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Così l’Italia esporta illegalmente rifiuti di plastica all’estero

L'inchiesta di TPI sui traffici illeciti verso il sud-est asiatico. Il commercio globale dei rifiuti è in crisi da quando la Cina ha messo al bando le importazioni di scorie in plastica: una mossa che ha scatenato un pericoloso effetto domino

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Nell'ambito di un'indagine sul sistema di riciclo, Greenpeace Malesia ha scoperto e documentato un nuovo sito di scarico di rifiuti di plastica. Provengono da oltre 19 Paesi, molti dei quali sviluppati. Credit: Nandakumar S. Haridas / Greenpeace, 18 ottobre 2018

Rifiuti di plastica | I traffici illegali dall’Italia

Cercate su Google “emergenza rifiuti”. Sono tanti, tantissimi, i risultati di ricerca pertinenti che indirizzano a testate locali. Troppe, infatti, le città italiane insudiciate da spazzatura abbandonata, in condizioni di progressivo peggioramento per l’arroventarsi del clima. Anche a Roma, dove in periferia i cassonetti vanno a fuoco: da Casal Bruciato a Garbatella, da Tor Bella Monaca a Portuense.

È un’emergenza senza precedenti. Non soltanto per l’Italia, ma per l’Occidente. La causa è da ricercare al di là dei recinti comunali, nella crisi del commercio globale dei rifiuti, nonostante nel 2018 le esportazioni mondiali siano nettamente calate fino a raggiungere la metà dei volumi registrati nel 2016.

L’effetto domino è stato provocato dal bando all’importazione di rifiuti in plastica della Cina, annunciato il 18 luglio 2017 all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e introdotto a gennaio 2018. Ed ecco bussare alla porta le criticità del sistema di riciclo della plastica.

Rifiuti di plastica | L’altro export Made in Italy

Non conosciamo la prosopopeica avventura di una bottiglia di plastica dopo averla gettata in un cestino. Di certo c’è che non termina in Cina, non più. Bensì in Paesi del sud-est asiatico, illegalmente. In Malesia, Vietnam, Thailandia. Dove cioè non vige alcun sistema di recupero e riciclo efficiente.

Secondo la normativa europea (Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno 2006, n. 1013), i rifiuti che escono dall’Europa possono essere esportati solo in Paesi dove possono essere trattati secondo norme equivalenti a quelle europee sul rispetto dell’ambiente e della salute umana.

“Abbiamo avuto prova di questi traffici consultando i dati statistici sul commercio internazionale di merci (ITGS) pubblicate da Eurostat, ma non solo”, spiega a TPI Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Allo stato attuale, i Paesi che sono diventati i nuovi ricevitori dei rifiuti in plastica, inclusi quelli italiani, non hanno nemmeno gli strumenti normativi che consentano loro di respingere al mittente questi grossi volumi di spazzatura”.

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Solo tra gennaio e luglio 2018, la Malesia ha importato 754.000 tonnellate di plastica, il peso di circa 100.000 elefanti, provenienti da Paesi sviluppati come Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Finlandia, Francia, Belgio, Germania. Credit: Nandakumar S. Haridas / Greenpeace, 18 ottobre 2018

“Poco più di due mesi fa, con la Decisione UE 2019/638, è stata accolta la modifica della Convenzione di Basilea (il trattato internazionale, in vigore dal 1992, che regolamenta il movimento transfrontaliero e lo smaltimento di rifiuti pericolosi, nda), e adesso, tra le altre voci regolamentate, sono annoverati anche i rifiuti in plastica, pericolosi e non pericolosi. Dal 2021, saranno perciò suscettibili di un ‘consenso informato’ da parte del Paese destinatario prima che la spedizione avvenga”, continua l’attivista dalla sua imbarcazione in mezzo al Tirreno centrale, dove ha condotto una ricerca con il Cnr-Ias di Genova e l’Università Politecnica delle Marche, “Mayday SOS Plastica”, volta a monitorare lo stato di contaminazione da microplastiche.

“Ci siamo imbattuti in qualcosa di critico all’interno del Santuario dei Cetacei, l’area tra l’Isola d’Elba, Corsica e Capraia: una grande isola di plastica, o ‘zuppa di plastica’, insieme a materiale organico di vario tipo”.

