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“Vogliono cacciarmi dall’Italia per la mia attività politica”, parla Madalina, l’attivista romena per il diritto alla casa

Madalina Gavrilescu, attivista dei movimenti per il diritto all'abitare, ha ricevuto un provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale per "mancanza di integrazione sociale". Lei, però, racconta una storia diversa

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Madalina attivista romena allontanata dall’Italia |“Non possono criminalizzarmi in questo modo, solo perché sono uscita in strada a manifestare”. Madalina Gavrilescu, 39 anni, è un’attivista dei movimenti per il diritto all’abitare, arrivata dalla Romania 10 anni fa. Alcune settimane fa le è stato notificato un provvedimento di “allontanamento dal territorio nazionale per motivi di sicurezza non imperativi”. Entro 30 giorni dovrà lasciare l’Italia.

Secondo la Prefettura, le notizie di reato su Madalina – invasione di terreni o edifici, violazione delle norme in tema di riunioni in luogo pubblico, resistenza a pubblico ufficiale – “evidenziano la mancanza di integrazione sociale” nel nostro paese. Per questo dovrà andare via dall’Italia, e non potrà tornare prima di 5 anni.

Ma secondo lei si tratta di un provvedimento che colpisce la sua attività politica: “La mia è una lotta di movimento, una lotta collettiva. Viene colpito tutto il mio vissuto politico, di attivismo, anche se non sono mai stata processata o condannata”.

Madalina è arrivata in Italia dalla Romania nel 2009. All’inizio non parlava una parola di italiano ed è andata a vivere con suo fratello e i suoi fratellastri in un campo rom vicino alla stazione ferroviaria di via Palmiro Togliatti, nella zona est di Roma.

Finché si trovava in Romania, non aveva mai vissuto in un campo rom, per cui l’esperienza è stata un po’ difficile, ma oggi ricorda che ci sono stati anche lati positivi. “Sono stata accolta bene e rispettata dalla comunità”, racconta a TPI.it. “Ma non volevo che quella diventasse la mia vita, anche perché non era un campo autorizzato. Tant’è che – pochi mesi dopo che sono andata via – è stato sgomberato”.

Imparato l’italiano a un corso per stranieri, Madalina – già diplomata in Romania – ha preso la licenza media nel nostro paese. “Volevo avere un titolo in Italia”, spiega. Poi ha seguito vari corsi professionali.

Dopo alcuni mesi, grazie all’aiuto di volontari e attivisti per il diritto all’abitare, è uscita dal campo ed è andata a vivere in un’occupazione.

Non riusciva a permettersi di pagare un affitto perché lavorava in modo precario – spesso anche in nero – e, anche dopo essere stata assunta da una cooperativa di pulizie, lo stipendio non le consentiva di trovare un’altra sistemazione.

Quando le chiediamo come si trova a vivere in occupazione, Madalina risponde: “Vivi tutti i giorni con la paura di essere sgomberato. Ma vivere in occupazione vuol dire anche che trovi uno spazio abbandonato a provi in ogni modo a farne una casa, ad abbellirlo. Abbiamo aperto anche spazi culturali per tutti, non solo per gli occupanti”.

Ad aprile 2018 la cooperativa di pulizie per cui lavorava Madalina ha chiuso. “Noi dipendenti siamo entrati tutti in disoccupazione. È stato un colpo per tutti quanti”, racconta.

Intanto, lei aveva iniziato a impegnarsi attivamente per la società. “Io ero stata aiutata, per cui pensavo fosse giusto che a mia volta aiutassi gli altri, una volta arrivato il mio turno”, spiega. “Sono stata aiutata a integrarmi e a mia volta ho aiutato altre persone a farlo, è un cerchio”.

Il 15 gennaio scorso è arrivata però la notifica del provvedimento di allontanamento.

“In quel documento non si specifica nulla della mia vita privata. La mia ‘mancanza d’integrazione’ è riferita solo al fatto che sono scesa in piazza a manifestare per i miei diritti. Questo per loro vuol dire che non sono integrata”, sostiene Madalina.

“La maggior parte delle accuse che mi vengono rivolte sono andate in prescrizione. Si è trattato di sanzioni amministrative e non penali. Si cade nel penale solo per i picchetti anti-sfratto”, spiega l’attivista.

“Ho difeso anche italiani, nelle occupazioni è pieno di italiani”, sostiene. “Quando chiedevamo un incontro istituzionale ci veniva spesso negato, perché loro non vogliono parlare con i poveri. Parlano per loro, decidono per le persone povere, ma senza tenere loro in considerazione. Noi vogliamo essere partecipi. Invece loro se ne lavano le mani e chiamano la polizia”.

Lei ribadisce: “io mi sento una persona integrata in Italia. Sono a casa, tutti i miei cari e i miei affetti sono qui”. Con il suo avvocato, Madalina sta presentando ricorso contro l’allontanamento.

Accanto a lei si sono schierati gli attivisti dei Blocchi precari metropolitani (Bpm) e altri movimenti per il diritto all’abitare. Per lei si sono esposti anche alcuni ricercatori, con un appello pubblicato su Il manifesto. Oggi, primo febbraio, alle 17 è in programma un’assemblea in suo sostegno a Casal Boccone.

“Il problema non riguarda solo me”, dice Madalina, “è diventato un problema di tutti. Un immigrato non ha il diritto di ribellarsi e chiedere il rispetto dei suoi diritti, anche se sono garantiti dalla Costituzione. Stanno attaccando politicamente un’attivista comunitaria integrata. Questo vuol dire che questa repressione può essere usata contro tutti, e colpire tutti nei loro affetti. Proprio per questo diventa una battaglia comune”.

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