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Come uscire dalla psicosi del Coronavirus: intervista al sociologo Andrea Fontana

Dalla foto con la mascherina del Presidente della Lombardia allo scontro Burioni-Gismondo: il sociologo della comunicazione analizza un Paese letteralmente sotto shock

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 3 Mar. 2020 alle 13:11
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Immagine di copertina
Credit: Ansa

La psicosi del Coronavirus? È un’ipnosi che ci siamo autoinflitti e dalla quale possiamo uscire, anche attraverso una comunicazione più equilibrata e più capace di gestire le emozioni. A sostenerlo è Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, docente all’Università di Pavia e allo Iulm, nonché Presidente di Storyfactory. Con lui abbiamo approfondito lo smarrimento dei cittadini di fronte a uno scenario traumatizzante e a scelte comunicative discutibili come l’ormai celebre foto del suo omonimo Fontana, Presidente della Lombardia, con la mascherina sul volto, ma anche i maglioncini rassicuranti di Conte.

Come si può voltare pagina, dopo uno shock come quello derivante dal Coronavirus e della sua narrazione?

“Ascoltando e parlandone. Elaborando lo shock e cercando di capire cosa è successo. Dal 21 febbraio al 26 febbraio 2020 ci siamo auto-inflitti un’ipnosi potente – al di là dei fatti oggettivi che stavano avvenendo – che ci ha spinto in atteggiamenti psicotici fino agli attuali danni economici. Dai titoli dei giornali agli studi televisivi vuoti, dalla ‘conta delle morti’ al mostro invisibile che si insinua nelle nostre vite, ci siamo ritrovati in una sceneggiatura da film dell’orrore. Così, spaventati e disorientati, abbiamo ‘assaltato’ supermarket, fatto razzia di mascherine, pagato a peso d’oro gel sterilizzanti. Abbiamo vissuto, quella che Ernesto De Martino, chiama apocalisse culturale: un cambio radicale di vita. Che può essere anche un’opportunità. Adesso per gestire questo trauma dobbiamo modificare la ‘cornice narrativa’, cioè trovare un frame (‘cornice’) diverso del racconto pubblico e privato. Cambiare il punto di vista con cui riportiamo l’evento: cosa è successo, perché è successo, quali conseguenze, etc. Devo dire che sta già succedendo nel discorso pubblico: i media mainstream hanno modificato toni, parole e immagini. Per esempio, dal ‘numero dei decessi’ si è passati a chiarire il quadro clinico dei contagiati, e a fare il calcolo dei guariti. Tutti sono chiamati a fare questa operazione di re-framing, rimessa in cornice: dalle Istituzioni alle aziende, dai media ai cittadini”.

Quali sono le responsabilità dei mass media nella creazione di quella che Luca De Biase ha definito “una narrativa tragica”?

“I media maintream hanno avuto un grande peso nella costruzione di questo ‘racconto nocebo’ o narrazione negativa. Hanno costruito uno ‘storiverso’ angoscioso, cioè un universo di contenuti e informazioni fatto di metafore, allegorie, simboli, parole e immagini votate alla sciagura e alla calamità che ha distorto la percezione del reale. Siamo finiti in un campo di realtà alterato da un racconto distruttivo. E questo ancora prima che il virus arrivasse in Italia. Poi una volta qui, ha preso forma e forza una sceneggiatura funesta che ha traumatizzato la collettività e creato danni reputazionali ed economici. Una grande lezione su cosa non deve più succedere e su come tutti i media aiutano a costruire o distorcere il reale quotidiano”.

E quali sono, invece, le responsabilità dei politici?

“L’altra faccia della medaglia. In momenti di emergenze così grandi ci vuole una guida chiara e sicura che sappia dettare l’agenda della crisi. Invece politici e media mainstream si sono rinforzati a vicenda nel diffondere informazione distorta a livello emotivo. Se TV e stampa mettevano in cornice la ‘sciagura’, i politici la interpretavano sulla scena pubblica, fortificandola e rendendola reale. Tra l’altro con un atteggiamento piuttosto paternalistico di un’Italia che fu. Per esempio il Premier Conte che è andato in TV tantissime volte, soprattutto tra sabato 22 e domenica 23 febbraio 2020 con messaggi e atteggiamenti rassicuranti (con i golfini blu e grigi) completamente in distonia con le decisioni che il suo esecutivo stava prendendo e attuando. È chiaro che se affermi ‘mettiamo in quarantena oltre 60.000 persone, ma non preoccupatevi, va tutto bene’ stai generando una dissonanza cognitiva grandissima. E poi i vari Presidenti di Regione che facevano dichiarazioni e agivano comportamenti completamente in negazione col Governo. Uno spettacolo di leadership confusa e solitaria che non ci meritavamo. Ma sappiamo che il ‘fare squadra’ in Italia non è mai stato lo sport nazionale. Ma dobbiamo impararlo per affrontare le prossime sfide che ci attendono, in primis quella economica”.

A proposito di Presidenti di Regione, l’immagine del suo omonimo Fontana con la mascherina è diventata una sorta di icona del caos italiano: lei cosa ne pensa?

“In una società iperconessa e completamente narrativizzata (dove tutti raccontano di tutto) un politico oggi deve sapere che qualsiasi suo gesto, parola, comportamento sarà ripreso per essere ri-raccontato e contro-narrato. Mi pare che questo atteggiamento trasmetta esattamente la non completa consapevolezza di quanto il gioco tra frame e reframe sia rilevante per il discorso pubblico. Una mascherina verde indossata dal Presidente della Regione più colpita dal virus, nel momento di maggior picco emotivo, che risultato può dare?”