L’Ong ambientalista negli scorsi giorni ha diffuso il report dal titolo “Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica”: un’analisi sul commercio dei rifiuti in plastica – riconducibili al codice doganale 3915 (scarti di lavorazione, cascami, rifiuti industriali e avanzi di materie plastiche) – relativa ai 21 maggiori Stati esportatori e importatori nel periodo compreso tra gennaio 2016 e novembre 2018.

“La misura si tradurrà in un enorme problema per i Paesi come Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Giappone che spediscono questo materiale nel sud-est asiatico. Perciò dovranno iniziare seriamente a farsene carico. Italia compresa. La Malesia, il Vietnam, lo Yemen: sono anch’essi destinazioni di rifiuti italiani”, denuncia Ungherese.

Il nostro Paese è infatti all’undicesimo posto della classifica globale per rifiuti esportati nel 2018, con un quantitativo di poco inferiore alle 200mila tonnellate, pari a 445 Boeing 747 a pieno carico.

La Malesia, in particolare, è stata rapidamente invasa da enormi quantitativi di rifiuti occidentali. Solo tra gennaio e luglio 2018, ha importato 754mila tonnellate di plastica – il peso di circa 100mila elefanti –, registrando un aumento del 195,4 per cento rispetto al 2017.

Greenpeace malese ha documentato la presenza di enormi pile di rifiuti in plastica provenienti da oltre 19 Paesi, molti dei quali sviluppati come Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Finlandia, Francia, Belgio, Germania, accatastate nei porti o in discariche improvvisate. Violazioni palesi che hanno compromesso l’ambiente e danneggiato la salute dei cittadini.

“Per anni, l’Occidente ha fatto finta di pulire la propria casa, nascondendo la spazzatura sotto il tappeto. Le profondità dei nostri mari sono adesso occupate da ingenti quantità di plastica e le stime indicano che la situazione potrà peggiorare dal momento che la produzione raddoppierà entro il 2025, per quadruplicarsi entro il 2050. Il miglior rifiuto è quello che non si produce” dice l’attivista. Ma quando un’esportazione di rifiuti è “illegale”?

Rifiuti di plastica | La longa manus rovista nel cassonetto

“È definibile esportazione illegale di rifiuti quella che si verifica con il trasporto fuori dal territorio nazionale senza prima sottoporre questi a necessari trattamenti, oppure quella che si verifica quando i rifiuti sono destinati a imprese estere sprovviste dei requisiti per sottoporli ai trattamenti previsti dalla legislazione internazionale”, dichiara a TPI Roberto Pennisi, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia.

“In passato, il fenomeno del traffico illecito interno è quello che ha destato maggiori allarmi, determinando il disastro ambientale in Campania, di zone del casertano e dell’agro aversano, per mezzo dello sversamento di rifiuti tossici provenienti dal Nord Italia, soprattutto dalle industrie chimiche, d’intesa con il clan dei casalesi. Con il tempo, s’è accentuata la presenza della ‘impresa criminale’ nel ciclo dei rifiuti, cioè quella che, anche se munita dei requisiti per operare nel settore, devia dal percorso previsto dalla Legge e accede a quello degli illeciti penali”, dichiara il procuratore che redige il capitolo dedicato alle ecomafie e ai crimini ambientali del rapporto annuale della Direzione Nazionale Antimafia.

“In Cina sono state orientate le prime esportazioni illegali di rifiuti. Nel 2008, l’operazione “Golden Plastic”, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal Tribunale di Taranto e dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, ha disegnato perfettamente le modalità di svolgimento di questa attività criminale”.

Il magistrato prende in esame quella che forse è una delle principali indagini contro il traffico illecito dei rifiuti (54 misure di custodia cautelare, 21 aziende coinvolte, 6 milioni di euro di beni sequestrati, 1507 container per 34 milioni di chili di rifiuti speciali destinati al sud-est asiatico).

