio stesso problema. Mi avevano scritto in molti, dicendomi che, al contrario di me, non avevano avuto la possibilità di portare avanti questa battaglia e avevano dovuto abbandonare l’università o lasciare il proprio familiare per continuare il percorso di studi”.

“Non ero solo lì per me”, continua Erika, che ripensa a quel momento e si sente che sorride, felice di essere diventata la voce di molti. In quel momento si attiva una staffetta incredibile: i ragazzi di Change.org da una parte, ma anche i ragazzi del Comitato per la valorizzazione del dottorato. Una staffetta che è arrivata fino al ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Il ministro dice a Erika, tramite un videomessaggio, che vuole far qualcosa per gli studenti caregiver, partendo proprio dalla sua storia. Tutti hanno cantato vittoria, tranne Erika, che, prudente dopo tutte le vicissitudini, ha preferito attendere la risposta ufficiale del rettore. L’unica risposta arrivata dall’università era che ci sarebbe servito del tempo per sbloccare tutto. Ma il 20 dicembre, data in cui si chiudono le iscrizioni per quest’anno, è dietro l’angolo ed Erika non può più aspettare.

La beffa arriva quando, lo scorso giovedì 31 ottobre, il rettore conclude il mandato e ne subentra uno nuovo. Erika chiede immediatamente un appuntamento con lui, ma la rimbalzano per giorni in assenza di una “agenda nuova”. Dopo diversi giorni, Erika è riuscita ad ottenere un appuntamento con il rettore per il 15 novembre ed è positiva sull’esito dell’incontro: “Non sarà quello risolutiva, ma si parlerà delle procedure e del percorso da fare”.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Il primo rettore ha tirato la faccenda per le lunghe, probabilmente per non creare un precedente; sul secondo Erika aspetta a dare giudizi e spera che guardi al suo caso proprio per creare un precedente a cui gli altri caregiver possano aggrapparsi un domani. Intanto, la storia di Erika ha fatto il giro d’Italia e alcuni atenei si sono proposti di ospitarla e farle frequentare la Magistrale. “Ma io voglio entrare nella mia università, non scherziamo. Se io faccio tanto per riuscire a ottenere la deroga, gli altri studenti si potranno appigliare al mio caso”, spiega Erika.

All’inizio i caregiver sono fragili, continua Erika con la voce ferma, “ma quando arrivi a sei anni come me, diventi una persona forte. Ne hai viste di tutti i colori, impari a parlare con i medici e a capire quando qualcuno cerca di fregarti”, continua la 25enne con una saggezza che non si addice alla sua età.

“Rifarei tutto da capo. Un voto di laurea non vale la salute di mia mamma”, dice lei decisa. “Mia madre ha fatto passi da gigante grazie alla mia presenza a casa. I medici mi avevano detto che non avrebbe mai più mangiato se non con il sondino, invece oggi mangia anche omogeneizzati”. Erika continuerà la sua battaglia e la vincerà, intanto la vittoria più grande è quella di vedere sua madre sorridere in silenzio, con gli occhi e col cuore.