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Caso Diciotti, il “celodurismo” del governo non ha fatto altro che indebolire l’Italia

Sul piano continentale, il braccio di ferro forzosamente cercato da Salvini con l’Unione europea si è risolto con un fragoroso cappotto del polso e del gomito del vicepremier leghista, e con esso, di tutto il governo italiano. L'analisi di Gabriele Spitoni

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Matteo Salvini

Alla fine il “celodurismo” di governo, fine ideologia teorizzata dall’allora leader della Lega Umberto Bossi negli anni ’90, si è sciolto come neve al sole.

È bastata – si fa per dire – l’iscrizione nel registro degli indagati di Matteo Salvini (e del suo capo di gabinetto) da parte del pubblico ministero Luigi Patronaggio della procura di Agrigento, perché lo stesso ministro degli interni, impaurito da una situazione da egli artatamente creata e poi sfuggitagli di mano, concedesse la terra ferma a quelle centocinquanta persone divenute ostaggi da oltre una settimana.

Suona quasi come paradossale il fatto che a convincere Salvini, al fine di restituire la libertà a quei profughi, sia stata la paura di perdere la propria, di libertà, seppur con tempi e procedimenti lunghi.

E allora conviene provare a compiere un’analisi su cosa significhi, in questo momento, l’affaire Diciotti per l’Italia. In verità, la disamina delle conseguenze dell’operato posto in essere dal trio Salvini-Di Maio-Conte è questa volta piuttosto semplice.

Di una semplicità stucchevole, cristallina, quasi disarmante.

L’Italia esce da questa vicenda estremamente indebolita. Sul piano continentale, il braccio di ferro forzosamente cercato da Salvini con l’Unione europea si è risolto con un fragoroso cappotto del polso e del gomito del vicepremier leghista, e con esso, di tutto il governo italiano.

Eppure, prima o poi, le istituzioni unionali e gli Stati membri saranno effettivamente chiamati a rispondere di un menefreghismo illegittimo e irresponsabile nei confronti del fenomeno migratorio, pena la loro stessa autorevolezza.

Ma qui il punto, o meglio, i punti in questione, sono altri.

In primo luogo, è del tutto evidente che, fin qui, la strategia e la tattica adottate dal governo pentalegato si sono rivelate del tutto fallimentari.

Nonostante i proclami e i petti inorgogliti del trio di governo all’indomani dell’ultimo Consiglio europeo, la “voce grossa” del nostro esecutivo, il continuo innalzamento dell’asticella del confronto, fino allo scontro frontale e diretto – verbale e non – con gli altri leader europei, ha avuto un solo esito: isolare ancor più l’Italia, lasciandola sempre più sola nel gestire un fenomeno che per natura, portata, cause e incidenza non può essere classificato come problema nazionale.

Non ci voleva tanto a capire che l’alleanza con i Paesi di Visegrad e l’amicizia col ministro tedesco degli affari interni Seehofer fossero un abbraccio mortale per l’Italia. Nessun impegno vero, nessun onere concreto: il peso della sfida prende sempre di più la sola forma del tricolore italiano.

Ecco allora il secondo punto di riflessione. Se non ci voleva tanto a capire che la scelta di campo del governo italiano fosse auto-deleteria, perché è stata compiuta?

Perché, invece della soluzione negoziale e/o di prese di posizioni della diplomazia, anche severe, si è subito scelto di andare allo scontro con l’Europa e con i paesi membri?

Il motivo è chiaro, e neanche troppo celato dai diretti protagonisti. Salvini e Di Maio hanno bisogno di enormi quantità di risorse (leggi: decine e decine di miliardi di euro) per tener fede agli impegni presi con l’elettorato.

Su tutti, due: reddito di cittadinanza e flat tax. Sanno bene che la mancata implementazione di queste politiche fiscali ed economiche decreterebbe la fine della loro credibilità, del tesoretto maturato in termini di consenso durante questa lunga luna di miele con gli italiani.

Così come sono altrettanto consapevoli che l’Unione europea non è disposta a concedere al nostro paese grandi manovre deficitarie in termini di bilancio, che vadano significativamente oltre i limiti di flessibilità già concessi e negoziati con i precedenti governi nazionali.

Ecco dunque che Salvini e Di Maio, pur di mantenere il potere, sono disposti a tutto: anche a condurre la nostra Repubblica lungo un sentiero incerto e pericoloso di guerra aperta con Bruxelles, il cui esito finale potrebbe perfino essere l’Italexit.

Alla luce di questa chiave di lettura, torna utile ricordare l’allora imposizione (opposizione) del presidente della repubblica Mattarella nei confronti del professor Paolo Savona, durante la fase di formazione del governo, nel maggio scorso.

Mattarella, politico di lungo corso, navigato, esperto, dotato di capacità di lettura fuori dal comune, aveva con ogni probabilità immediatamente intuito che il vero obiettivo del nascituro esecutivo fosse la messa in discussione del rapporto dell’Italia con l’Unione europea (o forse, chissà, della stessa sopravvivenza dell’Unione).

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Per questo, con un’azione costituzionalmente legittima, provò a disinnescare quello che egli riteneva l’ordigno a più alta potenzialità di deflagrazione nei confronti di Bruxelles: per l’appunto, quel Paolo Savona che anche da ministro dell’economia in pectore, non rinnegava le sue tesi profondamente critiche del sistema unionale e della sua moneta unica.

Il presidente Mattarella cercava di accollarsi l’onere di uno scontro interno, anche duro, anche violento (come effettivamente registrarono le cronache di quei giorni) pur di preservare un normale rapporto di interlocuzione e l’adesione dell’Italia all’Unione europea.

Plausibilmente, neanche il capo dello Stato – che già nei mesi scorsi è intervenuto direttamente nelle spiacevoli vicende delle navi cariche di persone bloccate dal governo – si aspettava che l’attuale esecutivo potesse arrivare a tanto, come mostrato invece negli ultimi giorni.

“Prima gli italiani”, è stato, fin qui, lo slogan di Salvini, con la condiscendenza di Di Maio e del Movimento 5 Stelle.

Eppure gli italiani, più o meno consapevoli, sono quelli che dalla “vicenda Diciotti” ne escono peggio.

L’Italia, come una nave militare qualsiasi cui venga incredibilmente negato l’approdo sul suolo nazionale, appare in balia delle onde di un governo finto-decisionista, più attento al consenso e all’autoconservazione che alla risoluzione dei problemi, ma soprattutto, capace di volgere e stravolgere le regole del corpus normativo a proprio uso, comodo e piacimento.

Non è così che si costruisce e accresce la credibilità di uno Stato; è invece così che si vanifica il lavoro svolto quotidianamente, e con fatica, dai milioni di italiani che lavorano, che fanno impresa, che rappresentano il nostro paese all’estero, che cercano di creare le condizioni per un’economia appetibile e attraente, tutti uniti dall’unico obiettivo di costruire un’immagine nitida, pulita, competitiva del Belpaese.