“Di norma, per esportare rifiuti nella Repubblica popolare cinese un’impresa deve munirsi della licenza AQSIQ, un documento che certifichi come la destinazione sia adatta alla ricezione dei rifiuti. Inoltre, è importante che la tipologia dei rifiuti esportati corrisponda con quella dichiarata, diversamente l’attività diventerebbe criminale. Talora l’impresa dichiara esportati rifiuti che, in realtà, hanno subìto già trattamenti, per cui non più classificabili come immondizia ma come ‘end of waste’ (fine del rifiuto): merce cui movimento non è più soggetto alla regolamentazione prevista per i rifiuti. Si è più volte accertato come in Cina arrivassero rifiuti di plastica non adatti alla ricezione, talvolta con la conseguenza che questi rientrassero in Europa sotto forma di oggetti realizzati con plastica contaminata (giocattoli, contenitori, biberon per neonati), spesso sequestrati dai carabinieri del Nas”, illustra il magistrato.

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È crisi della gestione di rifiuti in plastica anche nel villaggio di Bangkun, nella Reggenza di Mojokerto, in Indonesia, dove la gente raccoglie scarti da portare in un impianto locale dove vengono bruciati come combustibile. Un piccolo carico di camion può guadagnare fino a 10 dollari. Credit: Ecoton / Fully Handoko, 01 febbraio 2019

A proposito di end of waste, una sentenza del Consiglio di Stato (28 febbraio 2018, la n. 1229), ha arrestato il rinnovo e il rilascio delle licenze da parte delle Regioni per il riciclo di questi rifiuti non specificamente disciplinato da regolamenti europei o decreti nazionali. Le imprese del settore, impantanate da oltre un anno nel grumo della precarietà, hanno perciò richiesto a gran voce una norma che sbloccasse gli iter autorizzativi.

L’atteso “Sblocca Cantieri” (il decreto legge 32/2019), che avrebbe potuto ritrovare il bandolo della matassa, non ha risolto la questione ma, addirittura, ha lasciato che la materia sulla cessazione della qualifica di rifiuto ripiombasse alla subordinazione di un decreto ministeriale del febbraio del 1998 che non tiene naturalmente conto delle innovative attività di riciclo e dei suoi prodotti.

Rifiuti di plastica | Bando cinese, contrasto italiano

Mentre a Nuova Delhi – la capitale più inquinata del mondo secondo l’Onu – la montagna di spazzatura più alta dell’India ha raggiunto l’altezza di 65 metri (ed è destinata, l’anno prossimo, ad alzarsi ancora su, più in alto del Taj Mahal), in Italia c’è un’altra montagna che desta preoccupazione. Quella di denaro sporco, dove le mafie hanno attecchito controllando anche il mercato degli imballaggi della produzione ortofrutticola, come cassette, bancali e vaschette in plastica. Ma le imprese appartenenti alle consorterie mafiose – come la stidda nella provincia di Ragusa – operano pure nella distribuzione di addobbi per l’agricoltura.

Dal finestrino di un aereo, il paesaggio ibleo è un incanto dominato dai monti. Prima delle rive spumeggianti, però, ecco stagliarsi una scacchiera, con intervalli di giganteschi teloni di plastica a copertura delle serre.

“Questi grandi teli sono di polietilene, che è come oro: rappresenta il prodotto più prezioso ottenibile dalla lavorazione del petrolio”, dice il sostituto procuratore Pennisi. “Sui rifiuti in polietilene, il consorzio nazionale per il riciclaggio (istituito appena nel 2006, con la Legge n. 152, nda) ha svolto una grande opera di controllo per cercare di capire che fine facessero successivamente all’esportazione. Un altro grande merito è da attribuire all’Agenzia delle Dogane, in particolare al reparto intelligence, instaurando contatti con gli uffici doganali cinesi: ha collaborato più di chiunque altro con la Dna. Il bando cinese è la diretta conseguenza dell’operato delle autorità italiane”, sostiene il magistrato. “Così la Cina non ha più acconsentito di essere il mondezzaio del mondo”.

