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Home » Politica

Trasporti, Casu (Pd) accusa: “Quattro anni persi e a luglio l’Italia sarà tagliata in due. Ma il Governo pensa al Ponte sullo Stretto”

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Il deputato del Pd e vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera, Andrea Casu. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

“Il primo responsabile è un ministro che si occupa di tutto, tranne che di trasporti. Invece di fare propaganda sul Ponte di Messina, Salvini pensi alle conseguenze dei lavori sul Ponte al Pino a Firenze”. Tra ritardi cronici, investimenti annunciati e fondi insufficienti, il deputato del Pd e vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera, Andrea Casu, fa il punto su quattro anni dell’esecutivo Meloni: “Fa solo annunci ma scarica sulle spalle di chi verrà dopo la responsabilità di pagare il conto”

Il Governo sbandiera l’apertura di migliaia di cantieri e rilancia il sogno del Ponte sullo Stretto, ma l’estate degli italiani rischia di trasformarsi in un incubo logistico, che aggraverà il problema dei ritardi, soprattutto dei treni. A lanciare l’allarme è il deputato del Pd, Andrea Casu, vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera, che si scaglia contro l’esecutivo della premier Giorgia Meloni e il ministro Matteo Salvini, accusato di “occuparsi di tutto tranne che di trasporti”. Tra l’imminente paralisi ferroviaria di luglio a Firenze che “taglierà l’Italia in due”, un accumulo di ritardi sui binari pari a 7 anni e mezzo soltanto nei primi sei mesi del 2026 e un trasporto locale sistematicamente sottofinanziato, l’opposizione denuncia quattro anni di immobilismo e propaganda. Ma il rischio, denuncia a TPI l’esponente del Pd, è che il conto finale venga scaricato sui cittadini.
On. Casu, il 2026 è l’anno spartiacque per i progetti del Pnrr. Ci spiega, da vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera, com’è la situazione infrastrutturale?
«La situazione è preoccupante. Abbiamo espresso un parere sul “Documento Strategico della mobilità ferroviaria di passeggeri e merci” dei prossimi 10 anni. Ma, nonostante l’avessimo richiesto, non abbiamo potuto visionare l’aggiornamento del contratto di programma di Rfi. Avremmo bisogno di una visione che questo governo non è stato capace di mettere in campo per garantire il futuro delle opere necessarie al Paese».
Ci fa un esempio?
«Non sappiamo ancora nulla delle opere per il trasporto rapido di massa nelle città che il Governo ha chiesto ai Comuni di indicare senza dare più risposta e mettere le risorse per realizzarle. Per non parlare del documento che abbiamo appena votato, non si parla affatto di uno degli aspetti cruciali per il futuro della mobilità: un piano per le autostazioni che garantisca l’integrazione del trasporto collettivo su ferro con il trasporto passeggeri su gomma e gli interscambi con porti, aeroporti e stazioni. Sia dal punto di vista delle scelte politiche che degli investimenti sulle infrastrutture, l’azione di questo governo equivale a quattro anni persi».
Non c’è nessun aspetto positivo?
«Una notizia positiva c’è. Nel parere espresso sul “Documento Strategico della mobilità ferroviaria di passeggeri e merci”, siamo riusciti – opposizione e maggioranza – a impegnare il governo su una questione che avevamo già sollevato durante la discussione sul Decreto Pnrr: impedire la suddivisione in più lotti della Gara Intercity. Dopo oltre tre mesi di mobilitazioni sindacali, battaglie parlamentari e uno sciopero nazionale dell’intero settore proclamato l’11 giugno, siamo riusciti a dare un segnale unitario per mantenere il lotto unico, chiedendo garanzie sulle clausole sociali per i lavoratori, al fine di evitare la suddivisione del servizio Intercity in lotti fra loro non equivalenti, creando magari servizi di serie A e di serie B».
Intanto il dibattito sul Ponte sullo Stretto continua a monopolizzare l’agenda infrastrutturale del Governo e non solo. Negli anni in cui il Pd ha governato non ha mai cancellato il progetto. È cambiato qualcosa?
