Me

La storia del massacro del Circeo

Immagine di copertina
Donatella Colasanti ritrovata ne baule di un'auto dopo il massacro del Circeo

Era il 29 settembre del 1975 quando Rosaria Lopez e Donatella Colasanti si erano recate di fronte al cinema Ambassade, nel quartiere romano della Montagnola, per vedersi con alcuni ragazzi con cui si erano date appuntamento nei giorni precedenti.

Loro, Rosaria e Donatella, erano due ragazze del quartiere, all’epoca popolare, della zona sud di Roma: una barista di 19 anni la prima, una studentessa di 17 la seconda. I ragazzi con cui dovevano vedersi erano Angelo Izzo e Gianni Guido, due giovani provenienti da tutt’altro contesto: poco più grandi di loro, membri di famiglie facoltose e, per Izzo, ci sono anche alcuni precedenti penali per aver violentato due ragazze e aver preso parte a una rapina.

A quella rapina prese parte anche Andrea Ghira, figlio di uno stimato imprenditore edile e vincitore di una medaglia d’oro con la squadra di pallanuoto italiana alle Olimpiadi di Londra del 1948. Lo stesso Andrea Ghira avrebbe poi raggiunto Guido e Izzo per unirsi a quello che tutti oggi ricordano come massacro del Circeo.

I ragazzi, a dispetto dei precedenti penali di due di loro, conoscevano le buone maniere e con esse mascherarono i loro intenti, riuscendo a ottenere un appuntamento per rivedere le ragazze, con la promessa di raggiungere un amico a una festa a Lavinio. Ma a Lavinio non andarono mai.

Rosaria e Donatella furono infatti portate al Circeo, in una villa di proprietà della famiglia di Ghira, il quale raggiunse Izzo e Guido in un momento successivo. Lì le due ragazze capirono che quei bravi ragazzi le avevano in realtà teso una trappola. Dopo una richiesta di prestazioni sessuali – respinta dalle due -, i giovani iniziarono quello che, ancora oggi, è ricordato come il massacro del Circeo.

Per circa 36 ore Rosaria e Donatella subirono ogni tipo di violenze: bastonate, segregate in bagno, strozzate con lacci al collo. Rosaria muore, ma Donatella no. “Questa non vuole proprio morire” dice uno dei giovani. La 17enne, stremata, decise allora di fingersi morta per cercare di sopravvivere.

Una violenza brutale che le cronache definiscono spesso come misogina e razzista verso due ragazze di una condizione sociale inferiore da parte di tre ragazzi di quella che è definita “Roma bene”.

I corpi delle due ragazze, ritenute erroneamente morte, vennero messi nel portabagagli dell’auto di Gianni Guido con cui i ragazzi fecero ritorno a Roma. La parcheggiarono in viale Pola, nel quartiere Trieste, e la lasciarono lì, pensando probabilmente di sbarazzarsi dei corpi in un secondo momento.

Donatella Colasanti, nel frattempo, si rese conto che a bordo dell’auto non c’era nessuno e che l’avevano ritenuta morta: iniziò dunque a gridare, attirando l’attenzione di un metronotte che passava di lì il quale avvisò la polizia. Nelle ore successive Izzo e Guido finirono in manette, ma non Ghira che riuscì a fuggire grazie a una soffiata.

Le vicende dei tre, tutti condannati inizialmente all’ergastolo (Ghira in contumacia), da quel momento furono diverse.

Gianni Guido nel 1980 vide la sua pena ridotta a 30 anni per aver firmato una lettera di pentimento e aver risarcito la famiglia di Rosaria Lopez. Nel 1981 riuscì a evadere dal carcere di San Gimignano, raggiungendo prima Buenos Aires e poi Panama, dove fu nuovamente arrestato nel 1994 ed estradato in Italia. Nel 2009 ha finito di scontare la propria pena ed è tornato in libertà.

Angelo Izzo nel 2004 ottenne la semilibertà, ma durante questo periodo uccise la 49enne Maria Carmela Linciano e la 14enne Elisabetta Maiorano, moglie e figlia di un pentito della Sacra Corona Unita che aveva conosciuto in carcere, occultandone i cadaveri, poi ritrovati sepolti nel giardino di una villetta. Per questa ragione, venne nuovamente condannato all’ergastolo.

Andrea Ghira, riuscito a sfuggire all’arresto, raggiunse la Spagna dove, con la falsa identità di Massimo Testa de Andres, si arruolò al Tercio, la legione straniera locale, per esserne espulso nel 1994 per abuso di stupefacenti. Morì nello stesso anno per overdose e venne sepolto in una tomba con il nome falso. L’uomo era stato inserito nella lista dei 30 latitanti italiani di massima pericolosità, ma quando nel 2005 fu riconosciuto il suo corpo grazie all’esame del DNA, ne venne rimosso in quanto morto.

Donatella Colasanti, la vittima sopravvissuta del massacro del Circeo, si è sempre battuta perché fosse fatta giustizia nella vicenda. È morta nel 2005, a 47 anni, per un cancro al seno.