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WandaVision, tra David Lynch e Marvel: l’urlo dell’arte intrappolata nel mainstream

Di Matteo Vicino
Pubblicato il 15 Feb. 2021 alle 13:42 Aggiornato il 15 Feb. 2021 alle 13:43
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Immagine di copertina

Bisogna riconoscere che WandaVision, prodotto di punta della piattaforma Disney+, rappresenta qualcosa di mai visto nella storia delle fiction televisive. È difficile da contestualizzare, perché al contempo parliamo di un prodotto autoriale e mainstream che cerca disperatamente di evincersi dalle strettissime maglie di una piattaforma in cui l’arte libera non esiste, in una sorta di gioco di scatole cinesi in cui gli autori cercano di evincersi dalle strette maglie del produttore.

Sin dal suo avvento, la piattaforma Disney+ ha chiarito che la famiglia è il suo target principale, ed è incredibile come questa onda politicamente corretta abbia mangiato gran parte delle produzioni americane, da Pixar a Lucasfilm alla Marvel, rendendole non solo inoffensive, lo erano già, ma devastando le qualità artistiche dei prodotti per renderle innocue e sbiadite, tranne per la fattura, sempre eccellente, e alcune punte di assoluta bellezza come Toy Story 4. Una onda elettromagnetica purificatrice di contenuti.

La Disney è diventata l’unico polo per gli adolescenti, una gioiosa macchina nazional popolare di prodotti “puliti”. Non vi è traccia dei Bertolucci, dei Pasolini, dei Robert Altman o degli Scorsese. La Disney non ammette eccezioni. Poco importa che i suoi “divi” diventino una volta usciti dalla maglia tentacolare Disney prodotti da banco con forti richiami sessuali, forse per reazione inconscia di una educazione troppo rigida, come Ariana Grande, Justin Timberlake, Miley Cyrus, Britney Spears. Prima della loro “liberazione” Disney li forma e li usa come i due protagonisti di WandaVision sono intrappolati in un mondo fittizio.

La prima puntata di WandaVision è coraggiosa e ci lascia interdetti. È in tutto e per tutto una Sit-com Anni 50, ricreata alla perfezione. Man mano che le puntate scorrono le scenografie, gli ambienti, i costumi si evolvono e ci proiettano in altrettante situazioni televisive degli anni sessanta, settanta, ottanta e novanta, e la trama comincia a dipanarsi. La fattura è incredibile, si viene proiettati in quegli anni. Così come presto ci si rende conto che i personaggi creati nell’universo Marvel, Wanda Maximoff e Visione, sono a loro volta intrappolati in una dimensione parallela, la cittadina Westview, nel New Jersey. Non a caso “Westview”, la “vista dell’occidente”.

Ciò che rende WandaVision davvero inquietante è la costrizione psicologica e fisica dei personaggi in una “Società dello spettacolo”, perché Wanda crea, grazie ai suoi poteri, una sorta di dimensione perfetta in cui tutto si ricollega ai nostri ricordi d’infanzia, la nostra stessa coscienza sembra plasmata dai ricordi delle fiction americane, Sit-Com con risate finte che parlano di una società occidentale sana e pulita. Ma è tutto falso.

La protagonista, interpretata da una bellissima Elizabeth Olsen, è intrappolata nella sua stessa percezione di Occidente, di benessere americano e Welfare, per dimenticare una infanzia di orrore e guerra. Tutto diventa, a un occhio attento, terribile e angosciante. È come se David Lynch si fosse unito ai prodotti Marvel, creando una realtà parallela che urla per scappare. Così gli autori della serie sembrano implorarci di “liberarli” dal dominio Disney, vero deus ex-machina creatore di mondi paralleli in cui tutto va bene, non esiste male e non esistono parolacce. Ma non esiste arte libera. Vediamo personaggi muoversi sorridenti e ripetere gesti semplici o battute da sit-com, e implorare lo spettatore lacrime agli occhi di liberarlo da una condizione mainstream. È tutto davvero spaventoso.

Ciò che non funziona in WandaVision è il tentativo di unire autore a prodotto commerciale. Il mondo reale, quello fuori dalla bolla creata da Wanda Maximoff, è la solita accozzaglia di agenti F.B.I divisi tra buoni e cattivi, le solite super-armi. In pratica WandaVision è una protagonista che crea una realtà parallela forgiata sulla sua società perfetta, quella mainstream, così come gli autori creano una serie finta intrappolati nella stessa dimensione parallela. La sensazione è davvero disturbante, il prodotto in generale, però, non funziona completamente. Perché l’arte vera non riesce a liberarsi. Sappiamo quanta poesia c’era nei primi Star Wars, nel primo, eccellente, “Iron Man”, e come Disney abbia travolto tutto. Sappiamo che ora gli attori non possono più esprimere opinioni libere, è di pochi giorni fa la notizia che l’attrice Gina Carano è stata licenziata da Disney per le sue opinioni di elettrice repubblicana, o come non vi sia spazio in Disney+ per produzioni libere, faccia specie il fatto che le uniche produzioni recenti italiane accettate nella piattaforma sono i film di Aldo Giovanni e Giacomo, prodotti cinematograficamente assolutamente mediocri. L’unico settore di Disney che continua a produrre opere di qualità, seppur sempre contestualizzate in un target famiglia, è la creatura di Steve Jobs, la Pixar, che non a caso resisteva a una acquisizione quando era in vita.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

La Disney è al contempo il mondo che vorremmo tutti, ma non è. Provare a lavare i sentimenti umani così come Wanda Maximoff prova a creare una dimensione che ci riporta a serial come “Family Ties” (Casa Keaton), o “Vita da Strega”, è collegarci a quella parte intima di noi forgiata sulla cultura popolare, ignorando che tra gli anni sessanta e oggi sono stati perpetrati i peggiori crimini della storia dell’umanità. Wanda Maximoff conosce la guerra, è nata nella immaginaria Segovia, una sorta di Ex-Jugoslavia, i suoi genitori sono stati entrambi uccisi nei film Marvel così come suo fratello. Questo suo disperato tentativo di creare una dimensione forgiata sul benessere americano è dolorosa e inquietante. E artisticamente interessante.

A riguardo si può guardare, su Netflix, “I’m Thinking of ending things”, un capolavoro, per quanto insostenibile, di Charile Kaufman, che ci racconta la fine della civiltà, la pervasività della società dello spettacolo, le citazioni al filosofo Guy Debord, la cultura popolare che inonda la nostra coscienza con ricordi del liceo e dei film di Robert Zemeckis, ingannandoci che il nostro mondo e la nostra gioventù siano “Ritorno al Futuro”. Quanto di noi è plasmato da ciò che vediamo? Siamo tutti intrappolati in una realtà parallela forgiata sulla società dello spettacolo? Quanto siamo liberi? Quanto imprigionati?

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