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Caso Pitzalis: “Manuel stringeva capelli nella mano sinistra”. Ma quella mano era carbonizzata, lo dice l’autopsia

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 20 Giu. 2020 alle 12:05 Aggiornato il 20 Giu. 2020 alle 18:49
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Immagine di copertina

La famiglia di Manuel Piredda ha annunciato che la sua opposizione alla richiesta di archiviazione del procuratore aggiunto di Cagliari Gilberto Ganassi si baserà su uno specifico elemento: mentre moriva, Manuel, nella mano sinistra, stringeva un ciuffo di capelli lunghi. Quindi, prima di morire, si sarebbe difeso da un’aggressione (quella della moglie Valentina Pitzalis, è sottinteso). Per questo Roberta Mamusa e Giuseppe Piredda chiedono una nuova esumazione (definita “straordinaria” e “urgente”) della salma del figlio, dopo che già nel 2017 avevano chiesto (e ottenuto) la prima esumazione. Esumazione che aveva di fatto smentito tutte le ipotesi accusatorie nei confronti di Valentina: nel corpo di Manuel non c’erano fratture, non c’erano proiettili, non c’erano segni di strangolamento. Quindi, le insinuazioni della famiglia e dei consulenti (Manuel è stato colpito da un bastone, Manuel è stato ucciso dai colpi di una pistola, Manuel è stato strangolato, tentando di difendersi), sono risultate piste fantasiose e senza alcun fondamento.

Manuel è morto di asfissia, nel rogo di Bacu Abis il 17 aprile del 2011, tentando di dar fuoco alla casa, dopo aver dato fuoco alla sua ex moglie Valentina Pitzalis. Questa è l’unica verità emersa negli anni, sia dalle indagini a seguito delle prime due archiviazioni che dall’ultima, lunga tre anni e così meticolosa da verificare ogni ipotesi suggerita dai legali e consulenti dei Piredda, anche le più surreali (per esempio quella della complicità nel supposto omicidio di Manuel della sorella di Valentina). Ci si aspettava che la vicenda, dopo ben 9 anni e un dispendio inaudito di tempo e denaro sia per la procura che per i contribuenti (che hanno pagato indagini, esami e incidente probatorio), potesse finalmente concludersi senza ulteriori accuse e sollecitazioni alla procura che ancora una volta, secondo i legali dei Piredda, non avrebbe indagato a dovere sul caso.  E invece ecco la novità: Manuel stringeva dei capelli nella mano sinistra, quindi si è difeso, altro che assassino.

“Manuel  è morto per asfissia meccanica con mezzi soffici”, hanno affermato i genitori del ragazzo deceduto nel corso di una conferenza stampa in cui erano affiancati non dai legali Flavio Locci e Stefano Marcialis, non dal loro consulente Vittorio Fineschi o dalla loro consulente criminologa laureata in pedagogia Elisabetta Sionis, ma da “un ufficio stampa”. Conferenza stampa durante la quale, come fa notare il cronista dell’Unione sarda Francesco Pinna, non è stato consentito ai giornalisti porre domande. Dunque un “monologo” con tanto di addetti alla comunicazione e i giornalisti trattati alla mercé di pubblico, più che una conferenza stampa. Il passaggio fondamentale è però un altro: la prima autopsia richiesta a gran voce dai Piredda era stata accuratissima: tac total body, esami dei tessuti, degli organi interni, con tanto di consulenti arrivati neppure dalla sola Sardegna ma da altre regioni d’Italia. Più di venti persone, probabilmente, tra consulenti del pm, della famiglia Piredda e della Pitzalis. Nessuno, ai tempi, ha visto “capelli” o chiesto di analizzare quelli che potevano sembrare capelli. E in aula, nel corso dell’incidente probatorio, né i consulenti né i legali dei Piredda, hanno mai sollevato la questione “capelli”. Ora, secondo l’accusa, da un’analisi fotografica evidentemente considerata un nuovo elemento, visto che viene sollevata solo oggi, emergerebbe che nella mano sinistra di Manuel ci fossero dei capelli.