«Abbiamo preso una posizione molto chiara nei confronti di un progetto che ha dimostrato tutti i suoi limiti e le cui opache procedure, che abbiamo più volte denunciato, sono finite al centro non solo della battaglia politica, ma anche dei controlli della Corte dei Conti e della magistratura. Sulle inchieste aperte non mi pronuncio, la giustizia farà il suo corso. Ma è chiaro che questo è un progetto sbagliato che deve essere assolutamente fermato. Dovremmo piuttosto concentrarci sulle infrastrutture necessarie alla Sicilia e alla Calabria e sulle opere strategiche che servono all’intero Paese e a garantire i collegamenti con il resto d’Europa: gli interventi per i nodi urbani, la Gronda Merci di Roma, il quadruplicamento della linea ferroviaria a Bologna, il potenziamento di Milano e Genova, gli investimenti necessari per collegare tutto il Mezzogiorno, l’Adriatica e la Tirrenica, per non parlare delle Isole che sono sempre più tagliate fuori. Servirebbe un ampio confronto su come portare avanti queste opere e su quelle a cui bisogna dare priorità, invece il Governo tiene tutto fermo e fa solo propaganda su un progetto di Ponte sullo Stretto che non si farà mai».
Il ministro Salvini ha annunciato “risposte positive” sul Ponte “ad agosto”.
«Salvini continua a portare avanti la propaganda del Ponte sullo Stretto, quando dovrebbe spiegare agli italiani cosa succederà a luglio a Ponte Al Pino».
Ci spieghi meglio.
«È un cavalcaferrovia stradale che dev’essere sostituito sul nodo di Firenze. L’intervento prevede un’interruzione della circolazione ferroviaria che attraversa il capoluogo toscano dal 5 al 10 luglio e dal 26 al 30 luglio. Così l’Italia sarà, di fatto, tagliata in due nel pieno della stagione estiva, quando a passeggeri e lavoratori abituali si aggiungeranno anche i turisti. È prevista una riduzione del 50% dei convogli programmati su questa tratta e la deviazione dei treni a lunga percorrenza attraverso la linea Tirrenica, con un allungamento dei tempi di viaggio fino a due ore e mezza. Ma nessuno si sta occupando degli effetti di questo intervento sulla vita dei viaggiatori e dei lavoratori. Ripeto: invece di continuare a parlare del Ponte sullo Stretto, Salvini dovrebbe spiegare che succederà a Ponte Al Pino e fare qualcosa al riguardo».
Che cosa dovrebbe fare?
«Hanno annunciato una riduzione del 50% dei treni e allora dovrebbero ridurre del 50% il costo dei biglietti, anche perché i tempi di percorrenza previsti aumentano di oltre due ore. Questo aggraverà una situazione sotto gli occhi di tutte le persone che viaggiano nel nostro Paese».
Quale?
«Nei primi 6 mesi del 2026, secondo i nostri calcoli, i ritardi accumulati dai treni sulla rete ferroviaria hanno già raggiunto l’equivalente di 7 anni e mezzo, parliamo di 7 anni e mezzo di vita rubata a pendolari, passeggeri, lavoratori e turisti».
Il Gruppo Fs ha registrato un incremento di oltre il 7% della puntualità nei primi quindici giorni di giugno.
«L’azienda pubblica il dato sul ritardo del singolo treno ma, nonostante le nostre richieste, queste cifre non vengono pubblicate in forma aggregata. Da quattro anni chiediamo al Governo di pubblicare i dati assoluti, senza nascondersi dietro una definizione di puntualità basata sulle percentuali dei treni in orario, che non rappresentano la realtà con cui ogni giorno si scontrano i viaggiatori. Se Salvini non riesce a contarli da solo, possiamo prestargli la nostra calcolatrice. Ma parlare di incremento del 7 per cento della puntualità e continuare a negare la realtà devastante di 7 anni e mezzo di ritardi solo nei primi 6 mesi del 2026 – senza contare le giornate di sciopero per evitare ogni strumentalizzazione contro i diritti dei lavoratori – significa mancare di rispetto a milioni di pendolari, lavoratori e turisti costretti ogni giorno a perdere ore e ore di vita in più di quanto necessario per riuscire a spostarsi».
Il Viminale però parla anche di una media di due treni al giorno vittime di guasti dolosi e il ministero dei Trasporti di 1.300 cantieri attivi. Come dire che la responsabilità non è solo del Governo.
«Abbiamo sempre condannato ogni atto doloso e non neghiamo le difficoltà dovute ai guasti, agli interventi necessari sulle linee, ai cantieri, alle inevitabili interruzioni dovute purtroppo alle tragedie che ogni giorno colpiscono il Paese, che meritano rispetto e non devono in alcun modo essere chiamate in causa in questa discussione. Tutto questo da parte nostra non potrà mai essere oggetto di critica politica. Chiediamo però al Governo di aprire gli occhi sui costi e sui rischi di alcune scelte, come l’aver puntato sull’Alta capacità e aver consentito il sovraccarico della rete. E soprattutto condanniamo di non aver tenuto conto delle conseguenze di tutti questi stop nella vita di lavoratori e passeggeri, il totale caos informativo, l’assenza di servizi alternativi, rimborsi, e assistenza adeguata per viaggiatori costretti ad attendere ore in piedi nelle stazioni di conoscere il proprio destino senza nemmeno uno spazio dove potersi sedere. L’errore del Governo è aver negato l’entità del problema invece di affrontarlo, avviando solo fuori tempo massimo un tardivo e inutile scaricabarile nei confronti dei vertici dell’azienda. Il primo responsabile, dal nostro punto di vista, è un ministro che si occupa di tutto, tranne che di trasporti».
