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Viaggio tra le chiese pentecostali che proliferano in Campania

A Castel Volturno si contano oggi almeno 40 chiese pentecostali che accolgono la vastissima comunità africana locale, tra religione e sospetti di attività illecite

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È domenica mattina, giorno di preghiera anche per gli immigrati africani di Castel Volturno. In una delle chiese pentecostali africane sorte negli ultimi anni la funzione è cominciata da qualche minuto. I fedeli – vestiti con gli abiti della festa – alzano le mani al cielo e invocano Dio danzando sui ritmi tribali.

Dopo quasi due ore di canti e preghiere arriva il momento dello studio dei testi sacri. Il pastore cita la Bibbia a memoria e ne spiega il significato. Dice che la Bibbia non la si deve interpretare, come invece fanno i cattolici.

“Come può l’uomo, nella sua imperfezione, interpretare la parola di Dio?” si chiede il pastore Salomon Fadiya. Arrivato a Castel Volturno nel 1997, fondò una delle prime chiese pentecostali africane. Oggi se ne contano almeno quaranta. 

A Castel Volturno ci sono due mondi: il mondo bianco dei 27mila abitanti italiani e il mondo nero degli immigrati africani. Due mondi che coabitano ma non interagiscono. Quanti siano gli immigrati a Castel Volturno nessuno lo sa con esattezza. C’è chi dice 15 mila, altri 20mila. Ciò che è certo è che a Castel Volturno sono riusciti a formare una comunità quasi del tutto autosufficiente. Una piccola Africa nel cuore d’Italia.

E come ogni comunità, anche questa ha i suoi luoghi di culto. Si tratta di ex capannoni industriali, villette abbandonate o semplici locali commerciali riconvertiti per ospitare una chiesa pentecostale. Ogni chiesa ha il suo pastore che si occupa tanto della gestione finanziaria quanto di quella spirituale. “La nostra è una missione – mi dice uno di loro –. Essere un pastore significa sacrificare la propria vita a Dio”. Un sacrificio, però, che può essere ben ripagato. 

Secondo la dottrina pentecostale, i fedeli devono donare alla chiesa il 10 per cento dei propri guadagni per pagare le spese, e ciò che avanza va nelle tasche del pastore. Ma da dove proviene il denaro delle offerte? Gli immigrati di Castel Volturno svolgono lavori saltuari: braccianti agricoli, muratori, colf. Tutti pagati alla giornata con paghe da miseria. Tutti poveri cristi disposti a lavorare per pochi spicci pur di sopravvivere. Ma qui c’è anche chi ha trovato il modo di arricchirsi. 

Il declino della camorra locale, decimata da continui arresti e scissioni, ha creato un vuoto di potere riempito dalla mafia nigeriana, che gestisce lo spaccio di droga e la prostituzione sul litorale domizio. Nel 2003 un’indagine della magistratura portò all’arresto di una cinquantina di immigrati africani. Per la prima volta in Italia fu contestato il reato di associazione mafiosa ad un’organizzazione straniera presente sul territorio nazionale. Tra gli arrestati spiccava il nome di Odion Israel Aigbekean, un pastore nigeriano di stanza tra Castel Volturno e Villa Literno.  

Quella del pastore Odion era solo una delle tante chiese africane del litorale. Per trovarle mi è bastato fare un giro sulla Domiziana, l’antica strada romana che percorre ancora oggi tutta la costa. Fuori da ogni chiesa c’è un’insegna con l’immagine del pastore in primo piano e il nome scritto a caratteri cubitali: Christ The Rock of My Salvation, Fire Word Ministries, World of Hope Ministry. Tutti in inglese, perché l’inglese è la prima lingua tra le strade di Castel Volturno.  

“Molti immigrati l’italiano non l’hanno mai imparato” mi spiegano Donato Di Sanzo e Maria Antonietta Maggio che, guidati dal professor Naso dell’Università La Sapienza, hanno analizzato la proliferazione delle chiese pentecostali africane a Castel Volturno.  

“La comunità africana – mi spiegano i due ricercatori – è completamente abbandonata a se stessa. Non esiste alcuna volontà di integrazione”. Così gli immigrati hanno iniziato a fondare le loro chiese.  

“La loro proliferazione è tipica del pentecostalismo. A Castel Volturno, come altrove, una volta cresciute, le chiese pentecostali tendono a scindersi per la volontà dei vari pastori di rendersi indipendenti l’uno dall’altro”. A questo bisogna aggiungere che a Castel Volturno la domanda di religiosità è molto elevata.

“Gli immigrati nella chiesa cercano risposte ai loro tanti bisogni, spirituali e materiali. Così le chiese hanno cominciato a proliferare anche per rispondere, in maniera diversificata, ai questi bisogni”. Quanto detto, però, non esclude la possibilità che ci siano interessi diversi alla base della proliferazione. “Interessi economici o collusioni mafiose – mi spiega Di Sanzo – possono senz’altro esistere. Un errore, però, sarebbe generalizzare e criticare tutte le chiese indistintamente. Bisogna valutare caso per caso”.  

