Coronavirus, il presidente dei Microbiologi italiani a TPI: “Tampone agli asintomatici? Ecco perché non ha alcun senso”

Il professor Pierangelo Clerici spiega le ragioni per cui ritiene che le iniziative di screening "di massa" siano irrealizzabili e sconsigliate

Di Anna Ditta
Pubblicato il 19 Mar. 2020 alle 17:10 Aggiornato il 19 Mar. 2020 alle 17:39
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Immagine di copertina
Operatori sanitari effettuano tamponi per Covid-19 ai pazienti in auto in Emilia Romagna. Credit: ANSA/ GIORGIO BENVENUTI

Coronavirus, il presidente dei Microbiologi a TPI: “Tampone agli asintomatici? Ecco perché non ha alcun senso”

Negli ultimi giorni si è accesa la discussione sull’utilità e l’opportunità di sottoporre al tampone per il Coronavirus anche i soggetti asintomatici venuti a contatto con pazienti positivi al Covid-19, TPI ha raggiunto telefonicamente il professor Pierangelo Clerici, Presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani e Direttore del Dipartimento di Medicina di Laboratorio e Biotecnologie Diagnostiche della Asst Ovest Milanese.

Professor Clerici, sul tema dei tamponi sembra che ogni Regione stia andando per la sua strada. Cosa ne pensa?

Purtroppo – o per fortuna – il Sistema sanitario nazionale è diviso in venti Sistemi sanitari regionali, e ognuno è autorizzato a fare ciò che ritiene più opportuno. Ma sull’argomento dei tamponi l’Oms ha diramato delle indicazioni cui noi operatori del settore ci riferiamo costantemente, non vedo perché dovremmo fare il contrario.

Ci ricorda cosa indica l’Oms sul tema?

Sui sintomatici ha senso fare il tampone, ma questo va eseguito a 48 ore dalla comparsa dei primi sintomi, non prima. Questo perché si potrebbe trovare una bassa carica e il tampone potrebbe risultare falsamente negativo. Sugli asintomatici, invece, non ha nessun senso. Se un soggetto asintomatico oggi risulta negativo, chi mi dice che lo sarà anche domani? In teoria dovrei sottoporlo a un tampone tutti i giorni, da oggi fino a quando l’epidemia non sia dichiarata estinta, altrimenti si resterebbe sempre nel dubbio.

Bisogna considerare inoltre che dichiarare negativa una persona che domani potrebbe positivizzarsi avrebbe l’effetto di abbassare le precauzioni che la persona stessa dovrebbe tenere. Andrebbe in giro ritenendo di non poter infettare nessuno, ma non è detto che sia così. Questo è l’altro aspetto che bisogna tenere in considerazione quando si fanno dichiarazioni di negatività sugli asintomatici.

E per quanto riguarda gli asintomatici che hanno avuto un contatto diretto con persone poi risultate positive?

Anche loro devono aspettare la comparsa dei sintomi. Non necessariamente il virus attecchisce e manifesta la patologia. Nella nostra vita contraiamo parecchie infezioni, ma fortunatamente i microorganismi le eliminano da soli e noi non ci accorgiamo neanche di averle contratte. Lo stesso vale per il Coronavirus. Chi è stato a contatto con persone positive deve però essere più attento a monitorare le proprie condizioni: prendere la temperatura due volte al giorno, stare attento se compare la tosse. A quel punto si interviene col tampone. Aspettare la comparsa dei sintomi non vuol dire avere meno possibilità di guarire: il percorso della malattia è lungo e intervenendo dopo la comparsa della prima sintomatologia si può risolvere il problema, come capita per il 95 per cento della popolazione che si ammala.

Oltre a essere sconsigliato secondo lei lo screening di massa è anche irrealizzabile?

