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Il mistero del tempo e la rivoluzione dei presocratici: intervista a Carlo Rovelli

Parla lo scienziato autore di bestseller mondiali e inserito da Foreign Policy tra i pensatori più illustri dell'anno

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Inserito nella lista dei 100 pensatori più influenti al mondo, secondo la rivista Foreign Policy, nonché autore di bestseller mondiali come ‘Sette brevi lezioni di fisica’ e ‘L’ordine del tempo’ (entrambi pubblicati per Adelphi), Carlo Rovelli non è solo un fisico, ma anche un modello per i più giovani che si vogliono avvicinare alla scienza. La sua principale attività di ricerca è nell’ambito della teoria della gravità quantistica a loop, ma fra i suoi interessi compaiono anche l’epistemologia e la storia del pensiero.

Soffocati da una tendenza a semplificare i problemi e dall’invenzione di nuovi dogmi, parafrasando un altro dei suoi testi, Rovelli ci ricorda che la “realtà non è come ci appare” e ci invita con gli occhi rivolti verso il cielo a ricercare ancora.

Nel celebre saggio ‘Le due culture’, lo scienziato e scrittore inglese Charles Percy Snow denunciava la costruzione del muro che si stava lentamente innalzando tra il sapere umanistico e quello scientifico. Un’incomunicabilità che non faceva altro che ostacolare la ricerca e danneggiare la società. Oggi è cambiata la situazione?

Sì, è cambiata. Esiste ancora una grossa separazione nell’educazione, ma ci sono scambi ricchi e crescenti fra la cultura umanistica e le scienze naturali. C’è anche molta voglia di imparare gli uni dagli altri, nella parte migliore e più vivace di entrambe le culture.

Nel 1971, il Premio Nobel per la medicina Max Delbrück scrisse un articolo intitolato Aristotle -totle –totle, sostenendo come Aristotele avesse intuito, nella sua dottrina dell’anima come “forma” del corpo, precisamente il principio del Dna. Gli scienziati che ignorano la filosofia e i filosofi che ignorano i passi avanti della scienza, partono con una marcia in meno?

Scienziati che ignorano la filosofia e i filosofi che ignorano la scienza contemporanea sono un po’ ignoranti. Immagini un filosofo del Settecento che pensasse ancora che la Terra fosse il centro dell’universo. Alcuni filosofi di oggi sono così.

Non solo Aristotele, già i presocratici avevano dimostrato alcuni teoremi matematici, previsto eclissi e anticipato di molti secoli la teoria eliocentrica. Tuttavia, la sua attenzione si è soffermata particolarmente su Anassimandro (Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori 2017). Qual è la particolarità del suo genio?

Il fatto di essere vissuto parecchio prima di tutti questi altri presocratici (con l’eccezione di Talete, il suo maestro), e di avere compiuto, lui, diversi passi cruciali per la nascita del pensiero scientifico. È stato, per esempio, lui il primo a capire che il cielo non è solo sopra, ma anche sotto la Terra, il primo quindi a compiere una grande rivoluzione cosmologica. È stato il primo a comprendere la chiave che ha aperto tutto lo sviluppo successivo del sapere: costruire sul sapere del suo maestro (Talete), ma non esitare a criticarlo dove opportuno.

La ringrazio di fare riferimento al mio libro su Anassimandro, perché vi sono molto affezionato: è il mio primo libro e vi ho messo molto di me stesso e di quello che penso della scienza e della cultura. Mi spiace che sia il meno conosciuto dei miei libri.

La relatività di Einstein ci ha insegnato che il tempo “viaggia” a diverse velocità in luoghi diversi. Si tratta di una nozione che va contro il nostro senso comune. Potrebbe farci qualche esempio concreto?

È semplice: oggi è facile misurare come un orologio preciso che sia mosso velocemente resti indietro rispetto ad un orologio che resti fermo. Un astronauta che tornasse da un veloce viaggio interstellare potrebbe trovare i suoi figli che nel frattempo sono diventati più vecchi di lui.

È possibile, oggi, sapere con precisione cosa sia il tempo?

Ho scritto un intero libro, ‘L’ordine del tempo’, per rispondere a questa domanda. Penso che non ci sia una risposta semplice, perché il tempo è un concetto molto più complesso e stratificato di quanto usualmente assumiamo. Penso che ne comprendiamo molti aspetti, ma non ancora tutti.

L’universo si sta espandendo, sarà destinato a collassare su stesso?

Oggi si ritiene che probabilmente no. Ma non c’è nulla di definitivo.

La letteratura e il cinema hanno fatto immaginare universi paralleli e viaggi nel tempo, si tratta soltanto di fantascienza?

Le versioni degli universi paralleli e dei viaggi nel tempo nel cinema e nella letteratura sono spesso molto ingenue e poco plausibili. Ma la scienza sta studiando la possibilità di entrambi i fenomeni. Per ora, comunque, non mi sembrano molto plausibili.

Nel suo ultimo libro ‘Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza. Articoli per i giornali’ (Corriere della Sera, 2018), fra tante cose, lei parla dell’identità come qualcosa di artificiale. Può dirci di più?

Le identità nazionali sono estremamente artificiali. Guerre e conflitti politici hanno disegnato confini spesso molto casuali, e poi chi è al potere ha fatto di tutto per inventare e promuovere una “identità nazionale”. Questo è bene fintantoché permette di superare interessi particolari per lavorare per il vantaggio collettivo: perché più si collabora, meglio è per tutti. Ma diventa male quando viene usato per esaltare i propri interessi nazionali contro altri: esattamente per la stessa ragione: perché più si collabora, meglio è per tutti. I conflitti fanno male a tutti. Il mondo funziona meglio collaborando.

Qual è l’urgenza più grande che la politica internazionale dovrebbe affrontare e tentare di risolvere?

L’emergenza ambientale. Penso che sia più seria di quanto non si dica. E il crescere delle guerre e delle conflittualità. Invece di collaborare di più, stiamo litigando di più. Il nostro paese per primo.

E la sfida più grande della scienza per il XXI secolo?

Tirarci fuori dai disastri ambientali che abbiamo combinato.

C’è ancora spazio per Dio?

“Dio” è una parola estremamente flessibile, con cui persone diverse indicano cose completamente diverse. Per tanti però “Dio” si riferisce ad un’esperienza personale molto importante, addirittura centrale. Non vedo perché non ci dovrebbe essere ancora spazio per questa esperienza.

Se potesse rivolgere una domanda a un uomo del passato, cosa chiederebbe e a chi?

Chiederei al primo dei nostri antenati che ha acceso un fuoco come gli sia venuto in mente di farlo… e gli chiederei se si immagini le conseguenze.