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La carovana dei migranti diretta verso gli Usa è arrivata a Città del Messico

La carovana partita il 12 ottobre dalla città di frontiera di San Pedro Sula era composta da sole 160 migranti. Una volta arrivato alla frontiera con il Messico, il gruppo è cresciuto fino ha raggiunto le 7mila persone. Il presidente Trump ha reagito alla "minaccia" dei profughi honduregni proponendo di schierare l'esercito

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Credit: PEDRO PARDO / AFP

Il 12 ottobre 2018 una carovana di 160 migranti ha iniziato la sua marcia dall’Honduras. Destinazione: Stati Uniti.

Per raggiungere la frontiera statunitense, il gruppo, le cui fila si sono ingrossate giorno dopo giorno fino ad arrivare alle 7mila persone, ha attraversato il Guatemala e dopo più di 2 settimane è arrivato in territorio messicano, nonostante le minacce del presidente Trump.

La carovana di migranti ha attirato l’attenzione dei media internazionali ed è diventata argomento di discussione della campagna per le elezioni di metà mandato degli Stati Uniti, previste per novembre 2018.

I Repubblicani infatti stanno utilizzando la “minaccia” dei profughi provenienti dall’Honduras per guadagnare consensi e attaccare le politiche di accoglienza dei Democratici, potendo anche giustificare in questo modo la stretta sull’immigrazione che ha caratterizzato l’amministrazione Trump.

Da dove vengono i migranti e perché partono

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Credit: AFP

La carovana ha raggiunto le 7mila unità, crescendo a mano a mano che procedeva verso il confine con il Messico.

Il 4 novembre la carovana ha raggiunto Città del Messico. Circa 450 persone sono state sistemate temporaneamente in un accampamento della capitale e ora si trovano a poco più di 800 chilometri dal più vicino punto di ingresso negli Stati Uniti.

“Siamo pronti ad andare negli Stati Uniti per vivere il sogno americano”, ha detto alla BBc Mauricio Mancilla, che ha viaggiato con suo figlio di 6 anni dall’Honduras.

Le autorità aspettano un altro migliaio di migranti entro mercoledì, secondo quanto reso noto dalla National Human Right Commission (Cndh). Sono quasi tutte famiglie con bimbi piccoli e hanno percorso oltre 1.600 chilometri a piedi da quando il loro viaggio della speranza è iniziato lo scorso 13 ottobre da San Pedro Sula, in Honduras.

La maggior parte delle persone che la compongono vengono dall’Honduras, uno dei paesi più poveri del Centro America con una popolazione di circa 9 milioni di abitanti, noto per la violenza di bande criminali e sconvolto dalla guerra alla droga e dalla corruzione dilagante.

Secondo i dati della Banca Mondiale, oltre il 60 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà e una persona su cinque si trova in condizioni di povertà estrema.

La prospettiva di una vita migliore è ciò che ha spinto migliaia di persone ad abbandonare il proprio paese, nonostante gli sforzi fatti tanto da Trump quanto dal presidente del Messico per rendere più difficile il viaggio verso gli Usa.

L’avanzare della carovana rappresenta una sfida non solo elettorale, ma anche a tutto il sistema di accoglienza dei due paesi.

Sarà infatti complicato per gli Stati Uniti riuscire a gestire le numerose domande di accoglienza che gli uffici riceveranno non appena i migranti riusciranno ad arrivare al confine.

Quanto sta accadendo mette in crisi anche la credibilità del governo messicano e la sua capacità di gestione di una crisi migratoria, per non parlare degli effetti negativi che ha su Honduras e Guatemala.

Nessuno dei due paesi infatti è riuscito a fermare la carovana, nonostante le minacce e li intimazioni del presidente Trump, che ha annunciato che taglierà i fondi previsti per i paesi del Centro America.

Il tragitto

carovana migranti honduras

Credit: AFP

Il 12 ottobre 160 persone sono partite dalla città di San Pedro Sula, in Honduras, al confine con il Guatemala: dopo due giorni dopo, altre mille persone si sono unite al gruppo di migranti, che ha raggiunto a piedi la frontiera.

I primi portavoce della carovana erano un giornalista ed ex legislatore di sinistra, Bartolo Fuentes, e sua moglie, l’attivista per i diritti umani Dunia Montoya, accusati entrambi dal governo del presidente Juan Orlando Hernández di aver organizzato la carovana per mettere in imbarazzo l’amministrazione e minare la stabilità nel paese.

