L’avvocato dei Regeni al Cairo: “L’Egitto vi prende in giro, non ha motivo di cooperare, ha già ottenuto tutto”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 2 Lug. 2020 alle 14:02 Aggiornato il 2 Lug. 2020 alle 14:42
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La videoconferenza di ieri, mercoledì primo luglio, tra i pm italiani e quelli egiziani sul caso Regeni è stata un fallimento. Lo dicono i genitori del giovane ricercatore torturato e ucciso al Cairo nel 2016, lo dicono velatamente le dichiarazioni dei nostri procuratori. Lo dice il fatto che da oltre 4 anni e mezzo tutto ciò che si è faticosamente riusciti a sapere è stato grazie, esclusivamente, al lavoro degli investigatori italiani. Ostacoli intenzionalmente frapposti compresi. Eppure oggi, giovedì 2 luglio, giorno in cui si tirano le somme, le versioni italiane ed egiziane su quanto accaduto ieri divergono non poco. A dirlo è Mohamed Lotfly, il legale dei Regeni al Cairo e direttore esecutivo di una delle più importanti organizzazioni che si occupano di diritti umani in Egitto, la Ecrf.

“La procura del Cairo ha diffuso un comunicato in cui si riportano poche informazioni: soltanto la reazione della famiglia, i saluti tra le procure, le buone intenzioni di cooperazione, tutto secondo il copione”, spiega a TPI l’avvocato Lotfly. “I procuratori del Cairo hanno fatto domande sugli interessi di Giulio in Egitto e sono in attesa di ulteriori risposte dall’Italia”, prosegue. Capovolgendo così ancora una volta i rapporti di forza. “Allo stesso tempo – aggiunge – hanno detto di considerare le richieste dell’Italia e hanno preso altro tempo”.

“Stando ai comunicati diffusi dall’Egitto, non trapela nessun malcontento proveniente dalla procura di Roma, o dall’Italia. I rapporti sono buoni e la cooperazione va avanti. Le dichiarazioni rilasciate dalla parte egiziana e quella italiana sono completamente in contraddizione. La procura di Roma è frustrata e loro questo non lo dicono. Fanno passi lenti o nulli. È normale che la procura dei Cairo prenda tempo, questo lo ha sempre fatto e lo sapevamo dall’inizio. Non c’è motivo per l’Egitto di cooperare, hanno ottenuto quello che volevano, non c’è motivo per dare di più”, va avanti Lotfy.

Dello stesso pensiero sono i genitori di Giulio che dichiarano: “l tempo della pazienza e della fiducia è ormai scaduto. Chi sosteneva che la migliore strategia nei confronti degli egiziani per ottenere verità fosse quella della condiscendenza, chi pensava che fare affari, vendere armi e navi di guerra, stringere mani e guardare negli occhi gli interlocutori egiziani fosse funzionale ad ottenere collaborazione giudiziaria, oggi sa di aver fallito. Richiamare l’ambasciatore oggi è l’unica strada percorribile”.

Ed effettivamente è così. La maxi commessa con l’Egitto ormai è cosa fatta e chi credeva che in qualche modo l’accordo miliardario avesse potuto giovare a un avanzamento delle indagini sull’assassinio di Giulio è rimasto prevedibilmente deluso. Ora che il tempo è scaduto e che il governo ha di fronte a sé solo il ritiro dell’ambasciatore come opzione onorevole, l’avvocato Lotfly insiste per un’azione decisa della commissione Regeni che ha ancora qualche mese di vita per dare un senso al suo lavoro:

“La commissione Regeni in Italia ha il potere di chiedere agli ufficiali italiani di dire esattamente tutto quello che sanno. Sono abbastanza sicuro che i servizi segreti italiani sappiano molto di più di quello che viene detto. Per esempio sanno di più sui nomi di ciascun ufficiale coinvolto. La commissione ha ancora tempo per fare questo, sono passati oltre 4 anni e mezzo, è il momento di svelare la verità. Non si capisce perché il governo italiano sia così timido e perché non dica ciò che sa. Perché ad esempio non viene detto con chiarezza se Giulio è stato ucciso o meno da ufficiali egiziani. Neppure il procuratore di Roma, ad esempio, ha chiarito se sono stati gli ufficiali a ucciderlo. Se la commissione non fa questo, non ha senso di esistere”, prosegue Lotfy.

“Finché non emerge la verità la situazione resta pericolosa per gli altri ricercatori stranieri (e non solo) che sono in Egitto”, spiega l’avvocato. Come non pensare a Patrick Zaky, lo studente dell’università di Bologna, tuttora detenuto nelle carceri egiziane con accuse pretestuose.

“La sicurezza nazionale egiziana sospetta che Patrick Zaky abbia contattato la famiglia di Giulio, o che comunque ci siano delle connessioni e supporti la causa di Giulio. Hanno sospetti sulla sua attività in Italia. E non vogliono lasciare questa storia. Gli ufficiali lo tengono dentro con le stesse accuse che rivolgono a tutti gli attivisti. Credono che sia contro il regime e non so che tipo di elementi abbiano per sospettare questo. Io non credo che Patrick abbia avuto contatti con la famiglia o cose del genere. Magari è bastato partecipare a un evento o scrivere qualcosa su Facebook per scatenare i sospetti”.

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