Per capire come funziona una chiesa pentecostale a Castel Volturno bisogna prima di tutto conoscere i pastori che le reggono. Uno dei primi che incontro accetta di parlare con me ma mi chiede l’anonimato. Mi mostra la sua chiesa: un ex locale commerciale di pochi metri quadrati con una ventina di sedie e un pulpito di legno. Alle pareti ci sono solo drappi blu e rossi. “Io sono un pastore part-time, di giorno faccio il muratore. Se non lo facessi non saprei come vivere, perché in questa chiesa siamo pochi e con le offerte riusciamo a pagare a stento l’affitto”.  

Diversa è la situazione alla True Worshipers Ministries. La chiesa è ospitata in una delle tante villette per vacanzieri sorte negli anni Sessanta. Nella sala principale c’è un piccolo palco con il pulpito, la poltrona del pastore e la scritta dorata “His Glory Reigns”. Alle pareti quadri di paesaggi e rivestimenti in oro. Ma ciò che salta all’occhio è il sistema di pilastri e carrucole al centro della sala.

“Serve per le riprese video”, mi spiega il Vescovo Brodrick Ovienloba. È un ragazzo di circa 35 anni alto poco meno di due metri. Il mio primo dubbio riguarda il suo titolo. Chi l’ha visto mai un vescovo così giovane? La verità è che nella chiesa pentecostale è particolarmente semplice diventare vescovo. Basta trovare un pastore dello stesso grado disposto ad ordinarti. Chiedo a Ovienloba qual è il suo compito.

“Io, in quanto Vescovo, sovrintendo sull’attività degli altri pastori. Ma solo se questi ultimi lo richiedono”. Attualmente, però, nessun pastore ha chiesto i suoi servizi.  A differenza del pastore-muratore, Ovienloba dipende dalle offerte dei suoi fedeli. Parlare di soldi, però, lo offende. “Voi italiani credete che le chiese pentecostali siano una copertura per fare soldi. Ma non c’è nessuno scopo di lucro”.

Provo a capire quanto riesce a guadagnare con le offerte dei fedeli e come vengono spesi i soldi, ma il Vescovo preferisce non rispondere. Quanto paga d’affitto, mi spiega, è un affare tra lui e il proprietario di casa. Come vengono spesi i soldi è un affare tra lui e i suoi fedeli. “E quanto tengo per me dalle offerte sono affari miei”. E lo sono per davvero.  

“Una caratteristica del pentecostalismo – mi spiega Remo Cristallo, presidente della Federazione Chiese Pentecostali italiane – è l’assoluta autonomia manageriale. Ciò significa che su ricavi e spese un pastore non deve dar conto a nessuno”. Ognuno per sé e Dio per tutti, insomma.  

L’argomento soldi è un vero tabù nelle chiese di Castel Volturno. Anche il pastore Salomon della Living Hope Ministry tiene le cifre per sé. Mi spiega, però, che gestisce il denaro tenendo conto esclusivamente delle esigenze dei suoi fedeli. “Con i soldi delle decime copriamo tutte le spese e cerchiamo di aiutare i fedeli in difficoltà. Ovviamente per me non rimane niente”. Come fa allora a sopravvivere? “Qui siamo una grande famiglia, se ho bisogno di qualcosa i fedeli mi aiutano. E poi ci sono le offerte personali”. 

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Il lavoro dei pastori non si esaurisce nella gestione del culto. Grazie allo Spirito Santo, mi spiega Salomon, essi possono guarire i propri fedeli da ogni malattia e possono scacciare i demoni che tentano ognuno di noi. Quando questo accade i fedeli ricompensano il pastore con offerte in denaro.  

Non tutti i pastori, però, hanno gli stessi doni. “Il massimo che io posso fare – mi dice Salomon – è pregare insieme ai fedeli ammalati. In questo modo ho guarito centinaia di persone”. Il Vescovo Ovienloba invece ha doni superiori.  Durante una funzione un fedele si accascia ai suoi piedi chiedendo il suo intervento. Un semplice tocco della mano e l’unzione con un olio benedetto scacciano immediatamente il demone che era dentro di lui.  

Nel nostro incontro Ovienloba mi dice che io stesso sono posseduto da uno spirito – maligno ma non troppo pericoloso – ma che non può operare su di me perché non conosco il vero Dio.  

Guarigioni ed esorcismi fanno parte della sfera religiosa pentecostale, ma c’è chi accusa i pastori di sfruttare le credenze dei propri fedeli per tornaconti personali.

Isoke Aikpitanyi è una giovane ragazza nigeriana che, come tante, fu costretta a prostituirsi una volta arrivata in Italia. Ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City, scritto insieme a Laura Maragnani. “In Africa – racconta Aikpitanyi – per fare il pastore basta avere una bibbia. Grazie a quella bibbia i pastori assumono un potere psicologico sulle persone quasi illimitato”.

