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Brunori Sas racconta il nuovo disco: “Canto delle cose che invece di separare le persone, le tengono insieme”

Di Laura Melissari
Pubblicato il 10 Gen. 2020 alle 18:46
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Immagine di copertina

Brunori Sas racconta il nuovo disco: “Canto delle cose che invece di separare le persone, le tengono insieme”

Oggi Brunori Sas è tornato. A distanza di poco più di 10 anni dal primo, ci regala il suo quinto disco: Cip!. Quinto o uno-bis, come lo ha definito lui stesso in occasione della prima uscita pubblica della nuova creatura. Un tentativo di recuperare un po’ di quella ingenuità del suo primo lavoro, un “fanciullino” pascoliano, di cui sentiva il bisogno. Dario Brunori ha raccontato un po’ del nuovo disco oggi, 10 gennaio, nel giorno dell’uscita ufficiale alla Casa degli artisti di Milano.

“Volevo parlare delle cose che invece di separare le persone le tengono insieme”. Se è vero che i due motori del mondo sono la paura e l’amore, come diceva John Lennon, e che nel disco precedente “A casa tutto bene”, si parlava di paura, questo nuovo album vuole parlare di amore. Amore nella sua accezione quasi universale. “Volevo raccontare della difficoltà di tenere insieme le cose, di tenerle in piedi e di tenerle in piedi nel tempo. È anche un tentativo di resistere alla obsolescenza programmata dei sentimenti, e raccontare la difficoltà e la bellezza di farsi vanto delle cose che mostrano le rughe”.

Un Brunori che non perde la sua cifra stilistica più riconoscibile: l’ironia e l’autoironia: un Osho, il fondatore della setta dei pettirossi, un santone da libro New Age da autogrill si definisce mentre racconta un disco che in poche ore dalla sua uscita sta già raccogliendo un successo di critica e di pubblico notevolissimo. “Nelle cose che ho sempre fatto c’è una tensione spirituale”, racconta il cantautore calabrese. “Vivo e abito una terra che è fatta di grandi slanci perché comunque abbiamo un’eredità grande dal punto di vista filosofico, per cui ci piace molto parlare e disquisire e prenderci un tempo per contemplare. La Calabria è un luogo molto contemplativo, ma è anche una terra molto pragmatica che ti dice sempre ‘ma chi te lo fa fare'”, dice il cantante che vive ancora in Calabria, e che mette sempre un po’ della sua terra in tutti i suoi dischi.

Recuperare uno sguardo ingenuo e una certa spiritualità e una certa religiosità è l’intento di Cip, una risposta a un problema di poetica del mondo, anche a costo di sembrare naif, di scrivere cose di cui un tempo si sarebbe quasi vergognato. Brunori Sas tre anni fa aveva fatto un disco che in qualche modo aveva anticipato uno sguardo critico su quel fenomeno che sarebbe esploso poco più tardi: l’odio e la paura. Ci aveva visto lungo, e cantando di un mondo che aveva perso la sua architettura etica che fino a quel momento non era mai stata scalfita, aveva voluto dare la sua personale visione del mondo. Lo fa anche in questo disco, e lo fa esplicitamente in brani come “Al di là dell’amore” o “Il mondo si divide”. “Se c’è una cosa che voglio fare con questo disco è proprio quella di recuperare da un momento di disillusione e disincanto, l’incanto tramite il canto”, dice ancora Brunori svelando un po’ di quei processi che lo hanno portato alla creazione di Cip.

Ma qual è la visione di mondo che vuole raccontare Dario Brunori? Uno degli stimoli nella stesura dei brani è stata la scoperta della sindrome da visione di insieme, che viene riscontrata negli astronauti che hanno in qualche modo riconsiderato la propria visione del mondo proprio dalla visione del mondo dallo spazio. Quando iniziamo a vedere la Terra come un piccolo “sasso rotondo perduto nello spazio lì in fondo”, allora probabilmente quella cosa ci porta a considerare i rapporti con gli altri in un modo completamente diverso. “Uno dei temi dell’album è quello di capire qual è la relazione tra i valori etici, il bene e il male, l’empatia umana, tra l’essere umano e la considerazione del proprio essere una creatura che si trova su questo granello all’interno di un universo enorme”, spiega ancora un Brunori che si diverte a cambiare continuamente prospettiva negli undici brani del suo quinto disco.

“Ho buttato lì la necessità di trovare in quello che vedo fuori e dentro di me una forma di accettazione. Che non è una rassegnazione, ma più un non perdere troppo tempo in ciò che è così. E quindi domandati se rispetto a quello che devi accettare, hai una possibilità di cambiare. Quello che mi interessa in questo album è suggerire una serie di elementi che in qualche modo ci facciano riconciliare con quello che è, con la sofferenza, con ciò che è brutto ma necessario con cui fare i conti. Sì, è importante la vicenda umana, ma è anche importante lo sfondo, il contesto in cui questa vicenda si sta svolgendo”, racconta ancora Brunori. Ingenuità, spiritualità, ironia, semplicità, sono alcune delle parole più ricorrenti che usa il cantautore calabrese quando si racconta e racconta il suo Cip!.

“Penso che la scrittura sia come tuffarsi dentro gli abissi, anche personali, e cercare di illuminare con una torcia gli animali che lo abitano, che possono essere animali mostruosi, così come creature straordinarie. Ho cercato di fare quello e poi tornare su a prendere un respiro”, prova a riassumere Dario Brunori. Un Brunori che ormai è stato ampiamente capito dal grande pubblico, ma che nonostante questo non cade nella tentazione di nascondere a chi lo ascolta alcune parti di sé che non vuole raccontare. Le canzoni di questo disco, rispetto al precedente, hanno meno attualità, come se viaggiassero su un tempo più indefinito, meno legato alla realtà del momento. E sono state registrate tra San Fili, in Calabria, Cosenza, Milano: tanti momenti e tanti pezzi che si sono intrecciati in un periodo che è andato da aprile a ottobre 2019, che però ha restituito un disco “compatto”, come lo ha definito lo stesso Brunori.

Un Brunori, quello di Cip, responsabile delle parole che dà in dono a chi lo ascolta, che non bluffa e non si vergogna di esprimere la sua parte più spirituale ma che stempera e ironizza, per ribilanciare il tutto. E che non ha paura di mettersi in ridicolo, di cantare la sua visione del mondo, di raccontare uno sguardo del mondo diverso da quello che oggi sembra aver preso il sopravvento. Recuperare una poesia in un mondo in cui oggi la violenza dei toni è sfuggita di mano. Dolcezza, ironia, calore, tenerezza, poesia, morbidezza, leggerezza: in Cip c’è tutto questo, e molto di più. Molto più di un mondo piccolino, triste e aggressivo, e molto più di tanti sguardi e tante voci frammentate, che si urlano contro, che si scavalcano. Un mondo che con una fatica estrema torna a stare insieme, a darsi una mano per tenersi in piedi.

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