Lei ha parlato di “schizofrenia” tra immagini rassicuranti e immagini ansiogene: ma è un normale effetto della mancanza di conoscenza nei confronti del virus che ci troviamo ad affrontare o c’è dell’altro?

“Sicuramente alcuni errori sono fisiologici quando si deve affrontare un evento sconosciuto. Ma questo evento ha messo in evidenza quanto poco preparati siamo in Italia ad affrontare reali emergenze critiche. Dobbiamo crescere in termini di gestione psicologica, sociologica e comunicativa delle emergenze a livello nazionale. E dobbiamo farlo perché – come dicono tutti i trend – siamo entrati in un’era di cambiamenti radicali (ambientali, politici, economici, sanitari, etc) che vedranno iper-sollecitati gli Stati. Mi auguro che i nostri leader politici attivino task force permanenti capaci di gestire le prossime grandi sfide”.

Lei ha citato anche “Lo stato d’eccezione”, che nella visione del filosofo Giorgio Agamben è il potenziale preludio a una svolta autoritaria della società: questa esperienza ci sta insegnando qualcosa, da questo punto di vista?

“Molti studiosi, non solo Agamben, da anni stanno mettendo in guardia dalle svolte autoritarie nelle democrazie occidentali. Non è una cosa nuova, dal ‘Terrorismo internazionale’ al ‘Virus mortale’ i motivi per spargere paura e attraverso la paura richiedere ‘piena autorità’ è un vecchio gioco del Potere. Si sa che un collettivo impaurito e sotto effetto panico non pensa e può essere controllato perfettamente. Il problema è – dopo l’emergenza – tornare alla normalità pre-eccezione. E questo dipende dalla consapevolezza di tutti noi: cittadini, media, comunità… chiedere e fare pressione per il ripristino dei diritti democratici”.

Come è possibile giungere a un approccio meno emotivo sul tema, se anche la scienza (come dimostra lo scontro Burioni-Gismondo) ha una visione chiara e univoca?

“Non è possibile. Al contrario, dobbiamo imparare a gestire le emozioni nel dibatitto pubblico, cercando di capire che sentimenti positivi piuttosto che negativi fanno parte ormai della costruzione del realistico: il racconto mediato della realtà. Viviamo in una società polarizzata a livello emotivo, sfiduciata dai messaggi razionali delle Istituzioni anche scientifiche, che non crede al racconto ufficiale del potere (e la scienza per diverse ragioni viene associata al potere istituzionalizzato). Lo scontro Burioni-Gismondo è esattamente questo: l’introduzione delle emozioni nel dibattitto scientifico pubblico. Un altro elemento che dovremo imparare a governare”.

Lei invoca un contributo anche da parte delle aziende private e dei manager, che devono porsi come leader positivi e attivare il cambiamento: ha a che fare con la “politicization” del marketing della quale si parla sempre più frequentemente?

“Molti studi e ricerche, per esempio il Trust Barometer di Edelman, hanno da anni dimostrato che nel momento in cui le Istituzioni pubbliche arretrano – perché perdono fiducia e consenso – le imprese assumono un ruolo sociale senza precedenti. Pur non essendo soggetti politici, diventano una interfaccia politica e sociale e si ritrovano – anche loro malgrado – ad essere attivatori, se non veri e propri attivisti, di comportamenti sociali. Guardiamo per esempio, al modo in cui diverse aziende trattano i temi dell’inclusione, della diversità, della sostenibilità, dell’ambiente, etc. Questa, è una grande opportunità per le imprese che saranno chiamate sempre di più a prendere una posizione sociale e politica nella propria comunità di riferimento. Ovviamente su questo le aziende dovranno attivarsi, imparando a fare corporate diplomacy”.

Nel caso specifico, cosa potrebbero/dovrebbero fare le aziende private sanitarie e quelle farmaceutiche per contribuire alla gestione della situazione?

“Inserirsi nel dibattuto pubblico con campagne di comunicazione diversificate (per diversi stakeholder) e multicanale (su diversi media) portando il loro punto di vista (facendo vivere il cosiddetto ‘purpose’), motivando l’accaduto e dando indicazioni non paternalistiche per ripartire da una situazione complicata”.

Probabilmente le persone maggiormente sotto shock sono i bambini. Passata l’euforia dei primi giorni senza scuola, cosa resterà loro di un’esperienza così forte sul piano simbolico?

“Forse. Ma i bambini hanno una grande capacità di resilienza psichica, e confido nel lavoro terapeutico che le famiglie o e le scuole sapranno fare. Quello che mi preoccupa di più è la psiche adulta, soprattutto istituzionale e aziendale che è sotto shock e non può cadere in una sindrome depressiva (il pericolo c’è). Dobbiamo certo contenere il virus, ma allo stesso tempo rialzarci e ricominciare a gestire le nostre diverse attività. Tutto si è bloccato a livello economico e aziendale per lo meno al Nord e in questi giorni è l’Italia ad essere diventata una ‘zona rossa’, effetto anche dell’infodemia. Dobbiamo riprendere in mano il nostro destino economico non solo sanitario e tornare ad essere ‘zona verde’ nell’immaginario interno ed esterno al Paese. È questo il lavoro che dobbiamo fare, non solo simbolicamente”.

Andrea Fontana è anche autore dei libri “Regimi di verità” e “Ballando con l’Apocalisse”

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