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Perché alcune madri si pentono di avere avuto figli
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Perché alcune madri si pentono di avere avuto figli

TPI ha intervistato una psicoterapeuta per far luce sul sentimento di pentimento che provano molte madri dopo aver avuto un figlio e che è ancora un tabù

17 Mag. 2017

Se potessero tornare indietro non lo rifarebbero. Se potessero ripartire, sceglierebbero di non diventare mamme. Il giudizio nei confronti di queste donne è in agguato. Mamme snaturate, mamme che non amano i propri figli, viene da pensare, e spesso da dire.

Oggi quello delle “mamme pentite” continua ad essere un tabù, uno stigma sociale, qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da non poter confessare nemmeno a noi stesse. 

Pentirsi di essere diventate madri non significa odiare i propri figli. Spesso coloro che provano questo sentimento amano i loro figli, ma non sopportano il loro essere madri. 

Si è iniziato a parlare più apertamente della questione dopo che Orna Donath, una ricercatrice israeliana della Ben Gurion University, ha pubblicato il suo saggio accademico Regretting Motherhood, che ha generato un acceso dibattito internazionale nei mesi scorsi.

La sociologa, che nel suo lavoro ha raccontato la storia di 23 madri, è stata accusata di aver condotto una ricerca non scientifica, per la scarsa ampiezza del suo “campione”. Eppure lei continua a sostenere che il fenomeno che ha analizzato non riguarda un numero limitato di casi, ma è rappresentativo di un trend più ampio, spesso inconfessabile.

Essere madre è un istinto naturale antico come il mondo, un bisogno e una propensione necessaria di ogni donna? Chi non rientra in queste categorie è una strega o un mostro? Fino a qualche anno fa la risposta era semplice, e ammettere a se stessi e alla società la volontà di non volere un figlio o di essersi pentite della propria maternità, era praticamente impossibile.

Ci si guardava bene dall’andarsi a infilare volontariamente nella tana del leone, pronto a giudicare o a puntare il dito senza conoscere nulla della storia di una persona, considerata cattiva, sbagliata, malata. 

Ma l’immagine di una donna pronta a sacrificare se stessa per la famiglia, a dedicare tempo a tutto tranne che a se stessa e alle proprie ambizioni a molte donne sta stretta, e questo è un dato di fatto.

Che ci piaccia o meno, la parola mamma in Italia fa ancora rima con casa, figli e lavori domestici. Secondo dati Ocse, le madri italiane, che abbiano o meno un impiego, dedicano agli impegni domestici in media 5 ore al giorno, posizionandosi al quarto posto tra i paesi industrializzati.

Un carico di lavoro di ben tre volte maggiore rispetto ai propri compagni, che in Italia dedicano appena 100 minuti alle faccende domestiche.

“Non si può negare che fare la mamma in Italia sia diventato un faticoso percorso a ostacoli, a causa di una situazione economica che non offre certezze e che rende estremamente costoso crescere un figlio, dell’assenza di prospettiva che minaccia il futuro delle nuove generazioni ma anche, e non per ultimo, della mancanza di sostegni che impediscano alla donna una serie di rinunce e ne limitino i sacrifici”, scrive Maria Letizia Verri, autrice del libro Mamma, femminile plurale.

“Tutti questi fattori naturalmente influenzano la scelta di avere un figlio o, ancora più difficile, di averne due o più di due”, prosegue Verri. “C’è un motivo se l’Italia è tra i paesi con la più bassa fecondità al mondo ed è soprattutto rintracciabile nella decisione di avere un figlio 27 sempre più tardi, al raggiungimento di una minima stabilità lavorativa”.

“Una situazione che ha completamente trasformato la dimensione media delle famiglie italiane e che sta portando a far prevalere il modello familiare del figlio unico. Se guardiamo i dati della nostra indagine sono più del 40 per le mamme con solo un figlio. Eppure, come scriveva Oriana Fallaci negli anni Settanta, ‘essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto tra tanti diritti’. Oggi il diritto non è certo venuto meno ma è diventato estremamente difficile vederlo garantito”, scrive ancora citando una ricerca del 2016 condotta per 2B Research Analysis Exploration in partnership con FattoreMamma. 

TPI ha chiesto ad Alessandra Bramante, psicoterapeuta perinatale e criminologa clinica, un quadro sul tema del sentimento di pentimento di alcune mamme.

Quanto è diffuso in Italia oggi il fenomeno delle madri che si sono pentite di aver fatto un figlio?  

La maternità è un evento complesso, caratterizzato da numerosi cambiamenti fisici, ormonali, emotivi e sociali. Si tratta di un evento che racchiude sentimenti di amore e di odio anche se è difficile dirselo. Credo che il pentimento di aver avuto un figlio sia un sentimento comune per molte donne, da sempre esistito e transculturale, forse oggi le donne, in particolare nella nostra cultura, riescono ad esserne più consapevoli, in quanto più emancipate ed autonome. Nonostante ciò non se ne parla per vergogna e senso di colpa. Fin dagli albori della storia umana ed in ogni cultura, una donna nasce per essere madre. C’è un presupposto sociale per cui la donna deve mettere al mondo un figlio per ritenersi tale e realizzata nella vita. Questo porta anche ad identificare la donna come un corpo che genera oppure no, capacità che è vista come nucleo cruciale nella sua vita. Il pentimento di aver fatto un figlio è un sentimento molto diffuso al quale noi donne dobbiamo cominciare a dare voce senza per questo sentirci in colpa o delle madri sbagliate. 

