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Perché l’Oscar a Rami Malek smonta tutte le teorie razziste di Trump e Salvini

I retrogradi conservatori vorrebbero un mondo pieno di neri stonati e lenti: il fatto che esistano altri diversi da loro non riescono proprio a introiettarlo e il fatto che non sia la provenienza, il credo religioso o la lingua a determinarne le capacità è una cosa che li manda fuori di testa. Il commento di Giulio Cavalli

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 25 Feb. 2019 alle 18:18 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:49
Immagine di copertina
Rami Malek, protagonista del film "Bohemian Rhapsody". Credit: FREDERIC J. BROWN / AFP

“Vorrei dedicare la vittoria di Green Book (miglior film) e Rami Malek a Matteo Salvini. La scena in cui l’italiano immigrato Tony Vallelonga si fa dare dell’’italiano-mezzo negro’ dal poliziotto razzista dell’Alabama andrebbe proiettata nelle nostre scuole”, scrive su Twitter l’ex premier Enrico Letta. E questa volta non ha tutti i torti.

Come ha detto lo stesso Rami Malek, “il fatto che stiamo celebrando un uomo gay, un immigrato, è la prova che vogliamo storie come questa… Sono il figlio di immigrati egiziani, americano di prima generazione… Non ero la scelta più ovvia ma a quanto pare ha funzionato”.

C’è in giro un mondo (politicamente sparso ma che si ritrova in occasioni sociali e culturali) che si riconosce in valori che sembrano essere terribilmente fuori moda. Eppure il Freddie Mercuri di Bohemian Rhapsody che vince il premio Oscar come miglio attore racconta che le diversità da sempre sono sono qualità, se vengono coltivate e non smorzate.

Certo, direte voi, è uno dei tanti casi di immigrati di seconda generazione che risulta talentoso e premiato in qualcosa, ma una notte degli Oscar non si può trattare in modo sbruffone e localistico come qui da noi si riesce a fare addirittura anche per Sanremo.

È lo stesso motivo per cui questi retrogradi conservatori vedono lobby e cospirazioni dappertutto: il fatto che esistano altri diversi da loro non riescono proprio a introiettarlo e il fatto che non sia la provenienza, il credo religioso o la lingua a determinarne le capacità è una cosa che li manda fuori di testa.

Vorrebbero – questo sì, stanno facendo tutto il possibile – che a questi venga impedito di concorrere a certi livelli e il razzismo sta proprio tutto qui: evitare la competizione per una superiorità dichiarata dalla politica più che dai fatti.

Vorrebbero un mondo pieno di neri stonati, lenti e magari con il pisello piccolo per sentirsi tranquillizzati nella loro piccola villetta bifamiliare. E invece quella frase è un’esplosione politica, al di là della questione prettamente cinematografica perché smentisce di botto tutte le teorie razziste che Trump negli Stati Uniti (e Salvini, nodello discount, qui da noi) vorrebbero propinarci.

C’è una frase che mi sta particolarmente a cuore, l’ha scritta André Gide, Viaggio in Congo, era 1927: “Meno è intelligente il bianco, più gli sembra stupido il nero”. A me sembra un manifesto dei tempi.