A seguito del diktat di Pechino, nel corso del 2018, le esportazioni globali sono nettamente calate fino a raggiungere la metà dei volumi del 2016. Non è un caso che, successivamente, in Italia, sia cresciuto vertiginosamente il fenomeno degli incendi di rifiuti (principalmente in plastica, per via dell’eccedenza) in depositi di stoccaggio, annerendo le città con intense coltri di fumo nero. Affari privati che, non potendo completarsi, “vanno in fumo”.

“Possono diventare un affare pubblico quando i rifiuti sono oggetto di movimenti intracomunitari, salvo poi essere destinati a esportazioni extracomunitarie. Ad esempio, qualora l’impresa italiana esportasse il proprio carico da un porto sloveno piuttosto che da uno italiano, bypassando molti step di verifica e controllo. Ma chi lavora nello smaltimento dei rifiuti, chi perciò è autorizzato dalla Regione di appartenenza, è tenuto a comunicare all’ente il percorso che il rifiuto compie, nonché il suo esito”.

Secondo Pennisi, l’ipotesi di triangolazioni in Europa non è remota, magari fra Stati entrati da poco in Unione, dove i controlli sono meno serrati e si privilegia l’interesse economico al rispetto della legalità, dell’ambiente e della salute umana. “Il problema dei rifiuti in Italia non si risolverà mai fino a quando il Governo non diventerà propulsore della realizzazione di termovalorizzatori. Non creare questi impianti significa dare una grossa mano al crimine organizzato ambientale”, suggerisce senza fronzoli Roberto Pennisi.

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L’indagine dell’Ong verde ha rilevato come in Malesia attività illegali abbiano causato un inquinamento ambientale emergenziale e danneggiato la salute dei cittadini. Credit: Nandakumar S. Haridas / Greenpeace, 13 ottobre 2018

Rifiuti di plastica | Scoppia la guerra della mondezza!

“Non siamo la pattumiera del mondo”, è stato il duro intervento, a maggio, del premier malese, Mahathir Mohamad, rivolgendosi alla comunità internazionale durante una visita a Tokyo. “Non abbiamo bisogno della vostra spazzatura perché la nostra è già abbastanza per darci problemi”, ha detto il leader, facendogli eco il ministro dell’Energia, Yeo Bee Yin, con l’annuncio del rimpatrio di 60 container “illegalmente portati nel Paese con false dichiarazioni”, dopo che altri 5 fossero stati riconsegnati alla Spagna.

“Invito le nazioni sviluppate a rivedere la loro gestione dei rifiuti di plastica e a fermare il trasferimento della spazzatura nei Paesi in via di sviluppo. Se verranno inviati in Malesia, li rispediremo indietro senza pietà”, ha intimato Yeo.

Anche il presidente filippino, Rodrigo Duterte, ad aprile, ha notificato al Canada di ritirare l’immondizia scaricata nell’arcipelago filippino tra il 2013 e il 2014 – 100 container contenenti bottiglie, buste e persino pannolini per adulti, definiti dal mittente “residui di plastica” –, assicurando di essere pronto a dichiarare guerra. Nel frattempo, Manila ha richiamato il proprio ambasciatore dal Paese nordamericano.

“Gli ultimi dati certificati, che fanno riferimento al Rapporto Rifiuti Urbani ISPRA del 2017, ci dicono che in quell’anno in Italia sono state raccolte 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica, il 93 per cento dei quali costituito da rifiuti da imballaggi. Nello stesso anno, il 43,5 per cento di questi sono stati riciclati. Quindi, in Italia non esiste una crisi dello smaltimento di rifiuti in plastica”, rassicura il responsabile delle politiche ambientali del Governo Lega-M5S.

“Sicuramente il sistema può essere migliorato, soprattutto nel flusso in uscita, poiché sappiamo che il riciclo dei rifiuti, e il loro reimpiego nel ciclo di produzione dei beni, è legato al mercato sia delle materie prime che delle materie prime seconde. Per questo ho puntato fin da subito sull’economia circolare, creando una competenza ad hoc presso il ministero e, ora, con la riorganizzazione, una direzione generale dedita proprio all’economia circolare”.

