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Rula Jebreal: “Mia madre stuprata e morta suicida. Quando nacqui disse: è femmina, ecco un’altra vittima”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 23 Mar. 2021 alle 14:16
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Immagine di copertina

Rula Jebreal, giornalista e scrittrice di origine israeliana, ci aveva stupiti ed emozionati con il suo monologo nell’edizione 2020 di Sanremo. Un discorso incentrato sulla violenza sulle donne. Ecco uscire nelle librerie italiane “Il cambiamento che meritiamo” (Longanesi) dove la giornalista ricorda l’episodio della violenza subita dalla propria madre, che quando Rula e sua sorella erano bambine si suicidò. “Mi sono sentita contaminata dalla violenza che aveva umiliato e poi ucciso mia madre, stuprata da piccola dal patrigno. Quando nacqui, mamma era terrorizzata. Disse “è femmina, ho messo al mondo un’altra vittima”. La sua era una ferita che ha la capacità di trascendere le generazioni”. Il libro è una sorta di manifesto per la lotta della parità di genere. Ed è la stessa autrice a sottolineare i grandi progressi di questa battaglia diventata da esclusiva del movimento femminista ad internazionale: “Le donne si sono unite creando un ponte con tutti i marginalizzati, i neri afroamericani, i gruppi Lgbt, i movimenti giovanili ambientalisti… E l’obiettivo comune è costruire un cambiamento profondo”. Ad anticipare i contenuti del libro è Candida Morvillo sulle pagine del Corriere della Sera.

“Come tutte le donne stuprate, era distrutta, con gravi problemi psicologici. Io, in anni di giornalismo e attivismo, ho incontrato tante donne abusate e tutte dicono: sono viva, respiro, ma dentro, sono morta. La mia mamma è stata stuprata due volte: dal mostro e dalla società che le ha negato la giustizia”. A quei tempi, Rula aveva solo cinque anni. E ora racconta di essersi salvata grazie al padre, “femminista, un uomo che non aveva studiato, ma che ha sempre creduto che l’arma più importante fosse l’istruzione”. “Perciò, quando mamma morì e lui era già malato di leucemia, scelse per me e mia sorella un orfanotrofio gestito da donne straordinarie che ci hanno educate a credere in noi stesse e a fare rete”.

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