“Ritorno al tratturo”: un viaggio nell’Italia dimenticata
Le aree interne rappresentano il 60% del territorio nazionale. Ma sono ai margini delle scelte strategiche del Paese. La mancanza di investimenti e servizi essenziali ha favorito lo spopolamento. Ora un doc con Elio Germano prova ad accendere un faro per riscoprirle
Ci sono luoghi in Italia in cui vivere è difficile, sognare ancora di più. Sono le cosiddette aree interne, che rappresentano il 60% del territorio nazionale, e sono abitate da 13 milioni di persone. Luoghi che, nonostante questo, restano ai margini delle scelte strategiche della politica. Aree in cui, ancora oggi, per arrivare a scuola o in ospedale servono ore di viaggio. Territori segnati da spopolamento, emigrazione giovanile, bassi tassi di natalità e carenza di servizi essenziali – come mobilità, istruzione, sanità – ma ricchi di cultura e risorse naturali.
Eppure, qualcosa si muove. Contadini, allevatori, piccoli imprenditori, studenti: restare nelle aree interne significa costruire nuove comunità, come alternativa a un modello di sviluppo che produce ricchezze per pochi e miseria per tanti. Uno scenario complesso raccontato dal documentario “Ritorno al tratturo”, scritto e diretto da Francesco Cordio, con la partecipazione straordinaria di Elio Germano.
Prodotto e distribuito da Own Air, arriverà nelle sale in modo indipendente dal 29 aprile. Girato interamente in Molise, il film è un viaggio intimo e collettivo nelle aree interne della regione, la seconda più piccola d’Italia per numero di abitanti. Il tratturo, un ampio sentiero erboso largo un centinaio di metri e lungo centinaia di chilometri, storicamente utilizzato per la transumanza, ha messo in comunicazione per secoli le popolazioni d’Europa con quelle del Mediterraneo.
Elio Germano, attore di origini molisane, esplora e attraversa i luoghi, incontra le persone e le ascolta tra le montagne affusolate di Frosolone e i sentieri di Pietracupa. In cammino con lui Filippo Tantillo, autore e ricercatore territorialista, e Silvia Di Passio, community manager delle aree interne. Ne abbiamo parlato con il regista Cordio e con l’autore Tantillo.
Cordio, da dove nasce l’idea di questo film e la decisione di raccontare le aree interne del Molise?
«Faccio spesso documentari di carattere sociale e culturale. Da un po’ di tempo con Filippo Tantillo avevamo il desiderio di raccontare le aree interne, di cui si parla molto poco. Volevamo portare alla luce storie che potessero rappresentare bene queste realtà, diffuse non solo in tutta Italia, ma anche a livello europeo. Inizialmente avevamo pensato di scegliere tre zone rappresentative del Paese – una al Nord, una al Centro, una al Sud – poi ci siamo resi conto che una sola area interna, scelta bene, era in grado di raccontarle tutte. E così abbiamo deciso di fare un focus su una zona specifica del Molise, raccontando le vite di alcune persone che abitano in quei territori, evidenziando la felicità di chi ha scelto di stare o tornare lì».
Lei ha definito il film «profondamente politico». Cosa intende?
«Auspico che la politica inverta la rotta, e decida di non far morire queste zone. Proprio lo scorso anno con il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne si è stabilito che alcuni di questi territori ultraperiferici vengano di fatto accompagnati al loro definitivo svuotamento. È una sorta di suicidio assistito di queste aree. Spero quindi che il film aiuti ad accendere un faro su tali realtà, affinché le azioni della politica non tendano a cancellare questo prezioso patrimonio».
Che tipo di contributo ha portato un attore del calibro di Elio Germano?
«Abbiamo provato a coinvolgerlo visto le sue origini molisane, e devo dire che ha risposto subito con grande entusiasmo e generosità. Pur vivendo lontano, ha mantenuto un legame molto forte con quelle zone, ed è stato lui a presentarci alcune delle persone che poi sono diventate protagoniste del film. Sottolineo, inoltre, che questo è un documentario che non è stato finanziato né con fondi regionali né ministeriali, ma si tratta di un prodotto totalmente indipendente».
Tantillo, lei è uno dei massimi esperti in Italia di aree interne. Come è cambiata nel corso degli anni la nostra società e qual è l’insegnamento che arriva da questi territori?
«Parliamo di aree che definirei marginalizzate, più che marginali. Si spopolano perché si è disinvestito su questi territori. La migrazione da tali realtà è dovuta soprattutto alla mancanza di servizi essenziali, come cerchiamo di raccontare attraverso il documentario. Fino a qualche anno fa si lasciavano i paesini per andare nelle città, dove c’erano più opportunità, lavoro, e quindi si puntava a un tenore di vita migliore. Oggi non è più così. Molti giovani che vanno a studiare o a cercare un impiego nei grandi centri riscontrano numerose difficoltà, come ad esempio i prezzi proibitivi degli affitti. In generale, nei grossi ambiti urbani si è costretti a delle modalità di vita che negano l’autonomia di pensiero e la voglia di innovare. Per cui si è assistito negli ultimi tempi a una riscoperta di queste aree più a misura d’uomo, che sono diventate spazi di sperimentazione di nuovi modi di fare società e anche economia».
Fenomeni come lo spopolamento di queste zone non riguardano solo il nostro Paese, ma sono diffusi a livello europeo: penso ai «territoires oubliés» francesi e al movimento politico España vaciada. Cosa accomuna e cosa differenzia queste esperienze?
«Innanzitutto è una questione di scelte, e quindi un fatto prettamente politico, mentre finora in Italia è stato trattato come un tema solamente tecnico. Sono fenomeni che si registrano in molti Paesi, come anche la Germania e la Polonia. L’Europa, insomma, si trova ad affrontare una seria questione demografica, che rappresenta una minaccia da non sottovalutare per il futuro».
Quali sono allora le soluzioni concrete che la politica dovrebbe attuare per invertire la rotta?
«Le aree interne rappresentano più della metà del territorio italiano, hanno fondamentali risorse naturali ed energetiche. Ciò che manca, e di cui la politica dovrebbe farsi carico, sono i servizi per i cittadini che vi abitano. Sono comuni nei quali, per fare un esempio, ci vogliono fino a 50 minuti per far arrivare un’ambulanza in codice rosso. Parliamo di servizi base come le scuole o le stazioni ferroviarie. Altrimenti siamo di fronte a un deficit di democrazia, alimentato anche dal fatto che questi luoghi sono scarsamente rappresentati a livello politico e parlamentare. Non dimentichiamo l’importanza anche economica per il nostro Paese rappresentata dalla ricchezza e dalla varietà alimentare, prodotta in gran parte proprio nelle aree interne. Tutelarle, quindi, è una scommessa per il futuro dell’Italia».
In conclusione, quale messaggio vorreste entrambi che il pubblico porti con sé dopo aver visto il film?
«In primis – risponde Tantillo – che lo spopolamento non è una condanna, una sorta di destino già scritto di cui queste aree sono vittime, ma il frutto di una chiara scelta politica. Una volta si diceva che tutto il futuro fosse nelle città. Ora non è più così, e spero che il documentario aiuti le persone a riflettere su questi temi». «Questo – conclude Cordio – è un film che vuole parlare soprattutto ai giovani, anche grazie a un ritmo e un montaggio moderni. In definitiva, proviamo a mostrare un’alternativa reale di vita, aprendo una finestra su un altro modo di stare al mondo».