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È morto Pino Pelosi, l’uomo condannato per l’omicidio di Pasolini
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È morto Pino Pelosi, l’uomo condannato per l’omicidio di Pasolini

20 Lug. 2017
pino pelosi

È morto a Roma Pino Pelosi, l’uomo condannato per l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 in un campetto da calcetto all’Idroscalo di Ostia.

59 anni, Pelosi era da tempo malato di tumore ed è morto al Policlinico Gemelli, dopo essere entrato in coma nella notte. Le sue diverse ricostruzioni dell’omicidio Pasolini hanno fatto discutere per anni.

L’omicidio Pasolini

“Vuoi fare un giro?”, chiese il maestro del cinema al giovane gigolò, secondo la confessione di quest’ultimo alla polizia.

All’1.30 di notte del 2 novembre 1975 un’Alfa Romeo venne fermata dai Carabinieri per eccesso di velocità nei pressi dell’Idroscalo di Ostia, vicino Roma. Il guidatore Giuseppe Pelosi, 17 anni, fu arrestato per il furto dell’auto, di proprietà di Pasolini.

Poche ore più tardi il corpo del regista veniva rinvenuto coperto di sangue a lato di un campo da calcio.

Secondo la prima confessione del ragazzo, Pelosi e Pasolini si erano incontrati alla stazione centrale di Roma Termini intorno alle 22.30 del 1 novembre.

Lo scrittore offrì poi la cena al ragazzo al Biondo Tevere, un ristorante romano in zona San Paolo dove il regista era di casa, e poi si sono entrambi diretti verso Ostia.

Le reazioni

Nel 1976 Pelosi fu condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti, secondo quanto rivelato dall’autopsia del professore Faustino Durante. In seguito, però, la Corte d’Appello escluse dalla sentenza ogni riferimento al concorso di altre persone: Pelosi aveva agito da solo e Pasolini, il grande intellettuale, era stato ucciso durante un appuntamento segreto andato storto.

Eppure sulla vicenda continuava ad aleggiare il mistero e non tutti fecero affidamento alle sentenze. Già nel 1976 la cerchia di amici e parenti di Pasolini, tra cui Enzo Siciliano e Oriana Fallaci, cominciarono a sospettare della confessione del ragazzo. Nell’Alfa Romeo, infatti, venne trovato un maglione verde che non apparteneva né a Pasolini né a Pelosi, e alcuni testimoni affermarono di aver visto un’altra macchina e un motociclista allontanarsi dalla scena del delitto.

L’ammirazione per Pasolini, i suoi film (e in Italia anche i suoi scritti), crebbe. La sua fama venne consacrata a livello nazionale e internazionale. Al punto che perfino il Vaticano, che in passato aveva denunciato il regista per blasfemia, oggi ha rivalutato Il vangelo secondo Matteo come “la migliore opera su Gesù della storia del cinema”.

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