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Le case nel distretto di Binondo, a Manila, si affacciano su corsi d’acqua colmi di rifiuti. Le Filippine sono diventate una discarica mondiale di plastica. Credit: Jilson Tiu / Greenpeace, 04 marzo 2019

“Per i rifiuti in plastica abbiamo specifici target europei che prevedono il riciclaggio del 50 per cento dei prodotti immessi sul mercato. Le Regioni e gli enti territoriali, sotto la vigilanza del ministero, stanno continuando a mettere in atto le misure necessarie”, dice a TPI il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che sui termovalorizzatori replica: “Considerando gli obiettivi europei cui l’Italia sta sicuramente rispondendo, fatta eccezione per alcune situazioni di criticità per le quali stiamo lavorando di concerto con le regioni, e considerando i tempi di costruzione degli inceneritori – non meno di sette anni – prevedere nuovi termovalorizzatori non solo non fa parte del contratto di governo, che prevede ben altro in materia di strategia di gestione dei rifiuti, ma sarebbe anche totalmente e tecnicamente inutile”.

Ma la chiusura delle frontiere cinesi ha messo in evidenza la carenza degli impianti di recupero e riciclo italiani. “È chiaro che il venir meno di un importante sbocco commerciale come la Cina influenzi anche l’industria nazionale del riciclo”, prosegue il ministro, artefice della campagna social #PlasticFree per sensibilizzare cittadini e pubbliche amministrazioni a eliminare la plastica monouso.

“L’Italia, infatti, è principalmente un trasformatore di rifiuti in plastica in materie prime seconde. Con il sostegno all’economia circolare l’industria italiana farà la sua parte, nel frattempo il Ministero lavora ad uno specifico decreto ‘end of waste’ per favorire il riciclo del cosiddetto ‘plasmix’, ovvero la frazione di rifiuti in plastica ‘mista’ che oggi trova difficoltà ad essere riciclata per la sua eterogeneità”.

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Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Credit: Facebook

Rifiuti di plastica | Uccidere un pianeta

Dai dati ufficiali di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, sappiamo che, da anni, l’Italia invia fuori dal territorio comunitario un terzo dei suoi rifiuti in plastica. Oggi sappiamo anche che imprese criminali compattano nei container enormi quantitativi di questi scarti per imbarcarli in navi cargo alla volta di terre lontane quanto non adatte. Un modello che sopravvive, mentre aspiriamo a perseguire un’economia circolare.

“Occorre afferrare il toro per le corna e recepire nel più breve tempo possibile la Direttiva 2019/904 del Parlamento e del Consiglio europeo, approvata lo scorso 5 giugno, sui prodotti monouso che rappresentano il 40 per cento della produzione globale di plastica”, continua Giuseppe Ungherese.

Con questo provvedimento, dal 2021 – termine per la ricezione dai Paesi membri – non potranno essere immessi sul mercato continentale oggetti come bastoncini cotonati, cannucce, posate, piatti, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso.

“Questi tempi possono essere anticipati e lo Stato italiano potrebbe colmare le lacune lasciate dalla misura comunitaria, intervenendo su buste, flaconi, contenitori in polistirolo utilizzati nel settore della pesca in cui ci siamo imbattuti in mare aperto in questi giorni. Strumenti che restano in mare aperto per decenni. Il polistirolo, in particolare, è un tipo di plastica che, se disperso nell’ambiente, nel mare soprattutto, può restarvi fino a 1.000 anni. Quando tutta questa plastica non c’era, la nostra specie viveva ugualmente bene. Noi tutti abbiamo il dovere morale di cambiare”, conclude Giuseppe Ungherese.

Ogni minuto, nel mondo, sono vendute un milione di bottigliette di plastica che, disposte in pila, raggiungerebbero l’altezza del monte Everest. Una bottiglia viene usata una sola volta e poi gettata, per restare intatta per oltre 450 anni, compromettendo la salute del nostro pianeta, delle faune di terra e di mare e dei nostri cari. Non siamo ancora consapevoli dell’impatto ambientale che deriva dall’uso spregiudicato, osceno, della plastica. Ma ora il pianeta ce la sta restituendo: la beviamo, la ingeriamo, la respiriamo. Quale pianeta consegneremo ai nostri figli e ai nostri nipoti, lo sceglieremo oggi.