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Cannabis in casa: come si potrà coltivare marijuana senza che sia un reato dopo la sentenza della Cassazione

Per la Corte, "non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica". Ma cosa vuol dire?

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 27 Dic. 2019 alle 15:27 Aggiornato il 27 Dic. 2019 alle 16:54
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Coltivare cannabis in casa non è reato: cosa cambia con la sentenza

Lo scorso 19 dicembre le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione hanno stabilito che non costituirà più reato coltivare, in minima quantità e solo per uso personale, la cannabis in casa: ma cosa cambia, in sostanza, con questa sentenza storica?

Per la Cassazione, “non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica. Attività di coltivazione che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”, recita il testo della sentenza, che non specifica però quale sarà il quantitativo massimo consentito e precisa che la Corte si esprimerà in seguito sulle motivazioni che hanno portato a questo netto cambio di tendenza.

Fino a questo momento, infatti, coltivare marijuana in casa costituiva sempre un reato punibile penalmente, a prescindere dalla quantità posseduta.

Se, infatti, il possesso di droga leggera in quantità ridotte e destinate all’uso personale non costituisce reato, ma un semplice illecito amministrativo, la coltivazione di cannabis è sempre considerata tale.

Il principio che regolava le decisioni della Cassazione, che giudica in terzo grado i processi sulla base degli orientamenti della Corte Costituzionale, era il seguente: indipendentemente dalla quantità di piantine e di principio attivo nella marijuana, coltivandola si aumenta la quantità di droga in circolazione e quindi si può contribuire al fenomeno dello spaccio, anche se il prodotto coltivato è, in teoria, a beneficio esclusivo del coltivatore.

Per la Corte, infatti, nel caso di possesso di marijuana per uso privato, la quantità di sostanza stupefacente è determinata, e quindi certa, per cui è possibile effettuare una valutazione concreta di non pericolosità della condotta, mentre nel caso di coltivazione di cannabis attraverso una o poche piantine, il quantitativo di droga è ancora incerto.

Non potendosi stabilire quanto il coltivatore ne estrarrà e se verrà destinata a uso proprio o meno, il reato sussiste sempre, almeno potenzialmente, ed è per questo considerato un “reato di pericolo”.

Anche se le sentenze della Cassazione non hanno un valore vincolante se non per il procedimento giudiziario per il quale vengono emesse, quelle decise dalle Sezioni Unite sono molto autorevoli, e possono essere considerate simili ai “precedenti vincolanti” degli ordinamenti giuridici di “common law“. È probabile insomma che, d’ora in poi, i giudici seguiranno l’orientamento della sentenza del 19 dicembre quando si troveranno a decidere sul tema.

Per quanto riguarda la quantità di piante che sarà possibile coltivare senza che sia considerato reato, anche se la Corte non ne specifica il numero, ci si potrà orientare sulla base del principio adoperato fino a questo momento: ovvero che l’utilizzo sia destinato ad uso personale, e che dalla coltivazione sia possibile stabilire in precedenza quale sarà il “volume” di sostanza prodotta, tale da non costituire un potenziale reato.

Ma, per esserne certi, bisognerà attendere la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, in cui la Corte dovrebbe specificare con esattezza i criteri di valutazione di “reato”.

Per il momento, ci sono altri due elementi di novità che si evincono dalla storica pronuncia. Il primo riguarda gli strumenti che si adoperano per coltivare cannabis in casa. Stando al testo della sentenza, infatti, la coltivazione deve essere di tipo “rudimentale“.

Significa cioè che sarà consentito l’utilizzo di strumenti semplici e casalinghi per la coltivazione delle piante, come gli innaffiatoi, mentre le tecnologie più sofisticate – come gli impianti di irrigazione a goccia –  possono far sorgere il sospetto che lo scopo della coltivazione sia lo spaccio, facendola così rientrare nella categoria di “reati di pericolo”.

Un altro elemento da considerare nella sentenza è l’assenza di riferimenti alla quantità di Thc consentita. Per la cannabis “legale”, infatti, la norma prevede un tetto dello 0,6 per cento, contro il 5-8 per cento di quella considerata “illegale”. Nel caso della coltivazione per uso personale, invece, il livello di Thc è irrilevante: significa che i coltivatori domestici non sono perseguibili sulla base della quantità di principio attivo contenuto nelle piante.

Sulla base di questi elementi si può concludere che la coltivazione domestica di marijuana sarà considerata legale se si tratta di piccoli vasi e se è possibile dimostrare che la cannabis è consumata soltanto privatamente, e dalla stessa persona che possiede le piante. Se non è destinata, cioè, a gruppi di consumatori e alla vendita.

Ma spetterà sempre ai giudici decidere di volta in volta, tenendo conto del nuovo orientamento della Corte di Cassazione, se si tratta di reato.

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