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Riccardo Muti: “Sono stanco della vita. Dal MeToo alla musica, non è più il mio mondo”

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Riccardo Muti. Credit: ANSA

“Mi sono stancato della vita. Questo è un mondo in cui non mi riconosco più. E siccome non posso pretendere che il mondo si adatti a me, preferisco togliermi di mezzo”. Sono parole del maestro Riccardo Muti, rilasciate in una lunga intervista al Corriere della Sera di oggi, domenica 27 giugno 2021.

Il famoso direttore d’orchestra, che fra un mese esatto (il 28 luglio) compirà 80 anni, racconta che vorrebbe trascorrere l’ultima parte della sua vita (“questi ultimi anni che mi restano”) in Puglia, dove ha comprato “un pezzetto di terra con qualche piccolo trullo” vicino a Castel del Monte, la fortezza fatta costruire nel XIII secolo dall’imperatore Federico II sull’altopiano delle Murge.

“Ho avuto la fortuna di crescere negli anni Cinquanta, di frequentare il liceo di Molfetta dove aveva studiato Salvemini, con professori non severi; severissimi”, ricorda Muti nell’intervista. Una volta, prosegue, l’insegnante di latino “mi chiese: ‘Pluit aqua’; che caso è aqua? Anziché ablativo, risposi: nominativo. Mi afferrò per le orecchie e mi scosse come la corda di una campana. Grazie a quel professore, non ho più sbagliato una citazione in latino. Oggi lo arresterebbero”.

“Non rimpiango le punizioni corporali”, chiarisce il Maestro. “Rimpiango la serietà. Lo spirito con cui Federico II fece scolpire sulla porta di Capua, sotto il busto di Pier delle Vigne e di Taddeo da Sessa, il motto: ‘Intrent securi qui quaerunt vivere puri’; entrino sicuri coloro che intendono vivere onestamente. Questa è la politica dell’immigrazione e dell’integrazione che servirebbe”.

Il discorso vale anche per la musica. “La direzione d’orchestra è spesso diventata una professione di comodo”, osserva Muti. “Sovente i giovani arrivano a dirigere senza studi lunghi e seri. Affrontano opere monumentali all’inizio dell’attività, basandosi sull’efficienza del gesto, talora della gesticolazione. Toscanini diceva che le braccia sono l’estensione della mente. Oggi molti direttori d’orchestra usano il podio per gesticolazioni eccessive, da show, cercando di colpire un pubblico più incline a ciò che vede e meno a ciò che sente”.

“Con il Metoo, Da Ponte e Mozart finirebbero in galera”, continua Muti. “Definiscono Bach, Beethoven, Schubert ‘musica colonialista’: come si fa? Schubert poi era una persona dolcissima… C’è un movimento secondo cui, nel preparare una stagione musicale, dovrebbe esserci un equilibrio tra uomini, donne, colori di pelle diversi, transgender, in modo che tutte le questioni sociali, etniche, genetiche siano rappresentate. Lo trovo molto strano. La scelta va fatta in base al valore e al talento. Senza discriminazioni, in un senso o nell’altro. Posso parlare perché la maggior parte dei ‘Composers-in-Residence’ che abbiamo ospitato in questi dieci anni a Chicago sono donne”.

Destra o sinistra? “Né l’uno né l’altro”, risponde il Maestro. “Sono tra quelli che tentano di dare indicazioni utili. A Firenze negli anni Settanta ero amico di molti comunisti, tra cui Paolo Barile, il costituzionalista. Ma siccome usavo spesso parole come ‘patria’ e mi piaceva eseguire l’inno di Mameli, qualcuno sentì odore di idee di destra. Io sono nato uomo libero e tale rimango. Sono cresciuto con dettami salveminiani, socialista non bolscevico. Non mi sono mai affiliato a una congrega”.

“Ai miei funerali non voglio applausi”, chiarisce infine Muti. “Sono cresciuto in un mondo in cui ai funerali c’era un silenzio terrificante. Ognuno era chiuso nel suo vero o falso dolore. Per i più abbienti c’era la banda che eseguiva lo Stabat Mater di Rossini o marce funebri molfettesi, famose in Puglia. I primi applausi li ricordo ai funerali di Totò e della Magnani, ma erano riconoscimenti alla loro capacità di interpretare l’anima di Napoli, di Roma, della nazione. Quando sarà il mio turno, vorrei che ci fosse il silenzio assoluto. Se qualcuno applaude, giuro che torno a disturbarlo di notte, nei momenti più intimi”.

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