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La criminologa Bruzzone a TPI: “I ragazzi del ‘Centro stupri’? Non hanno alibi, sono adulti. E ragionano come Morelli”

La nota criminologa risponde alla collega che ha detto che il gesto dei ragazzi di Udine dimostra "desiderio di ascolto": "Quei giovani non sono vittime, hanno una visione preoccupante della donna. Tutto il branco è colpevole. E la visibilità rinforza questi comportamenti"

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 25 Giu. 2020 alle 14:56 Aggiornato il 25 Giu. 2020 alle 15:19
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Immagine di copertina
Una delle magliette "Centro stupri" usate dai ragazzi di Udine, la criminologa Roberta Bruzzone e lo psichiatra Raffaele Morelli

Centro stupri Udine, Bruzzone a TPI: “Quei ragazzi non sono vittime”

Roberta Bruzzone non concede alibi e attenuanti ai ragazzi di Udine protagonisti dell’ormai nota vicenda del “Centro stupri” stampato sulle magliette. E interpellata sulla questione, replica punto per punto alle osservazioni della criminologa Angelica Giancola che oggi, commentando la vicenda, aveva parlato di “esasperazioni da lockdown”, “giovani poco ascoltati”, “ragazzi che vivono in una società difficile”.

Davvero in questa brutta vicenda può avere un ruolo la mancata socializzazione a causa del Covid?
Non conosco questa criminologa, ma la trovo una visione decisamente semplicistica. Non credo che c’entri il lockdown, anzi, sono convinta che la loro sia una sorta di sfida. Questi sono comportamenti devianti che riguardano un tipo di visione della donna preoccupante e sessista, di una donna svalutata.
E l’alibi “cercano attenzione”?
Non vale neanche questo. Il loro gesto non è ricerca di attenzione o aiuto, ma una sorta di bandiera dei propri valori accompagnata dalla convinzione di possedere una patente di impunità. E’ prepotenza ed esercizio del potere sugli altri, focalizzati nei confronti dei soggetti femminili.

La criminologa Giancola ha parlato anche di “desiderio di ascolto”.
No. Quello che hanno fatto è stato sbandierare il proprio presunto potere pensando che tutto rimarrà impunito sia nel comune sentire che per la legge. Non è goliardia. Gli “stupri” sono comportamenti criminali di matrice sessuale. A quell’età non è qualcosa di poco comprensibile, io fossi nei genitori mi preoccuperei enormemente della possibile evoluzione malevola di un comportamento del genere.
C’è un leader e c’è un gregge che lo segue, in queste storie?
Mi sono trovata per lavoro a studiare casi di stupri di gruppo in cui c’era sicuramente un soggetto attivo, il leader, ma non è che questo abbia impedito al branco di fare cose terribili. Il rimorchio non è meno colpevole, in un incidente il camion si schianta tutto. Se non condividi quel germe, quella visione della donna, difficilmente li condividi solo per paura di rimanere fuori dal gruppo.

A quel tavolo c’erano otto ragazze, alcune fotografate anche con quel cartellino “Centro stupri”.
Questa visione della donna come essere inferiore è patriarcale e condivisa da moltissime donne. Non sai quante ragazze nelle scuole alla domanda “cosa vuoi fare da grande” mi rispondono “voglio sposare un uomo ricco che mi mantenga”. Molte ragazze cercano il maschio alpha, con quel potere che nella loro testa è rappresentato dal potere economico. Un po’ come in questo caso, mi pare di capire. Sono quasi sempre ragazze appariscenti, belle, perché in questo scenario la donna fa parte dello status da mostrare.
Immagino che, sebbene si sia mossa la Digos, il risvolto penale sarà trascurabile. Qual è la giusta punizione secondo te? Quella rieducativa?
Difficilmente ci saranno conseguenze rilevanti sul piano penale, ma se fossi una madre sarei preoccupata dalla scarsa empatia mostrata da mio figlio nei confronti di persone che hanno subito un atto orribile come lo stupro. Li metterei a contatto con persone che soffrono o in difficoltà, a fare i volontari nelle case famiglia, nei centri disabili, con persone verso cui presumibilmente alcuni di questi soggetti potrebbero provare disprezzo.

Questa visibilità negativa sui media è già una pena educativa?
No, la visibilità rinforza questi comportamenti, non intacca dei valori radicati e preoccupanti come questi. Le reazioni questi ragazzi le cercavano, aver indossato quella maglietta in luoghi pubblici aveva lo scopo di ottenerle, lo sdegno lo avevano messo in conto e non ne erano turbati. Anzi. Era dire: sono potente, posso fare quello che voglio.
C’è una catena di corresponsabilità: lo stampatore che stampa le maglie, il ragazzo che accetta la prenotazione del tavolo a nome “Centro stupri”, un ristorante in cui festeggiano con le magliette “Centro stupri”. Come è possibile che nessuno li abbia fermati?
Questo tipo di evento testimonia che c’è un sistema di valori disfunzionali e patriarcali che appoggia questa visione. Prima che l’iniziativa si manifestasse sul piano concreto, chi ha accettato la prenotazione, chi ha stampato le magliette e così via, ha trovato questa visione accettabile. Gli adulti avrebbero potuto intercettare la situazione, non lo hanno fatto. Questi ragazzi sono frutto di un albero avvelenato.

Hanno tutti 20 anni o qualcosa di più. La loro personalità è strutturata?
Totalmente.
Non li diamo per spacciati, però, giusto?
No, ma perché si abbia una buona evoluzione ci deve essere uno shock comportamentale e valoriale. Qualcosa che ti metta a contatto con tutto ciò che disprezzi o non rispetti. La strada che hanno imboccato non è bella, spero gli adulti di riferimento non tamponino le loro azioni, sono adulti anche quei ragazzi e vanno trattati come tali.

Adulti e alcuni più indipendenti, molti studiano fuori Udine, in altre città.
Sì ma il livello socio-culturale non mette al sicuro da certi comportamenti. In fondo guarda cosa è successo con Raffaele Morelli, che è un uomo di cultura. Sono figli dello stesso sistema.
Cioè?
Lui è più abile a mimetizzarsi, ma quando viene sollecitato da una donna che lo incalza come è accaduto con Michela Murgia, non le riconosce il diritto, il potere di incalzarlo e a quel punto: “Stai zitta”. Ritornello patriarcale della serie: tu sei una donna e non ti devi permettere.

Stai al tuo posto, nella sostanza.
Sì. Perché sei una femmina. E quindi interrompe la comunicazione, perché confrontarsi vuol dire concederti un ruolo. E “il maschio” non te lo concede. Che sia Morelli o che sia un gruppo di ragazzi con gli stessi valori.

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