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Il sociologo De Masi a TPI: “Il nostro modello economico ci nega la felicità”

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Illustrazione di Luca Soncini

Il modello economico sociale inseguito negli ultimi 50 anni ci ha fatto diventare più scontenti, insoddisfatti, tristi. L'intervista al sociologo sul nuovo numero del settimanale di The Post Internazionale - TPI, in edicola da venerdì 3 giugno

In che modo economia e felicità sono legate? Esiste un modello economico che ci permetterebbe di essere più felici come comunità? Ad affrontare la questione è Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, che ha di recente pubblicato con Einaudi il pamphlet “La felicità negata”.

Professore, perché ha deciso di puntare sulla felicità, sin dal titolo?
«Oggi è quasi un concetto tabù. Si parla di benessere, intendendo soprattutto quello economico, si parla di progresso, di sviluppo. Ma poi bisogna dire la verità: la felicità è lo scopo finale di tutti noi. Vogliamo essere felici, o meno infelici possibili. E allora penso che l’economia politica dovrebbe occuparsi soprattutto della felicità».

In che modo?
«Per essere il più possibile felici abbiamo bisogno almeno di una base minima. Se abbiamo mal di denti e non abbiamo i soldi per curaci, come possiamo essere felici? Allo stesso modo non possiamo esserlo se non riusciamo a nutrire i nostri figli. E oggi più di un miliardo di persone al mondo non sa se la sera i propri figli potranno magiare o meno».

All’inizio del libro lei cita Marx che, riprendendo le parole di Smith, parla dell’infelicità come scopo dell’economia politica.
«Sì, comincio e chiudo il libro con due frasi di Marx. Nell’ultima, cui tengo moltissimo, Marx dice che anche una persona felice sarebbe infelice se intorno a sé avesse persone infelici. Come può una persona ricchissima essere felice in un Paese del terzo mondo? Oppure un oligarca in Russia, dove il Pil è bassissimo? Per Marx solo chi ha reso molte persone felici è veramente felice. Così si chiude la parabola del libro».

Una felicità condivisa, dunque.
«Sì, ma intanto che non sia solo una felicità immaginaria. Mozart ad esempio diceva che la felicità è immaginazione. Però secondo me abbiamo bisogno delle basi materiali della felicità. Questa può essere ricercata solo dopo un minimo essenziale».

La sussistenza minima.
«Minima ma sicura. Non parlo di macchine di lusso o cene a tre stelle. Bisogna essere sicuri che domani si potrà mangiare e potranno mangiare i propri figli. Il minimo relativo è necessario per la felicità, e ad assicurarcelo è proprio l’economia».

Anche i ricchi però possono essere infelici.
«Sì, ma essere felici essendo poverissimi non è possibile. È contraddittorio che oggi ci siano così tanti poveri, perché la ricchezza complessiva a livello globale consentirebbe, se divisa equamente, a tutti gli abitanti della Terra di avere circa 18mila dollari all’anno. È una somma su cui può contare la borghesia dei Paesi ricchi, tutti potremmo vivere degnamente».

Il problema sono le forti disuguaglianze.
«In questo momento le otto persone più ricche al mondo hanno la ricchezza di mezza umanità, ovvero di oltre 3 miliardi e mezzo di persone».

Perché si è creata questa situazione secondo lei?
«A causa dell’economia neoliberista, che è interamente basata sull’ineguaglianza e sul fatto che i migliori possano arricchirsi all’infinito. Per “migliori” si intendono i più intraprendenti, e spesso anche i più spregiudicati».

L’ineguaglianza è cresciuta durante la pandemia.
«Sì, i miliardari sono aumentati enormemente. Pensi che solo quel che Jeff Bezos ha guadagnato in più durante la pandemia basterebbe per garantire tre dosi di vaccino a tutta l’umanità. Significa che c’è qualcosa che non funziona».

Nella prima parte del libro lei mette a confronto la Scuola di Vienna, che puntava a rielaborare il liberismo economico, con la Scuola di Francoforte, nata per sviluppare il pensiero di Marx. La seconda però fallì il suo scopo.
«Entrambe riuscirono a rielaborare le ideologie da cui ebbero origine, almeno a livello teorico. Ma la Scuola di Vienna riuscì anche a tradurre il neoliberismo in pratica».

In che modo?
«I suoi componenti partivano dal punto di vista che il comunismo stava vincendo, perché negli anni Trenta un po’ in tutti i Paesi d’Europa c’erano governi socialisti. Ludwig von Mises espresse i suoi dubbi in una lettera che riporto nel libro. Si chiedeva come potessero vincere degli operai, contro di loro, colti professori universitari. La risposta che si diede fu che i comunisti avevano un testo teorico di base, “Il Capitale” di Marx. La borghesia stava perdendo, invece, perché in quel momento non poteva contare su una base teorica altrettanto robusta. Da qui l’idea di dotarla di uno strumento teorico potente come quello marxiano».

