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Cosa spinge una persona a commettere uno stupro

Dopo i recenti casi di violenza, si parla sempre più spesso di casi di stupro. Ma è cambiato qualcosa rispetto al passato?

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Stando alle cronache, ogni giorno in Italia si registrano casi di violenza sessuale: nel 2017 fece scalpore il caso di Rimini, a fine agosto, dove una trans e una giovane donna polacca vennero stuprate. Pochi giorni dopo, Firenze, quando due studentesse statunitensi accusarono due carabinieri di stupro.

Altri casi a Lecce e a Roma, dove una donna tedesca di 57 anni fu violentata e poi legata e imbavagliata la notte tra il 17 e il 18 settembre a Villa Borghese. Gli ultimi a Catania, dove la sera del 19 settembre una dottoressa 26enne in servizio presso la guardia medica di Trecastagni venne aggredita e violentata e infine Bergamo, dove una mediatrice culturale venne violentata in un centro accoglienza.

Ma è davvero così? Perché le cronache prestano tanta attenzione a questi avvenimenti? È vero che prima non accadevano tutti questi stupri?

Abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza analizzando numeri, narrazioni e profili psichiatrici dei soggetti coinvolti.

I dati

  • Italia

A inizio settembre, Istat e Viminale hanno reso noti i dati relativi alle violenze sessuali subite dalla donne nel primo semestre del 2017. Prima di analizzare i dati, va precisato che questi numeri – a differenza di altri riguardanti materie ben più indagate – soffrono di una carenza di dati molto elevata: solo il 7 per cento degli stupri viene denunciato, gran parte di essi viene taciuto e, perciò, non può rientrare nelle statistiche ufficiali.

Secondo i dati forniti dal Viminale, nel primo semestre del 2017 nel nostro Paese sono avvenute 2.333 violenze carnali, a fronte delle 2.345 dello stesso periodo 2016. Un calo, seppur minimo c’è.

Gli stupri invece sarebbero sempre lì, fermi nella loro posizione. Il problema esiste. Insomma siamo di fronte a un reato che preoccupa e impone probabilmente interventi più efficaci sia in termini legislativi che giudiziari e culturali.

Bisogna inoltre aggiungere che, tra il 2015 e il 2016, alcuni ricercatori hanno condotto una serie di interviste nell’ambito del progetto “WAVE: Women Against Violence Engagement” sulla violenza sulle donne. Nel documento finale si riferisce che il 27 per cento delle donne italiane hanno subito violenza fisica o sessuale da parte del partner o di un non-partner nella loro vita dall’età di 15 anni.

  • Europa

Secondo un rapporto diffuso nel 2016 dall’agenzia Onu United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women (UN Women), il 13 per cento delle donne spagnole tra i 18 e i 74 anni hanno subito almeno una violenza fisica e/o sessuale da parte del partner nella propria vita, una percentuale che sale al 26 per cento in Francia, al 22 in Germania e addirittura al 29 nel Regno Unito, mentre in Italia è al 19 per cento.

Quanto alle violenze sessuali compiute da un non-partner, la percentuale di donne che ne hanno subita una nell’arco della propria vita, in Italia è del 5 per cento, nel Regno Unito e Germania del 7, in Francia del 9, mentre in Spagna del 3 per cento.

In Italia, tra 2016 e 2017, le cose non sembrano cambiate molto, i numeri vanno interpretati e appunto contestualizzati, ma la problematica degli stupri esiste e non può essere ignorata.

Ma se i numeri sono gli stessi, come mai negli ultimi tempi i singoli casi di cronaca vengono riportati con tanta attenzione e chi è che riceve maggiore considerazione: le vittime o gli aggressori?

TPI lo ha chiesto ad Antonio Vento, medico psichiatra, criminologo ed ex docente dell’università La Sapienza di Roma.

Secondo il dottor Vento, il problema principale risiede nella strumentalizzazione dei casi per fini politici e mediatici.

“I mass media eccitano l’argomento e lo portano in vista al fine di creare panico e terrore. In realtà non dovrebbe esserci questo allarmismo, questo atteggiamento catastrofico che invece incita comportamenti di questo tipo”.

“C’è sicuramente una maggiore tendenza”, prosegue Vento, “a liberare la donna dai suoi pregiudizi e a convincerla a denunciare, cosa che prima non accadeva sia per la scarsa fiducia nelle istituzioni che dovrebbero proteggerla, sia per il sentimento di vergogna che nasce nelle vittime, ma il modo in cui vengono raccontate le violenze desta sconcerto”.

La narrazione dei casi

Ecco che gli ultimi casi di cronaca tornano utili: un branco di giovani africani agisce a Rimini in una notte di fine agosto; una decina di giorni dopo la scena si sposta a Firenze: protagonisti due italiani in divisa. In entrambi i casi le indagini in corso avrebbero dovuto suggerire cautela. E in entrambi i casi al centro del sentimento collettivo dovevano esserci le vittime: una ragazza polacca e una trans peruviana nel riminese, due studentesse americane a Firenze.

Ma il percorso scelto in generale per le narrazioni è stato differente e ha teso la mano a semplificazioni di comodo che hanno “liquidato” frettolosamente i soggetti coinvolti.

Cosa accade nella mente dei due soggetti coinvolti? Lo spiega sempre lo psichiatra Antonio Vento.

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  • Stupratore

“Lo stupratore è il soggetto che cerca di scaricare su un oggetto, in questo caso una donna, tutte le frustrazioni che raccoglie nella giornata, in famiglia, sui posti di lavoro”, spiega lo psichiatra.

“Lo stupro è un atto di violenza e nello stesso tempo è un atto di umiliazione che si esplica attraverso mezzi sessuali. Viene utilizzato per esprimere potere o rabbia. Chi lo subisce è la parte più debole sottoposta ad azioni che arrivano anche all’omicidio”.

“Gli stupratori scelgono vittime più piccole e deboli di loro per avere la certezza del dominio. Ci sono stupratori sadici citati dalla letteratura per le loro scelte perverse: urinano addosso, eiaculano sul volto e sui capelli della vittima, cercano di avere un rapporto anale”.

“La sessualità è usata al servizio degli stupri, ma che sono atti che non hanno nulla a che vedere col sesso. Il sesso è solo un atto di forza, una dimostrazione di potere su un altro soggetto della società, che può essere tanto una persona della propria cerchia di consocenze – come accade nel 50 per cento dei casi – tanto un perfetto sconosciuto”.

  • Vittima

“Non è possibile capire il vero dolore di una vittima, bisognerebbe esserlo ed è una situazione molto particolare: durante lo stupro si prova shock e terrore simile al panico, il primo impulso è quello di sopravvivere”.

“Dopo l’iniziale scarica di adrenalina, si attivano le regioni razionali situate nella parte frontale del cervello della vittima, che è al contempo schiacciata dalla situazione”.

“Sono meccanismi di perversione che nascono da strutture sociali difficilmente gestibili”, conclude Vento. “Si combinano delle situazioni che vanno a favore del violento e che denotano in entrambi i soggetti – stupratore e stuprata – una personalità non completamente forte”.