Il ministro rivendica l’apertura di migliaia di cantieri.
«Non contano gli annunci, ma i fondi a disposizione perché in assenza di risorse adeguate i cantieri vengono aperti ma non finiscono mai. Salvini si vanta spesso del numero di cantieri aperti ma non gli sentiamo mai dire quanti ne ha effettivamente chiusi. L’obiettivo di un Governo non deve essere avviare opere ma metterle a disposizione dei cittadini. Le uniche cose buone che ha fatto il ministro, come il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, le ha fatte garantendo e impegnando risorse che dovranno essere messe in futuro. Basti pensare che i fondi stanziati dal Governo fino a oggi coprono a malapena il 70 per cento delle risorse necessarie per quest’anno e per l’anno scorso e appena il 55 per cento per il 2027. E stiamo parlando di un contratto già in scadenza che a fine anno dovrebbe essere nuovamente rinnovato. In questo modo il Governo fa solo annunci, ma scarica sulle spalle di chi verrà dopo la responsabilità di pagare il conto».
Il problema non è limitato solo alle ferrovie, ma anche al Trasporto Pubblico Locale.
«Il Fondo Nazionale per il Trasporto Pubblico Locale è stato sistematicamente sottofinanziato. Come ha denunciato la nostra segretaria Elly Schlein alla Festa dell’Unità di Roma, il Governo non ha stanziato nemmeno le risorse necessarie per pareggiare l’inflazione. Così, senza fondi sufficienti per garantire le stesse corse, i sindaci e le aziende del Tpl sono obbligati a tagliare il servizio oppure ad aumentare il costo dei biglietti, assumendosi la responsabilità al posto del Governo, che poi cavalca il malcontento contro le amministrazioni locali e vuole usare questo argomento per colpire Gualtieri, Sala, Manfredi e tutti i nostri sindaci nella prossima campagna elettorale. Noi invece stiamo costruendo un’alternativa progressista e un’azione di opposizione proprio smascherando il fallimento delle destre su questi temi. Ad aprile, ad esempio, abbiamo votato una mozione unitaria insieme al Movimento 5 Stelle, ad Alleanza Verdi Sinistra, a Italia Viva e a +Europa per denunciare i tagli al Tpl, richiedere interventi per la sicurezza del personale dei trasporti, promuovere l’innovazione e l’uso delle nuove tecnologie e assicurare un servizio più efficiente. Il trasporto pubblico può infatti costituire una straordinaria leva economica»
Come?
«La Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) stima 34 miliardi di euro all’anno di costi sociali legati al traffico veicolare. L’Automobile Club d’Italia (Aci) insieme a ISTAT calcolava 18 miliardi di euro di spesa sociale per i danni alle persone negli scontri stradali soltanto l’anno scorso, considerando anche le cose arriviamo a 22/24 miliardi. In Italia, secondo gli ultimi dati di Eurostat, 7 persone su 10 non utilizzano mai il trasporto pubblico locale, mentre Isfort ci dice che il tasso di motorizzazione nazionale supera ormai le 700 vetture ogni 1.000 abitanti, con un parco auto tra i più vecchi d’Europa con una media di 12 anni per vettura (dati del rapporto Dekra, ndr). Sommando le risorse economiche che ogni anno bruciamo letteralmente nel sangue, nelle lamiere e nel traffico, arriviamo a una cifra pari a tre volte l’ultima manovra economica, senza contare poi gli effetti sull’ambiente. Insomma, come stiamo affrontando nella campagna di ascolto, partecipazione e mobilitazione sul territorio che abbiamo avviato insieme ad Antonio Misiani, Antonio Casella e tutto il coordinamento dei circoli della mobilità del Pd sostenere il trasporto pubblico locale avrebbe effetti importanti anche sull’economia e sul riequilibrio delle risorse a livello sociale. Anche perché tutelare l’effettivo diritto alla mobilità è un mezzo per attuare appieno la Costituzione».
Ce lo spieghi.
«Garantire l’effettivo diritto alla mobilità non serve semplicemente ad attuare l’articolo 16 della Costituzione, che tutela la libertà di circolazione, ma a realizzare anche tutti gli altri, accorciando la distanza tra i cittadini e, ad esempio, l’offerta sanitaria o il lavoro e l’istruzione, visto che il rapporto Pendolaria di Legambiente ci dice che quasi 1 italiano su 3 rinuncia proprio per le difficoltà di spostamento a opportunità di occupazione o di studio. Diminuire i tempi di percorrenza necessari per godere dei propri diritti è una leva per combattere le diseguaglianze. Molto spesso ci sentiamo negato un diritto non perché non sia possibile goderne sul territorio ma solo perché non siamo nelle condizioni di poterlo raggiungere in tempi adeguati».

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