Da cosa dipende il loro pentimento? 

Un bambino non è solo gioia ma responsabilità, fonte di cambiamento e a volte anche un ostacolo nella vita di molte mamme, perché mentire anche a se stesse e non ammetterlo? Ci sono bambini difficili che richiedono un sacco di energia che a volte le donne non hanno, ci sono momenti di vita difficili in cui arriva un bambino e tutto diventa un peso. Ricordo una paziente che ha partorito la figlia ed in quello stesso giorno è morta la sua mamma. Uno strazio e tanta fatica ad accettare quella bambina sconosciuta che, nella sua testa, per arrivare le aveva portato via la mamma che lei tanto amava. Altre donne fanno un figlio perché lo desidera il loro partner e se ne pentono già durante la gravidanza. Altre affrontano anche numerosi trattamenti di fecondazione assistita e poi, finalmente incinte si pentono della loro scelta e non voglio più quel bambino. Forse perché mosse dall’orologio biologico o dal “potere di generare” si spingono al di là dei loro desideri. Ricordo pazienti che parlano del parto come un momento spartiacque della loro vita, quella che ero prima (nostalgia e tristezza per qualcosa che non ci sarà più) e quello che sono ora (senso di oppressione, come se fossero imprigionate in un ruolo che non voglio). Non sempre però pentirsi di essere madri è legato ad una psicopatologia postpartum, per alcune donne è un sentimento lucido, chiaro e consapevole.  

Quanto influiscono i fattori esterni (sociale-economico-welfare) e quanto invece è una cosa che riguarda la psiche, personalità intima di una donna?

Credo che influiscano entrambe le cose, di certo l’aspetto sociale è preponderante. Nella società odierna ancora non c’è spazio per una donna che desideri non essere mamma. Questo la porta ad avere una etichetta, un marchio di diversità ed indignazione. Perché una donna che sceglie la carriera ad un figlio deve essere per questo giudicata? È una scelta personale, perché il desiderio di non maternità deve per forza essere giustificato agli occhi della società? Anche la personalità della donna così come la sua storia di vita influiscono, per esempio ci sono donne che tendono a rimuginare sul passato, altre che si sentono costantemente in colpa, altre perfezioniste che faticano a fare entrare un bambino e tutti i cambiamenti che comporta nella loro vita. Per alcune quel figlio risveglia fantasmi e paure del passato che non erano stati identificati né elaborati. 

In che modo si riversa questo malessere sulla vita di madre e sul rapporto con i figli? 

È importante ricordare che pentirsi di avere avuto un figlio o pensare che se si potesse tornare indietro non si rifarebbe, non vuol dire non amare quel bambino. Ciò nonostante per queste donne è forte il senso di colpa per non riuscire a provare ciò che si dovrebbe provare (e qui ricadiamo nel luogo comune maternità). Credo che il sentirsi libere dal giudizio nel parlarne possa essere un ottimo rimedio per queste donne. In alcuni invece casi la vergogna, il senso di colpa e la tristezza possono portare ad una depressione perinatale (gravidanza e/o postpartum) che se non intercettata e adeguatamente curata può avere conseguenze non solo sulla mamma ma anche sulla relazione mamma-bambino, sul bambino e sulla relazione di coppia.  

​Anche se poco conosciuto, esiste poi in letteratura il disturbo della relazione mamma-bambino, sono quelle mamme che dopo il parto rifiutano i loro bambini, si sentono distanti e non se ne vogliono occupare. Queste mamme possono arrivare a delegare completamente le cure dei figli e, in conseguenza alla colpa e tristezza dei loro sentimenti e comportamenti, possono sviluppare una depressione postpartum. Se non si interviene con un lavoro specifico sulla coppia, tale disturbo può avere gravi conseguenze sulla salute mentale della mamma e in casi estremi può portare ad agiti aggressivi verso il bambino.  

Perché queste donne non riescono a parlare di questo tema? Quanto è ancora forte lo stigma sociale? 

Il tema “maternità” costituisce un ambito ancora molto, anzi troppo idealizzato nel nostro Paese. Si pensa che avere un figlio significhi in primis essere una vera donna, un figlio è solo gioia e la maternità rappresenta la realizzazione personale. Tutto andrà per il meglio, lo vedrai e ti innamorerai subito di lui e tu, che tanto lo hai desiderato, non potrai di certo avere la depressione postpartum. Tutti luoghi comuni che portano quelle donne che non provano gioia durante il parto o dopo la nascita del loro bambino (sane perché nulla ci dice che deve essere così) a sentirsi profondamente sbagliate e in colpa. Ma di questo non si può parlare perché urta con il significato che la nostra società dà all’essere madre. Questo fa si che queste donne si rifugino sui siti internet o nelle chat di mamme dove, essendo anonime, posso sfogare tutte le loro paure, ansie e frustrazioni legate al sentirsi della cattive mamme. Lo stigma è forte verso la malattia mentale, è assoluto nel caso in cui la malattia mentale si manifesti durante la gravidanza o dopo la nascita di un bambino. Ci sono mamme che si pentono di aver fatto un figlio, altre che non riescono ad amarli pur avendoli desiderati, altre che non riescono ad averne, altre che li perdono quando li aspettano. Le mille sfaccettature dalla maternità ci devono far capire che ogni donna è diversa, con la propria storia ed i suoi desideri, anche quello di non avere un figlio.  

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