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Il nuovo doc di Santoro è scomodo: per questo lo potete vedere su TPI e non sulla Rai

Di Luca Telese
Pubblicato il 14 Dic. 2020 alle 21:31 Aggiornato il 14 Dic. 2020 alle 22:16
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Se non avete già visto “I fili dell’odio” fatelo subito: avrete un’altra settimana di tempo per farlo, su TPI (e siamo ben contenti di essere il mezzo attraverso cui si realizza questa opportunità). Fin dalla prima inquadratura si riconosce il marchio di fabbrica inconfondibile di Michele Santoro: è un battito di musica, un taglio di ritmo nel montaggio, qualcosa che ti porta subito dentro il racconto e ti tiene lì, anche se quando hai iniziato non ti importava nulla del tema.

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Questa docu-fiction infatti potrebbe essere una puntata di “Moby’s”, potrebbe essere un nuovo atto unico sulla falsariga di “La Mafia è bianca”, potrebbe essere uno dei tanti reportage lunghi di “Annozero”, perché la lingua Santoriana è questa, ed ormai è entrata nel sangue di tutta la televisione italiana, e di tutti i suoi spettatori: quindi, a bene vedere, sia di chi la fa che di chi la guarda.

I palinsesti sono pieni di figli di Santoro, legittimi o illegittimi, adottivi o ripudiati. La cosa bella di questo film documentario è che racconta qualcosa che informa il nostro tempo, qualcosa che, come spesso accade, è sotto gli occhi di tutti, anche se non sempre ne abbiamo piena consapevolezza.

Il merito di Santoro, ancora una volta, è di accompagnare il racconto al disvelamento: così, mentre parla – ad esempio – Michela Murgia, in uno dei lucidissimi momenti di riflessione che Santoro le affida nel suo docufilm, tu capisci che quelle parole sono anche la sua interpretazione di ciò che sta raccontando.

Senza capire il tempo dell’odio sui social non si capisce la politica del terzo millennio, senza capire cosa muove gli odiatori non ci si può difendere da loro. Senza capire il meccanismo di generazione del veleno, che questo film mette a nudo, non ci si può immunizzare dai suoi effetti collaterali. Ma qui mi fermo, perché abbiamo lasciato appesa una domanda, grande e ineludibile, che va oltre questo prodotto d’autore.

Perché noi di TPI siamo molto contenti di ospitare questo piccolo gioiellino, ma voi comunque vi dovete chiedere: perché questo ultimo lavoro di Santoro non lo abbiamo visto altrove? Perché – ad esempio – non sulla Rai, a cui pure era stato proposto?

Il mancato acquisto de “I fili dell’odio” (GUARDA IL DOC) – che Santoro ha rivelato nell’editoriale in cui su questi colonne presentava la sua ultima fatica – non è un problema per lui, è un problema per noi. E ci deve portare a interrogarci su cosa rendesse questo docu-film così “ingestibile”. Ve lo dico io: apparentemente nulla, in realtà tutto.

La lingua santoriana non vela il repertorio dell’odio: lo chiosa, lo ridicolizza, ma lo mostra nella sua brutale verità. È questo che disturba? Sarebbe un paradosso. Oppure è il fatto che si facciano nomi e cognomi, che si vedano repertori e domatori di leoni (da tastiera), che appaiano e siano citati – tra gli altri – Matteo Salvini e Beppe Grillo? È per via della presenza di uno di questi due personaggi, o forse addirittura per entrambi, che questo docufilm è diventato indesiderabile? E di chi dovrebbe parlare, se non (anche) di loro, un documentario che racconta l’invettiva nel tempo dei social?

“I fili dell’odio”: la scheda di presentazione del documentario

A questo punto, dopo esservi fatti la domanda giusta, fatevene un’altra: quante altre inchieste non vedremo perché, senza committenza, non hanno visto la luce? Ed è una notizia da topi di tribunale o un problema che deve riguardare tutti noi, il fatto che, senza commesse, Michele Santoro abbia dovuto chiudere la sua struttura produttiva, ovvero Zerostudio’s.

Forse, arrivati fin qui, possiamo e dobbiamo fare una riflessione anche su di lui, su “Michele Chi?”. Santoro è uno degli ultimi autori, mattatori, artisti, protagonisti della cosmogonia partorita a viale Mazzini. Molti dei nostri lettori non erano ancora nati quando lui duellava con direttori generali democristiani della Prima repubblica.

Santoro è stato la prima (e la principale) vittima “dell’editto Bulgaro” nel momento più duro dell’era berlusconiana. È stato l’unico giornalista che sia riuscito a costruire una multipiattaforme nel nulla (i circuiti locali) partendo solo dall’azionariato popolare con l’impresa – davvero da Guinnes, non solo in Italia – di Servizio Pubblico.

Adesso è un signore da prendere-o-lasciare che mi fa pensare – ogni volta che rifletto su di lui – ad una celebre frase di Sandro Pertini: “Tutti gli uomini di carattere hanno un cattivo carattere, ed io modestamente ho carattere”. Anche Santoro ha carattere. Dunque, talvolta, ha un cattivo carattere (ne ho le prove, ma è irrilevante), perché è grazie a quella testa dura, a quella idea luterana e quasi liturgica di se stesso, e a quel carattere così duro, che ha potuto battersi come ha fatto in quasi mezzo secolo contro bavagli e censure di ogni segno e colore. E continuare a far brillare il suo talento, mai chiudendosi dentro una riserva, e sempre rinnovando se stesso.

Adesso, se avete dato la risposta a quella domanda con cui cominciava questo articolo, se avete dato un nome ed un perché a questa assenza, se ne avete misurato con sufficiente approssimazione la dimensione, anche nella vostra vita intellettuale, sapete che è una grave perdita. Ma non per lui. Per noi.

Guardate “I fili dell’odio”, dunque, fatelo guardare, e sperate che il vecchio leone non si stanchi, che non smetta di provocarci, di tenerci svegli con le sue inchieste, che non perda il piacere di battere ancora il metronomo nelle sale di montaggio. Perché, senza Santoro, anche la Rai è più cupa. Senza Michele, l’informazione italiana è più povera, troppo povera, in questi tempi complessi e difficili, in cui io vorrei la garanzia di vedere in onda un guastafeste di talento come lui.

GUARDA “I fili dell’odio” su TPI

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