E ci riuscirono?
«Sì, in qualche modo. E andarono anche oltre. Capirono che affermare il proprio pensiero economico bisognava conquistare tutti i posti di comando dell’economia: le presidenze delle banche, i ministeri della finanza, le direzioni generali delle Camere di commercio. Ovunque si prendevano decisioni economiche piazzarono alcuni di loro, o persone che la pensavano come loro. Organizzarono anche la diffusione del loro pensiero, scrivendo libri divulgativi, come fece Friedrich von Hayek con un libro che fu venduto in milioni di copie. Oppure incontri come il World Economic Forum di Davos, che si è tenuto anche pochi giorni fa, e che nacque proprio da von Hayek e dai neoliberisti, con la Mont Pelerin Society. Quindi cominciarono a organizzare club, convegni in tutto il mondo, diventò una specie di grande massoneria. Fino a quando non riuscirono a convincere il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e la premier britannica Margaret Thatcher ad abbracciare totalmente le loro teorie».

Lei racconta anche la trasferta cilena degli economisti della Scuola di Vienna. Cosa accadde?
«Nel Cile di Augusto Pinochet la Scuola di Vienna sperimentò dal vivo le proprie teorie. E coloro che si ribellarono furono fatti uccidere dal dittatore. Un ministro di Allende, Orlando Letelier, fu assassinato con una bomba piazzata nella sua automobile».

Gli economisti della Scuola di Vienna non si posero il problema etico di collaborare con una dittatura?
«Assolutamente no, né von Mises né von Hayek. Anzi, il secondo addirittura consigliò alla Thatcher di usare gli stessi metodi di Pinochet anche in Inghilterra. Un cinismo incredibile».

Come se la limitazione delle libertà fosse indispensabile per avere il progresso cui loro puntano.
«Sì, ma non per tutti. Loro puntavano soprattutto sulla meritocrazia: pensavano che alcuni meritassero la ricchezza. E se ciò comportava che molti altri vivessero in povertà, poco male».

Dall’altro lato c’è la Scuola di Francoforte.
«Questo è il primo libro che mette a confronto le due scuole, non era mai stato fatto. Quasi come se la sinistra si vergognasse, non saprei. Io credo che la Scuola di Francoforte abbia teorizzato delle cose importantissime. Il concetto di industria culturale è straordinario e ci ha consentito di capire tante cose, in primis che oggi non è con le fabbriche che si assume il potere. Esso è in mano a chi possiede le televisioni, le finanze, i beni immateriali. Nel secondo capitolo della Dialettica dell’Illuminismo, Adorno e Horkheimer fanno l’analisi di come diventa alienante il cinema, la musica. Mentre Marx analizzava il lavoro dell’operaio, del tornitore, loro si occupano di quello dell’attore, del giornalista, cioè dell’industria culturale».

Quindi ci hanno lasciato delle intuizioni importanti?
«Chi è di sinistra come me deve essere molto grato a quello che hanno scritto. Purtroppo però non hanno inciso sulla traduzione delle idee in vita concreta».

Quale fu la ragione di tale fallimento?
«Un proverbio napoletano dice che “la lepre vince sul cane perché corre in proprio”: se è acchiappata ci rimette la pelle, mentre il cane corre per conto del cacciatore. La Scuola di Vienna corre in proprio: erano ricchi e si preoccupavano della ricchezza dei ricchi, invece alla Scuola di Francoforte erano ricchi che si occupavano della povertà dei poveri. Tuttavia, lo fecero con troppa puzza sotto il naso. Non militarono mai nei partiti di sinistra, nei sindacati».

Non si sporcarono le mani.
«Esatto».

Pensa che la sinistra di oggi commetta lo stesso errore?
«Non c’è dubbio. Oggi la sinistra ha addirittura abbandonato i deboli. Se per sinistra intendiamo il Pd, quando era segretario Renzi ha addirittura abolito l’articolo 18, la più grande conquista dei lavoratori italiani, con il Jobs Act ha distrutto l’impalcatura dello Statuto dei lavoratori e ha aperto l’economia al neoliberismo, come aveva fatto Draghi negli anni Novanta con le privatizzazioni, che in dieci anni hanno tolto allo Stato le redini della politica economica».

Lei cita il discorso di Draghi sul Britannia, il 2 giugno di trent’anni fa. Cosa possiamo dire a trent’anni di distanza?
«Che le privatizzazioni proseguono. Proprio pochi giorni fa hanno privatizzato un altro pezzo dell’Eni. Draghi era il campione neoliberista, mandato in Italia proprio dai poteri neoliberisti, dal Fondo Monetario Internazionale, dove lavorava. Per loro l’Italia era uno scandalo, c’erano l’Iri, l’Eni e le altre aziende in mano allo Stato, che così conduceva la sua politica economica. Fin quando c’è stata la presenza dello Stato nell’economia il nostro Pil cresceva del 5 per cento l’anno, dopo le privatizzazioni la crescita è scesa all’1 per cento e anche meno. Siccome erano tutte aziende a partecipazione statale, che non potevano essere vendute, Giuliano Amato in una notte le trasformò tutte in società per azioni, rendendole vendibili».

Neanche la sinistra si oppose.
«In quei dieci anni, dal 1991 al 2001 ci furono nove governi, di questi due furono governi Prodi, uno D’Alema, uno Amato. Ci furono cinque governi di sinistra, eppure fecero le liberalizzazioni. Il trionfo dei neoliberisti fu di aver fatto fare una cosa di destra ai presidenti del Consiglio di sinistra»…
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