Prima di partire per l’Italia, alle ragazze nigeriane – che credono di dover fare le modelle – viene chiesto di “legarsi” ai propri benefattori con un rito magico. Quelli dell’organizzazione si impegnano a sostenere i costi del viaggio mentre le ragazze si impegnano a ripagare il debito e a seguire – sempre e comunque – le indicazioni dei loro benefattori. Qualora il patto venisse sciolto unilateralmente, malattie e catastrofi di ogni sorta si abbatterebbero su di loro e sulla loro famiglia. Arrivate in Italia, le ragazze capiscono che i benefattori sono in realtà sfruttatori e che il loro futuro non è sulle passerelle della moda ma sul marciapiede.

“Le ragazze appena arrivate non vogliono prostituirsi, ma che possono fare? Credono davvero nei riti vudù”. Ma credono anche in Dio. Così chiedono consiglio ad uno dei tanti pastori pentecostali. “Il pastore è sempre d’accordo con la maman della prostituzione – spiega Aikpitanyi – e farà i suoi interessi”. Così il pastore spiega alle ragazze che prostituirsi è una cosa brutta ma anche non mantenere le promesse lo è. E poi, se si è legati ai propri sfruttatori con un rito magico, bisogna stare bene attenti. Così le ragazze finiscono per abituarsi alla loro condizione. Evidentemente è la volontà di Dio.  

Racconto questa storia al pastore Salomon. “Ogni volta che salgo sul pulpito – mi dice – dico ai miei fedeli che la prostituzione è sbagliata. È contro Dio”. Salomon, però, non esclude che altri pastori possano avere affari loschi. “Il pastore è un uomo e come tale è soggetto alle tentazioni del demonio”. E le tentazioni a Castel Volturno sono in ogni angolo.  

La mafia nigeriana è riuscita a costruire la sua roccaforte europea a Castel Volturno. Lo sa bene il giornalista Sergio Nazzaro, uno dei maggiori esperti italiani di mafia africana. Nel suo libro Castel Volturno: reportage sulla mafia africana, analizza le strategie e le attività dei mafiosi nigeriani e ipotizza un legame tra le chiese pentecostali e le attività mafiose.

“I rapporti tra le chiese e le mafie – mi dice Nazzaro – non sono cosa nuova e riguardano tanto gli ambienti cattolici quanto le altre religioni. Le chiese pentecostali, però, sono più esposte di altre, mancando qualsiasi tipo di organizzazione gerarchica e di controllo”.  

Non è d’accordo il pastore Salomon, che addirittura nega la presenza della mafia. “Se qui ci sono africani che delinquono, lo fanno per conto degli italiani. E comunque capita spesso che la polizia fermi ragazzi africani e metta loro addosso la droga”. Il pastore mi dice che non ne ha esperienza diretta ma che tante persone gliel’hanno riferito e lui ci crede.  

“L’atteggiamento di Salomon – mi dice Nazzaro – è tipico di chi difende a tutti i costi la propria comunità fino a negare l’evidenza”. È in questo contesto, secondo Nazzaro, che le chiese pentecostali possono diventare vere e proprie coperture per affari illeciti. Le chiese, come detto, si finanziano grazie ai fedeli che versano il dieci per cento dei propri guadagni.

“Ma il dieci per cento di cosa? – si chiede Nazzaro – Delle paghe da miseria dei braccianti agricoli o delle grosse somme di denaro smosse dalla criminalità organizzata?”. “Un coinvolgimento diretto delle chiese in attività mafiose – aggiunge Nazzaro – deve essere dimostrato caso per caso. Ma dalle informazioni che ho raccolto nel corso delle mie ricerche posso dire che non è affatto da escludere”. 

Guardo le rifiniture in oro del pulpito e la poltrona del pastore che sembra quasi un trono, e mi chiedo quanta della ricchezza ostentata possa provenire da attività illecite. I fedeli, però, sembrano non preoccuparsene. La funzione è quasi finita e il pastore chiede a tutti di ringraziare Dio con una danza. Si avvicina a me e mi chiede di fare lo stesso.

Sono imbarazzato, mi sento fuori luogo e qualcuno dei fedeli mi guarda divertito. Una di loro, però, non si cura di me. Alza le braccia al cielo e prega. Lo fa muovendo le labbra: sta parlando direttamente con Dio. Molti seguono il suo esempio, ognuno ha qualcosa da chiedergli. Forse pregano per i loro cari, forse chiedono un lavoro sicuro o un permesso di soggiorno. O forse la possibilità, prima o poi, di poter tornare a casa. Se mai riti vudù, azioni immorali e affari illeciti sono entrati in questa chiesa, adesso non li vedo. Ora vedo solo la speranza.