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“Lei spaccia?”. Salvini che citofona a casa di un tunisino è il vero punto di non ritorno

Fa discutere l'ultima provocazione di Matteo Salvini che nel suo tour in Emilia ha visitato il Pilastro, difficile quartiere nella periferia di Bologna, chiedendo a una famiglia tunisina: "È vero che qua spacciate?". Il commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 21 Gen. 2020 alle 22:54 Aggiornato il 22 Gen. 2020 alle 14:07
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Immagine di copertina

“Lei spaccia?”. Salvini che citofona a casa di un tunisino è il vero punto di non ritorno

Non sottovalutatelo. Non prendetelo sottogamba. Non rideteci su, anche se guardandolo – a prima vista – verrebbe da sorridere, perché il tono è volutamente quello del gioco apparente. Non è una comica, è un punto di non ritorno.

Con il video di Matteo Salvini che va a caccia dello “spacciatore tunisino”, in favore di telecamera – infatti – è stata abbattuta un’altra e salvifica barriera invisibile che ci ha protetto fino ad oggi. Il senso del limite.

Forse nemmeno il leader della Lega si è reso fino in fondo conto della portata del suo gesto. Al pari di Matteo Renzi, che si spinse fino a portare un carretto di gelato dentro il cortile di Palazzo Chigi come se fosse la cosa più naturale del mondo, Salvini è figlio dell’intrattenimento, del quiz, della tv generalista commerciale e contaminata.

Ama l’improvvisazione drammaturgica e scenica in diretta. Ha nel sangue il ritmo indiavolato della radio che ha condotto per anni, e ha introiettato nel sangue il codice della tv che frequenta da sempre. Questo lo porta a pensare che debba sempre accadere qualcosa, soprattutto se qualcuno sta riprendendo.

Salvini mina la leggerezza da infotainement di Striscia la notizia, e si finge un po’ Iena, con quel piglio di cattiveria che presuppone l’effetto sonoro. Ma è come se il leader della Lega non sapesse – o fingesse di non sapere – che la televisione di Antonio Ricci è tutto tranne che improvvisazione, e che quella di Davide Parenti è molto più simile ad una Accademia di guerra prussiana che ad un giochetto dadaista: dietro le quinte della performance della diretta differita di scuola Mediaset nulla è mai lasciato al caso, nessun dettaglio è trascurato.

Tutto viene pulito, controllato e post prodotto prima di cantare in onda. Invece cosa fa il leader della Lega, forse dimenticandosi di essere stato un ministro dell’Interno? Entra in un quartiere dell’Emilia-Romagna come se fosse su un set di una commedia all’italiana, albertosordeggia, si porta dietro un plotone di telecamere e un corteo di curiosi, e fa il camera cafè davanti alla plafoniera dei citofoni: “È lei lo spacciatore tunisino? Abita al primo piano? Mi fa salire?”.

E subito dopo, pensando forse di essere più prudente (beato lui): “Voglio darle l’opportunità di smentire quello che si dice nel quartiere”. Ma chi lo dice? Quale quartiere? C’è una signora al fianco di Salvini, e probabilmente abita lì. Ed è possibile anche che questa signora abbia ragione, che quello con cui Salvini sta parando sia davvero uno spacciatore tunisino. Intanto quello interpellato dopo, che la signora indica e definisce “il padre” dichiara in modo surreale di essere “il figlio”.

Vero, falso, cosa importa più? Il fatto è che da un ex inquilino del Viminale ci si immagina una qualche forma di resipiscenza: non certo il riflesso che ti protegge dal rischio della giustizia sommaria, ma almeno la prudenza che ti mette al sicuro dalla possibile catastrofe. Ieri non ci sono stati né il primo né il secondo.

E se lo spacciatore ci fosse stato davvero e qualcuno avesse iniziato a sparare? E se lo spacciatore non fosse stato uno spacciatore e ci scappava comunque – magari dopo – un clima da corda e sapone? Solo lo sciagurato porta a porta di Fratelli d’Italia (con denuncia) per censire i migranti nelle case popolari della Bolognina, arriva la “Bad cop tv”, il finto sbirro, il piedone da citofono. Qui la destra e la sinistra non c’entrano più nulla, e nemmeno la campagna elettorale: la politica che imita (male) la tv è rischiosa per chi la fa e per chi gli sta intorno, persino per chi sta sulla citofoniera, persino per chi ha il suo nome nel campanello affianco, soprattutto se nessuno sa dove inizia e dove finisce il gioco. Striscia lo spacciatore e Iena Salvini vanno bene a carnevale, per gioco. Non certo per strada, in una spericolata impresa da apprendisti stregoni del finto reality.

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