Il problema, evidentemente trascurabile per i legali e consulenti dei Piredda, è che tale “svolta” non rappresenta alcun elemento di novità e non lo rappresenta proprio per loro, visto che già nella consulenza depositata in procura dalla loro criminologa Elisabetta Sionis esisteva questa foto della mano sinistra ingrandita, con tanto di didascalia “Palma mano sinistra: verosimili capelli (riquadro rosso)”. Foto firmata dalla Sionis, a mo’ di autografo. Insomma, l’ennesima pista suggerita tra centinaia di pagine redatte dalla solita Sionis in cui si passa da considerazioni di natura esoterica (in questa storia torna troppe volte il numero 17, secondo lei), a ipotesi su colpi di arma da fuoco e suggerimenti circa nuovi, surreali filoni di indagine da aprire. In tutto questo, l’accusa dimentica i risultati dell’autopsia con dettagli specifici sulla mano sinistra di Manuel: “Arto superiore sinistro interessato da importanti processi trasformativi e di carbonizzazione, con perdita della falange distale del primo e del quinto dito della mano. Perdita della falange media e distale del secondo, terzo e quarto dito della mano”.

Insomma, o Valentina Pitzalis aveva capelli ignifughi, o appare improbabile che la mano sia carbonizzata al punto tale da non avere più alcune dita e da aver subito il fenomeno dello “sguantamento” (evidente in foto), e che dei capelli siano rimasti lì senza bruciare. Ricordiamo inoltre che la stessa Sionis aveva osservato, analizzando le foto della scena del delitto, anche dei presunti bossoli cerchiati e evidenziati in sue elaborazioni fotografiche (coadiuvata dal fratello fotografo Davide Sionis, ebbene sì). Bossoli inesistenti. Osservando poi la foto del cadavere e della mano sinistra senza elaborazioni e ingrandimenti a firma “Sionis”, nella mano di Manuel i capelli non si vedono affatto, ma si nota qualcosa che pare essere un tessuto completamente annerito e bruciato. Insomma, nessun capello, nessun nuovo elemento, impossibilità di effettuare esami irripetibili, ennesimo colpo di scena per tenere la procura occupata e la stampa coi riflettori puntati sulla domanda “Valentina Pitzalis è un’assassina?”. I legali di Valentina Pitzalis Cataldo Intrieri e Adriana Onorato hanno non a caso tuonato: “I coniugi Piredda ed i loro (neanche tanto) occulti ispiratori (peraltro oggi saggiamente assenti) stanno disperatamente quanto inutilmente sperimentando una linea di difesa contro una inevitabile incriminazione per i loro depistaggi”.

Ci si domanda, a questo punto, quanto sia costata ai contribuenti tutta questa vicenda in cui per anni si sono inseguite piste improbabili e accuse da rinnovare di anno in anno, con novità sempre fresche e spettacolari, partorite in massima parte dalla criminologa Elisabetta Sionis. Criminologa già nota alla procura di Cagliari (e poi a quella romana) per aver accusato ingiustamente l’ex Comandante di Reparto del carcere di Iglesias Gesuela Pullara di una serie di ipotesi di reato gravissime. La Pullara, a seguito delle numerose denunce della Sionis e del rinvio a giudizio, visse col terrore di un arresto, fu lavorativamente penalizzata e attese sei lunghi anni di processo prima di venire assolta con formula piena “perché il fatto non sussiste”. La criminologa Sionis ha denunciato anche il Direttore del carcere, il dott. Marco Porcu, e alcuni agenti della Polizia Penitenziaria, reiterando una serie di denunce su fatti che poi si sono conclusi con l’assoluzione in formula piena. Così riassume l’epilogo della vicenda il sito della Polizia penitenziaria: “Sei lunghi anni chiusi definitivamente da una sentenza che ha fatto cadere un castello di accuse assolutamente infondate, di più, assolutamente paradossali”. Un epilogo che ricorda qualcosa. O no?

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