Se Salvini può citofonare sentendosi uno sceriffo la colpa è nostra: ormai tutto è permesso

Salvini contro la legge e contro tutti: la storia del citofono ci racconta quanto siamo caduti in basso

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 22 Gen. 2020 alle 15:11
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Immagine di copertina
Matteo Salvini al citofono nel quartiere Pilastro di Bologna

Salvini e il citofono: ecco quanto siamo caduti in basso

Quando, tra vent’anni, ci chiederanno e ci chiederemo cos’è stato il populismo, racconteremo di quella volta in cui Matteo Salvini è andato a suonare al citofono di un ragazzo tunisino di 17 anni dandogli dello spacciatore in diretta Facebook, a microfoni e telecamere spianati, semplicemente sulla base della “soffiata” di una passante.

È accaduto davvero, ieri sera, nel quartiere Pilastro di Bologna. E, attenzione: non si è trattato affatto della pagliacciata estemporanea di un politico che ci ha ormai abituato ad uscire fuori dalle righe, ma è semmai il punto più alto (o, meglio, più basso) di una propaganda scientificamente organizzata dalla macchina della comunicazione salviniana per minare l’ultimo collante che teneva insieme a fatica istituzioni e cittadini.

Ieri, nell’attimo stesso in cui Salvini, ha premuto quel citofono, l’ultimo argine è crollato, e insieme a lui si è sfaldata per sempre anche l’ultima distanza che separava eletti ed elettori, politica e società civile, rappresentanti e rappresentati.

È come se tutto quello che sapevamo sul populismo si fosse, di colpo, materializzato in una sola scena, con tre personaggi quasi allegorici:

a) Il demagogo che parla in nome, per conto e con la voce del popolo (non di tutto il popolo, sia chiaro, ma sempre di una sola parte: Mauro Barberis, nel suo ultimo saggio per Chiarelettere “Populismo digitale. Come Internet sta distruggendo la democrazia” l’ha definito il “popolino”);

b) L’uomo della strada (o, come in questo caso, la donna della strada) che punta il dito senza prove, né alcun titolo o diritto, contro…

c) un nemico immaginario, chiamato ora delinquente, ora spacciatore, e immancabilmente straniero.

E, tutt’intorno, come testimoni ormai disarmati, quasi come voyeur dell’orrore, come sciacalli che si cibano dei brandelli di un pasto dilaniato dalla bestia feroce, giornalisti, videomaker e reggi-microfoni vari ed eventuali.

Non c’è traccia di Stato di diritto, di norme di legge, del più elementare rispetto della privacy e della decenza. In una sola scena è riassunto come meglio non si potrebbe essere non solo cos’è oggi il populismo, ma com’è cambiato – in peggio – nel tempo.

Già, perché se Salvini ieri sera si è potuto permettere di compiere un gesto del genere è perché sapeva perfettamente di poterlo fare. Se ha potuto senza alcun imbarazzo mettere alla gogna un ragazzo di 17 anni solo sulla base della parola di una passante, è perché l’asticella di ciò che è diventato lecito in Italia si è spostata in avanti di chilometri negli ultimi dieci anni.

Al punto che oggi milioni di italiani non si stanno chiedendo se è lecito citofonare a casa di un privato cittadino dandogli dello spacciatore, ma se l’uomo in questione (in questo caso addirittura minorenne) sia effettivamente uno spacciatore o meno. Come se il tema fosse di una qualche rilevanza. Come se spacciare giustificasse in qualche modo la violazione di domicilio da parte di un politico privo di ogni titolo o mandato, il tutto spiattellato in diretta davanti agli occhi di milioni di persone.

Nel gesto di Salvini ci sono almeno quattro differenti ipotesi di reato: violazione di domicilio, diffamazione a mezzo stampa, diffusione di dati sensibili e istigazione all’odio.

E, per questo, non solo va querelato, ma ogni cittadino che abbia a cuore la democrazia oggi deve pretendere che ne risponda davanti alla giustizia. Siamo arrivati a un punto tale di degrado civile che la legge è diventata a tutti gli effetti l’ultimo baluardo di difesa contro chi, sfruttando il proprio potere, la calpesta quotidianamente.

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Ma non illudiamoci di fermare Salvini a colpi di querele, denunce e autorizzazioni a procedere. Per un elettore che si indigna di fronte alla scena di Bologna, ce ne sono altri tre che esaltano il “capitano” che li difende a mani nude, casa per casa – questo è il messaggio – dagli “spacciatori stranieri che stanno invadendo le nostre periferie e uccidendo i nostri ragazzi”, in una semplificazione intollerabile anche per il peggior populista.

Da attore consumato, Salvini non ha fatto altro che indossare l’ennesimo travestimento: quello del fustigatore della notte, del castigamatti degli stranieri, del tribuno popolare che si batte per gli italiani, senza preoccuparsi di particolari trascurabili come lo Stato di diritto.

Ieri sera Salvini ha semplicemente recitato una scena che si annida da anni nel subconscio di milioni di italiani. Quanti elettori leghisti o sovranisti non hanno mai sognato di attaccarsi al citofono di quel vicino straniero che fa casino di notte, che non si adegua alle nostre tradizioni e dicono pure che spacci.

A un certo punto arriva il politico più popolare in Italia e lo fa da solo, senza dire “lo segnalerò”, senza promettere che “vigileremo”. Interviene lui in persona, mettendoci la voce e la faccia. Questo è miele per le orecchie di quella parte di Italia della periferia e delle province dimenticate che non crede più nella politica, nelle istituzioni, nella giustizia e, meno che mai, nello Stato. E che si trova, per la prima volta, davanti uno che non solo parola come loro, ma che agisce come loro. Non c’è forma più autentica, pura e pericolosa di populismo.

La verità è che, prima di combattere Salvini e la sua propaganda, dovremmo battere l’odio e la rabbia che ha prodotto il salvinismo che lo ha prodotto e generato.

Prima che giudiziaria, prima ancora che politica, è una battaglia culturale. È una strada lunga, complessa, ci vorranno tempo e sacrifici, ma è l’unica che ha senso percorrere.

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