Dipende sempre dal contesto. Se ho un paesino di mille abitanti lo posso fare. Ma prendiamo la città metropolitana Milano, con 3 milioni e mezzo di abitanti, e ipotizziamo per assurdo che ci siano medici e infermieri a sufficienza per tamponare ogni giorno 10mila cittadini, e poi i laboratori riescano ad analizzare 10mila test. Ci vorrebbero 300 giorni per analizzarli tutti. Ha senso? E poi, lei accetterebbe di essere controllata al 299esimo giorno? No, vorrebbe essere analizzata il primo giorno.

La paura è che gli asintomatici possano contagiare gli altri senza saperlo.

Faccio un esempio. Il microorganismo della meningite è presente in quasi il 10 per cento della popolazione, i cosidetti portatori sani asintomatici. Ce ne preoccupiamo forse? Eppure la gente muore di meningite se non viene vaccinata e se non si interviene in tempo dopo che compaiono i sintomi. Non possiamo fare uno screening su un microorganismo che non ha una letalità del 50 per cento, ma ne ha una dell’un per cento o dello zero virgola. Non ha alcun senso dal punto di vista scientifico.

La proposta del governatore del Veneto Zaia quindi non sta in piedi?

La trovo irrealizzabile nei tempi e nei modi, a meno che lui non abbia risorse infinite dal punto di vista umano e strumentale.

E allora il messaggio dell’Oms di qualche giorno fa, che diceva “test, test, test”?

Quel messaggio è stato travisato: un conto è quel che si dice in una conferenza stampa, un conto sono i documenti pubblicati. Nei documenti dell’Oms si indica ancora che i tamponi vanno eseguiti sulla popolazione sintomatica ad almeno 48 ore dalla comparsa dei sintomi. Questa è l’indicazione ufficiale.

Non pensa che sarebbero opportuni maggiori controlli per gli operatori sanitari?

Per l’operatore sanitario vale lo stesso concetto che vale per il resto della popolazione: se è negativo oggi non è detto che domani lo sia ancora. L’unico modo per proteggerli è utilizzare i dispositivi di protezione.

In questi giorni alcune società di Serie A, dopo aver trovato uno o più giocatori positivi, hanno sottoposto tutta la squadra ai tamponi, che vengono anche ripetuti.

Dal punto di vista razionale questo non ha senso se i giocatori risultavano asintomatici, al contrario, se il giocatore ha avuto contatti con uno dichiarato positivo e dopo 48-72 ore inizia a manifestare tosse o congiuntivite, questi sono sintomi che possono essere ascritti al Covid-19 quindi è necessario il tampone. Ma in questo periodo dell’anno, in cui abbiamo ancora la coda dell’influenza stagionale e iniziano a comparire espressioni allergiche, si può avere febbre, tosse o congiuntivite anche per altre situazioni. Eseguire il tampone su chi ha questa sintomatologia è già un eccesso di prudenza, ma va fatto come è giusto che sia.

Cosa pensa invece dei test sierologici rapidi?

La diagnosi di infezione si fa coi test molecolari che individuano il genoma del virus, quindi la parte di Rna del virus. I test rapidi invece sono test indiretti, che rilevano gli anticorpi che il nostro corpo dovrebbe aver prodotto nei confronti dell’infezione quando aggredito. Il problema è che ad oggi non sappiamo come interpretarli, perché essendo un virus nuovo non abbiamo la corretta interpretazione della cinetica della comparsa degli anticorpi. In altre parole non sappiamo quando compaiono questi anticorpi e quanto persistono, né che tipo di immunità danno. Non sapremmo come interpretare il dato, anche perché i primi risultati risalgono a pochi mesi fa. Fra qualche mese, su un vasto campione composto da migliaia di persone, queste indagini potranno portare a delle conclusioni. Ma oggi non è possibile.

Quindi le regioni che intendono acquistare questo tipo di test sbagliano?

Mi sembra una cosa che non poggia su basi concrete, tanto che molti colleghi di diverse regioni hanno scritto agli assessorati dicendo che non ha senso percorrere questa strada.

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