Il governo del Guatemala ha tentato di chiudere il confine con l’Honduras per bloccare la carovana, ma alla fine ha dovuto fare marcia indietro e permettere ai migranti di passare.

Una volta nel paese, il gruppo ha continuato a crescere: il 19 ottobre, quando la carovana era arrivata al confine con il Messico, si contavano circa 3mila persone.

Il governo messicano ha risposto con durezza ancora maggiore rispetto al Guatemala nel vano tentativo di respingere i migranti, alcuni dei quali hanno anche cercato di raggiungere il Messico guadando il fiume al confine per non essere fermati e identificati dalla polizia.

Domenica 21 ottobre il gruppo di migranti, cresciuto in attesa di entrare in Messico, è riuscito ad attraversare il confine e a dirigersi verso il Chiapas.

La maggior parte delle persone si sono mosse a piedi fino al confine, mentre altre hanno fatto affidamento su mezzi propri o sono riusciti a ottenere dei passaggi dagli automobilisti locali.

La carovana partita dall’Honduras infatti si è più volte divisa in gruppi più piccoli che si sono poi ricompattarsi alla frontiera con il Messico.

Lungo il percorso, i migranti hanno ricevuto aiuto dalle autorità e dalle persone, comprano acqua e cibo, occupando intere carreggiate su strade e autostrade nel corso del loro viaggio o allestendo campi improvvisati.

La reazione del presidente Trump

Con l’avvicinarsi della carovana, il presidente statunitense Donald Trump ha scritto su Twitter di aver allertato “l’esercito e la polizia di frontiera” contro l’onda umana che minaccia il confine tra Messico e Stati Uniti.

“La carovana dei migranti dell’Honduras diretti verso gli Stati Uniti è un’emergenza nazionale”, tra loro “ci sono anche criminali e mediorientali non identificati”, ha scritto il presidente Donald Trump.

“Sembra le forze messicane non sono in grado di bloccarla”.

Trump ha anche annunciato l’intenzione di “tagliare gli aiuti a Guatemala, Honduras e El Salvador”, dopo aver in precedenza minacciato i paesi del Centro America che avrebbe preso misure drastiche contro di loro se avessero lasciato avanzare i migranti.

“Gli diamo aiuti e loro non fanno niente per noi”, ha anche affermato il presidente Usa.

Gli Stati Uniti stanno compiendo “ogni sforzo per fermare l’assalto di stranieri irregolari dall’attraversare il confine meridionale”, si legge nel tweet del presidente.

“Le persone devono richiedere asilo in Messico e, se non lo fanno, gli Stati Uniti le respingeranno. I tribunali stanno chiedendo agli Stati Uniti di fare cose che non sono fattibili!”

Il percorso fino agli Stati Uniti

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Credit: AFP

Un certo numero di migranti riusciranno sicuramente a raggiungere gli Stati Uniti, mentre un’altra parte del gruppo rimarrà in Messico e alcuni rischiano di essere rispediti in Honduras.

Intanto, a partire dal 22 ottobre, le autorità messicane hanno ricevuto circa mille richieste di asilo.

Gli occhi adesso sono puntati sull’amministrazione messicana e sulla sua capacità di gestire le domande di asilo e la presenza stessa dei migranti nel suo territorio: il governo ha specificato che non concederà alcun visto per attraversare lo Stato e che chi non ha basi legali per restare in Messico sarà rispedito nel proprio paese.

Che succede se la carovana arriva negli Usa

A differenza di quanto accaduto al confine con il Guatemala e il Messico, i migranti non riusciranno a entrare in massa negli Stati Uniti facendo leva sulla forza numerica.

Ognuno di loro può presentare singolarmente domanda di asilo negli Usa se teme per la propria incolumità o consegnarsi alla polizia di frontiera e sperare di poter ottenere la cittadinanza.

Tuttavia, riuscire a entrare negli Stati Uniti diventa sempre più difficile con le politiche imposte dall’amministrazione Trump.

Al momento, molte persone sono costrette ad aspettare settimane alla frontiera tra Messico e Usa e in tanti raccontano di essere stati minacciati dalle autorità di frontiera.