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La sesta legge elettorale in trent’anni e anche questa è fatta per chi governa

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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Credit: Laurent Coust/POOL/SIPA / AGF

Dal Mattarellum al Rosatellum, ogni riforma è stata scritta dalla maggioranza per consolidare il proprio vantaggio. E l’ultimo Ddl non fa eccezione. Finché la rappresentanza cederà alla logica della governabilità, la crisi di partecipazione non potrà che aggravarsi. “Potrebbe capitare che Vannacci, qualora incrementasse il suo numero di voti, diventi l'ago della bilancia”, commenta a TPI il prof. Stefano Ceccanti. “Se i partiti”, ci spiega il costituzionalista Gaetano Azzariti, “guardassero a leggi che favoriscono la partecipazione, anche la stabilità si rafforzerebbe”

L’Italia si prepara a cambiare, per la sesta volta in trent’anni, le regole con cui sceglie i propri rappresentanti. Il “Melonellum”, il nuovo disegno di legge elettorale sostenuto dalla maggioranza di centrodestra e calendarizzato alla Camera dal 26 giugno, si propone ufficialmente di garantire la stabilità dei governi. Ma, come spesso accade nella storia istituzionale italiana, la riforma sembra cucita addosso a chi attualmente detiene il potere, sollevando un aspro dibattito tra i giuristi. La proposta di legge smantella l’attuale sistema misto (il Rosatellum) per introdurre un proporzionale corretto da un massiccio premio di maggioranza: 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che supera la soglia del 42% dei voti validi. A questo si aggiungono le liste interamente bloccate — che tolgono all’elettore la possibilità di esprimere preferenze — e l’indicazione obbligatoria del candidato premier nel programma depositato dalle coalizioni.
Se l’obiettivo dichiarato è scongiurare lo stallo post-elettorale, i mezzi scelti per raggiungerlo sono finiti sotto il fuoco incrociato dell’opposizione e di gran parte del mondo accademico, con oltre 160 costituzionalisti che hanno firmato un appello contro la riforma. Ma all’interno dello stesso fronte critico, le sfumature sono diverse: c’è chi, come Gaetano Azzariti, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Roma La Sapienza, vi legge alcune violazioni della Costituzione, e chi, come Stefano Ceccanti, professore ordinario di diritto pubblico comparato alla Facoltà di Scienze Politiche dello stesso ateneo ed ex parlamentare del Partito Democratico (Pd), invita a distinguere i vizi di legittimità dai pur gravi errori politici.

Il nodo del premio
Il cuore della riforma è il premio di governabilità. Un meccanismo che, secondo Azzariti, rischia di replicare i vizi già sanzionati dalla Consulta con il Porcellum e l’Italicum. «I pilastri di questa legge sono sostanzialmente due: le misure di stabilizzazione dei governi, che si incentrano su questo listone di 70 deputati e 35 senatori, e l’indicazione del Presidente del Consiglio», spiega Azzariti a TPI. «A forza di puntare solo sulla stabilità, le incostituzionalità già rilevate dalla Corte in passato, dettate proprio dall’eccesso di stabilità, sono state riproposte in forma aggravata. Questa è la terza volta che si cade nello stesso vizio. Già il nome “Stabilicum” dice tutto: la stabilità come unico orizzonte possibile». Per Ceccanti, invece, l’esigenza di fondo da cui parte la maggioranza è reale. «Il rischio pareggio esiste. La legge Rosato è stata fatta apposta per produrre un effetto pareggio, ma i risultati non sono andati così né nel 2018 né nel 2022. La domanda se sia giusto votare per la terza volta con il Rosatellum, con un probabile effetto di blocco in cui non si sa bene come fare le coalizioni dopo il voto, è ragionevole. In Italia, se c’è uno scenario proporzionalistico, non ci sono le convenzioni costituzionali degli altri Paesi europei in cui è chiaro chi fa il Presidente del Consiglio». Tuttavia, la risposta del Governo a questa esigenza è per Ceccanti «contraddittoria», proprio perché la legge non prevede il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiunga il 42%. «Volevano risolvere un problema di ingovernabilità, ma lo lasciano in qualche modo possibile. La soluzione ci sarebbe, ed è molto semplice: il ballottaggio. Si può persino mettere una soglia più alta, il 50% più uno per dare il premio al primo turno, ma poi si fa lo spareggio. Altrimenti perché non perseguire coerentemente l’obiettivo sino in fondo?».
L’assenza del secondo turno nasconde per Ceccanti un’insidia politica enorme: in uno scenario puramente proporzionale, «potremmo consegnare il potere di decidere il governo non ai partiti centrali, ma a un partito estremo». «Potrebbe capitare che Vannacci, qualora incrementasse il suo numero di voti, diventi l’ago della bilancia», spiega a TPI. «Con il ballottaggio, invece, nessuno è costretto ad apparentarsi con forze estreme». Su questo punto specifico, Azzariti concorda sull’efficacia del ballottaggio come strumento, ma ne rileva l’impraticabilità giuridica: «Il ballottaggio è uno strumento che determina un vincitore certo. Peccato però che la nostra Costituzione preveda il bicameralismo paritario e dunque non è possibile un’unica soluzione che valga per entrambi i rami del Parlamento. O si cambia il bicameralismo introducendo il monocameralismo — e allora il ballottaggio sarebbe una soluzione possibile — oppure non si può fare un unico ballottaggio con due Camere, semplicemente perché è incostituzionale».

