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Caso Cucchi, il testimone Casamassima a TPI: “Ho detto la verità e sono stato solo insultato. Ora è stata fatta giustizia”

"Sentenza storica ma quello che abbiamo subito non ce lo restituisce nessuno". Parla il Carabiniere che ha raccontato come andò il pestaggio di Stefano Cucchi

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 16 Nov. 2019 alle 14:12 Aggiornato il 17 Nov. 2019 alle 13:50
Immagine di copertina
Riccardo Casamassima

A lato della sentenza di primo grado per la morte di Stefano Cucchi c’è un altro protagonista di questa storia. Riccardo Casamassima è uno dei carabinieri che ha deciso i raccontare ciò che sapeva sul pestaggio a Cucchi quando molti altri invece si chiudevano a riccio.

Da lì è iniziato un calvario umano e professionale che gli è valso 5 procedimenti disciplinari con 20 giorni circa di consegna, 5 procedimenti di rigore con 28 giorni di consegna di rigore, un trasferimento con l’unica mansione di aprire e chiudere un cancello e un ulteriore trasferimento che l’ha lasciato 3 mesi praticamente senza mansione. La sentenza Cucchi, in fondo, restituisce un po’ di giustizia anche a lui. L’abbiamo intervistato per TPI:

Casamassima, qual è stato il tuo primo pensiero, quello immediato, dopo la sentenza?

Il pensiero immediato è stato che finalmente quel ragazzo e la famiglia hanno avuto giustizia. Il processo non era un processo facile, era molto articolato e fino all’ultimo poteva succedere tutto.

Dieci anni per arrivare a una sentenza di primo grado. Dieci anni di insulti e ingiurie…

Quando mi capita di parlare con Ilaria le ripeto sempre che non deve dare peso a chi insulta perché quelle parole non contano. Per quanto riguarda i depistaggi, beh, quello è un discorso delicato, una piaga vera o propria. Basta vedere l’azione che è stata intrapresa nei miei confronti, solo chi è all’interno dell’Arma la percepisce bene. Dall’esterno non arriva. Trasferire un testimone come hanno fatto con me rientra nei depistaggi. E un’azione addirittura plateale.

Questa sentenza restituisce giustizia a Cucchi ma restituisce giustizia anche a te, in fondo. O no?

Per me più che giustizia è gratificazione. Io e mia moglie ci siamo esposti. Abbiamo preso dei rischi senza sapere cosa avrebbero deciso giudici e Pm. Noi abbiamo detto la verità che sapevamo in modo genuino e sincero. Ero in aula il giorno della sentenza perché il processo lo sento anche io. Sono stato insultato, non gli ho dato peso mai.

Credi che questa sentenza cambierà sostanzialmente l’atteggiamento dell’Arma su questo caso?

Sicuramente per quello che è emerso, grazie al lavoro straordinario del magistrato Musarò (che sta su un altro pianeta per  bravura nelle indagini) ha cambiato le cose. All’interno dell’Arma ora c’è più preoccupazione e sicuramente più attenzione da parte di superiori e colleghi. Se qualcuno vede un collega fare qualcosa da non fare ora ci pensa sicuramente due volte prima di coprirlo.

Cosa si potrebbe fare per evitare il ripetersi di questi casi?

Bisognerebbe sensibilizzare di più. Se chi dice la verità verrà protetto cambieranno le cose.

Speri che ora si possa risolvere anche la tua situazione?

Per me la situazione non è facile. Venire al lavoro e sentirti vuoto non è una bella cosa e ormai hanno compromesso la mia vita e quella dei miei figli. Abbiamo subito danni a livello economico, e non solo. Ci hanno rovinato scientemente: stipendio decurtato, spese di viaggio, negati i diritti sulla maternità. Quello che abbiamo subito non ce lo restituisce nessuno.

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