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Cane corso uccide il suo padrone: perché si può parlare di drammatico incidente

Di Giovanni Macchi
Pubblicato il 25 Mar. 2019 alle 11:26 Aggiornato il 25 Mar. 2019 alle 15:06
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Immagine di copertina

Le polemiche che, come sempre, inondano i social quando ci si trova a commentare una notizia drammatica come quella di Roma, dove un uomo di 43 anni è stato ucciso dal suo cane, un corso, sono (purtroppo) all’ordine del giorno.

Da un lato chi, a prescindere, difende i cani. Dall’altra chi, sempre a prescindere, critica i padroni. Ma basta provare a ricostruire i fatti, ascoltando le testimonianze che arrivano dal quartiere Borghesiana, per rendersi conto che si può parlare di drammatico incidente senza ricercare per forza un colpevole. A tutti i costi.

Secondo quanto raccontato da chi è accorso sul posto, gli abitanti della zona, nel vano tentativo di salvare la vita di Gianluca Romagnoli, l’uomo avrebbe lottato addirittura per 15, lunghissimi minuti contro il suo cane.

Ma com’è possibile che un cane attacchi il proprio padrone? Beh, la cosa è tutt’altro che strana. Sembrerebbe, il condizionale è ancora d’obbligo in attesa delle indagini, che il cane si sia “agitato” alla vista di un gregge di pecore nel pratone dove è avvenuta la tragedia.

E, un gregge di pecore, ha sempre alla “guida” un cane, “un maremmano”, ha raccontato chi conosce bene la zona. E i maremanni hanno un innato senso di protezione per il gregge. Tra il corso e il maremmano, è al momento l’ipotesi più accreditata, sarebbe nata la classica “zuffa” tra cani. Solo che un corso e un maremanno che si attaccano, proprio per l’indole delle due razze, sono qualcosa di spaventoso.

Entrambi, infatti, quando mordono non lasciano la preda ma continuano a stringere, serrando le mascelle. E, sempre di istinto si tratta, un padrone è spesso portato – sbagliando – a provare a dividere i due animali, cercando di riflesso di afferrare il cane che conosce meglio, il proprio.

Niente, purtroppo, di più sbagliato: quando attacca un cane non vede più nulla che prede e nemici. Addirittura è facile rimediare un morso dal proprio cane anche solo “spuntandogli” da dietro mentre gioca con un bastone, con una pallina. Figuriamoci quando sta lottando con un altro animale.

Sempre secondo il racconto di chi conosceva bene la vittima e il suo animale ed è accorso sul posto negli istanti successivi alla tragedia, il cane avrebbe morso l’avambraccio del padrone, quello sinistro, recidendo così l’arteria. Inutile, come avrebbe provato a fare Gianluca, colpire l’animale sul cranio con una pietra: così facendo l’unico risultato che si ottiene è “inferocire” ancora di più l’animale, che inizierà a stringere il morso con sempre maggior forza.

Il problema è che in quei concitati momenti non solo l’animale, ma anche l’uomo, come purtroppo è inevitabile che sia, perde lucidità per l’ansia, l’adrenalina e soprattutto il dolore.

È per questo che il modo consigliato di staccare due cani che stanno combattendo è arrivare “di lato”, con un bastone in mano (senza agitarlo) da frapporre tra i due animali. Il tutto senza però avvicinarsi troppo: mai correre, mai agitarsi. Mostrarsi, semplicemente, più “forti” e determinati dei due.

L’importante è, sembra quasi scontato dirlo, portare sempre il proprio cane al guinzaglio e in luoghi sicuri, protetti (per l’animale e per gli altri), rispettando le regole che, anche se possono sembrare “esagerate”, servono proprio per evitare tragedie come quelle accadute a Roma. Senza incolpare nessuno. Perché è stato un drammatico incidente.

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