Un premierato “di fatto”
Il secondo pilastro della riforma è l’indicazione del candidato premier. Per Azzariti, il contrasto con la Costituzione è evidente. «La nomina del Presidente del Consiglio spetta al Presidente della Repubblica: lo scrive chiaramente l’articolo 92 della nostra Costituzione. Nella legge c’è un’ipocrisia: si dice espressamente che questa indicazione non incide sui poteri del Capo dello Stato, che è soltanto un vincolo politico e non giuridico. Ma è un’indicazione palesemente fuorviante. Paradossale risulta poi l’emendamento introdotto che – evidentemente consapevole della forzatura – autodichiara la propria costituzionalità. È la prima volta che sento che una legge ordinaria possa autodichiararsi costituzionale, sottraendo il potere alla Corte. È una excusatio non petita, accusatio manifesta».
Una lettura che Ceccanti ridimensiona nettamente: «La norma in realtà non produce sostanzialmente nessun effetto. Se il sistema produce un risultato chiaro, il Presidente della Repubblica nomina qualcuno che è in grado di avere la fiducia in Parlamento, esattamente come ha nominato Meloni l’ultima volta. Se la distribuzione avviene in modo proporzionale, di quella norma non ce ne facciamo niente. È un dibattito piuttosto surreale: la norma è sovrastrutturale, non aggiunge nulla al funzionamento del sistema». Più delicata, per Ceccanti, era la questione del tetto del premio di maggioranza, che originariamente sfiorava il 60%, soglia che avrebbe permesso a una maggioranza di eleggersi il proprio Capo dello Stato senza compromessi. «È bene che il premio si fermi al 55%», osserva. «Visto il ruolo del Quirinale, è inopportuno che qualsiasi persona che in un sistema bipolare abbia fatto il Presidente del Consiglio diventi Presidente della Repubblica. Il tetto al 55% aiuta a scegliere una persona che non soccomba nei voti segreti e che non sia così marcatamente politicizzata o divisiva».

Le liste bloccate
Il vero terreno di scontro giuridico si gioca sulle liste bloccate. La riforma elimina le preferenze e consegna la scelta degli eletti alle segreterie di partito. «Vero è che la Corte Costituzionale ha detto che si può scegliere anche le liste bloccate, ma a due condizioni», afferma Azzariti. «Uno: che le liste siano brevi, per evitare che l’elettore voti alla cieca. Due: che il sistema non sia totalmente bloccato. Ora, l’una e l’altra condizione non ci sono. Il sistema prevede liste circoscrizionali da due a sei candidati, ma se superi il 42% e scatta il premio, eleggi tutti insieme i 70 parlamentari. E quindi non sono più liste brevi: sono listoni sterminati. Un elettore calabrese contribuirà a eleggere anche il candidato lombardo o veneto che fa parte dello stesso listone. È una palese violazione di quanto ha detto la Corte».
Su questo punto specifico, Ceccanti concorda, pur con una premessa di metodo: «Io sugli appelli dei costituzionalisti sono sempre un po’ perplesso. Abbiamo un vizio professionale: le cose che non ci piacciono diciamo subito che sono incostituzionali. Non tutto quello che è politicamente sbagliato è incostituzionale. Però, l’unico vero problema costituzionale residuo resta il fatto che sulla scheda non appaiono più una, ma due liste bloccate. La Corte si è riferita sempre a casi in cui la lista era una. Qui le liste raddoppiano. Il problema della costituzionalità di un sistema in cui ti appare una scheda con due liste bloccate emerge ed è molto serio».
«Centosessanta costituzionalisti che normalmente non vanno d’accordo tra di loro sono finalmente d’accordo su una incostituzionalità: dovrebbe far venire il sospetto che qualche fondamento ci sia», chiosa Azzariti, rispondendo alle perplessità del collega.

L’ipotesi referendaria
L’opposizione alla riforma non si limita alle aule parlamentari o ai ricorsi alla Consulta. Nelle ultime settimane ha preso corpo l’ipotesi di promuovere un referendum abrogativo, una strada che il direttore Marcello Sorgi ha recentemente rilanciato nel dibattito pubblico. Un’iniziativa che, tuttavia, si scontra con limiti temporali e ostacoli di natura tecnica. «Sorgi parla di referendum contro la legge elettorale, ma bisogna fare i conti con la realtà dei fatti», avverte Ceccanti. «L’unico quesito che sembra ammissibile è quello che va a peggiorare la legge togliendo il premio di maggioranza, mentre un intervento referendario sulle liste bloccate non si potrebbe fare. A questo si aggiungono dei limiti temporali insormontabili: per legge le firme non si possono raccogliere prima del 30 settembre e, in ogni caso, la consultazione non si potrebbe svolgere nel 2027, anno in cui sono previste le elezioni politiche». Una strettoia che rende la via referendaria più un’arma di pressione politica che uno strumento giuridico realmente percorribile nel breve termine.

Una patologia tutta italiana
Ma al netto delle differenze tecniche, entrambi i giuristi concordano sulla patologia strutturale del sistema italiano: l’uso della legge elettorale come strumento di parte. «Perché non si riesce mai a fare una riforma che duri? Perché c’è un eccesso di opportunismo politico», riflette Azzariti. «Oggi ogni maggioranza pensa di fare leggi elettorali a sua immagine e somiglianza per cercare di vincere le prossime elezioni, che poi normalmente perde. La Corte ha ricordato che il fondamento più importante su cui si regge la democrazia non è la stabilità, ma la rappresentanza politica. Quando metà del corpo elettorale non va a votare, abbiamo un problema. Se i partiti, anziché guardare al proprio ombelico, guardassero a leggi elettorali che favoriscono la partecipazione, anche la stabilità si rafforzerebbe».
Anche per Ceccanti la prospettiva è amara. «Siamo condannati a cambiare le regole ogni volta che cambia il governo? Purtroppo sì. Anche stavolta la legge sembra pensata per una situazione in cui una delle due coalizioni supera il 42%. Ma una legge dovrebbe durare e reggere anche a situazioni diverse». Lo scenario più probabile è un’approvazione blindata in Parlamento, seguita dall’inevitabile ricorso alla Consulta. «È probabile che la Corte faccia in tempo a decidere e ci rimetta d’autorità le preferenze», prevede Ceccanti. «Uno scenario spiacevole, ma temo plausibile». Se la Corte dovesse intervenire — come già accaduto con il Porcellum nel 2014 e con l’Italicum nel 2017 — saremmo alla settima legge elettorale in trent’anni, questa volta scritta non dal Parlamento ma dai giudici. È la stessa storia che si ripete. Dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum, ogni riforma ha promesso stabilità e ha prodotto instabilità, ha promesso chiarezza e ha generato contenziosi. Il problema, come ricordano entrambi i giuristi, non è tecnico ma culturale: finché le leggi elettorali vengono costruite su misura della maggioranza di turno, non dureranno. E finché la rappresentanza politica continuerà a cedere terreno alla logica della governabilità a tutti i costi, la crisi di partecipazione democratica — con metà del corpo elettorale che già oggi non va a votare — non potrà che aggravarsi.

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