Tutte le riforme rimaste in soffitta in quattro anni di Governo di Giorgia Meloni
Il premierato mai arrivato in Aula, l’autonomia differenziata azzoppata dalla Consulta e la separazione delle carriere bocciata alle urne. Il disegno costituzionale della leader di Fratelli d’Italia non si è compiuto. Resta solo una legge elettorale su misura. Ma la vera sfida è il Colle
A quasi quattro anni dal voto che ha portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, il grande progetto di riforme istituzionali del centrodestra, basato sulla separazione delle carriere dei magistrati, sul premierato e sull’autonomia differenziata, resta quasi ovunque incompiuto. La norma costituzionale sulla giustizia è stata affossata dal referendum del 22 e 23 marzo scorso, il Ddl Meloni-Casellati per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio è fermo in commissione alla Camera da oltre due anni e la legge n. 86/2024 avanza a fatica sotto la sorveglianza della Consulta. A tenere in piedi l’ambizione riformatrice della premier resta, di fatto, la sola legge elettorale da poco approvata dal Senato, che per le opposizioni vara una sorta di premierato in miniatura. Nel frattempo però, Meloni, che a Bari ha festeggiato il record del governo più longevo della Repubblica, guarda già alle elezioni dell’anno prossimo, quando si deciderà la composizione del Parlamento chiamato a scegliere il futuro capo dello Stato nel 2029, alla fine del secondo mandato di Sergio Mattarella.
Il doppio ko
Il vero colpo è arrivato dalle urne. Nel referendum di marzo, che ha segnato un’affluenza vicina al 59%, gli italiani hanno respinto con il 53,74% dei “No” la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, una battaglia identitaria per Forza Italia. Celebrando il governo più longevo della storia repubblicana, il 4 settembre, Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno chiuso simbolicamente quel capitolo. Da un autogrill in Toscana, il vicepremier della Lega ha rimandato la riforma della giustizia «alla prossima legislatura», assicurando che il centrodestra sia «destinato a governare per altri mille e mille giorni». A Bari, invece, la premier ha ribadito l’impegno sul giusto processo e annunciato nuove carceri «per garantire la certezza della pena», scartando indulti e amnistie come soluzione al sovraffollamento. Tutto ovviamente rinviato a data da destinarsi, visti i tempi stretti di fine legislatura.
Ma la sconfitta ha finito per travolgere definitivamente anche «la madre di tutte le riforme», il Premierato voluto da Fratelli d’Italia. Approvato dal Senato nel giugno del 2024, dal luglio di quell’anno il Ddl Meloni-Casellati è incagliato in commissione Affari costituzionali alla Camera, dove ha accumulato oltre 800 giorni di attesa a quasi tre anni dalla presentazione. L’obiettivo della riforma è eleggere direttamente il Presidente del Consiglio, conferendogli il potere di dirigere la politica del Governo e nominare e revocare i ministri, obbligando il Quirinale a sciogliere le Camere in caso di «dimissioni, morte o impedimento permanente» del premier, eliminando l’obbligo di fiducia del Parlamento all’esecutivo. Un progetto, ormai di fatto accantonato, che però sembra rientrato dalla finestra con la nuova legge elettorale. Oltre ad assegnare un premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che supera il 42%, la norma obbliga infatti a indicare un candidato premier al momento del deposito dei contrassegni delle liste, pena l’inammissibilità. Non a caso dalle opposizioni si denuncia «un premierato sotto mentite spoglie».
Lunga lista d’attesa
Nella stessa fila d’attesa parlamentare restano però anche altre riforme, con cui la maggioranza e il governo dei cosiddetti “Patrioti” promettevano di cambiare l’Italia; il cosiddetto “blocco navale”, fermo da mesi in commissione al Senato dopo essere stato escluso dal decreto sull’immigrazione; il ddl sui caregiver, approvato a gennaio ma ancora in commissione alla Camera; il nuovo codice dell’edilizia, da febbraio in attesa di approvazione a Montecitorio; il ddl sugli sgomberi, fermo da luglio in commissione Giustizia al Senato; e la riforma dei porti, che è in esame in commissione alla Camera da giugno. Qualcosa invece è già passato al Senato, come le riforme degli ordinamenti professionali e della Protezione civile, arrivate entrambe a settembre in commissione alla Camera, mentre procedono a rilento i dossier sanitari, tra cui la delega al Governo per riorganizzare il Servizio sanitario nazionale e il Testo Unico della legislazione farmaceutica.
La partita infinita
Non va meglio, invece, all’autonomia differenziata, la riforma-bandiera della Lega. La sentenza n. 192 del 2024 della Corte costituzionale ha già costretto il ministro competente Roberto Calderoli a ridisegnare tutto. Dalla super-autonomia immaginata all’inizio della legislatura si è passati a pre-intese limitate a quattro materie, protezione civile, professioni, previdenza complementare e tutela della salute limitata al coordinamento della finanza pubblica, scelte apposta perché, secondo i promotori, non richiederebbero il rispetto dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), un’interpretazione comunque contestata dalle opposizioni. Fin dall’inizio, del resto, il pacchetto viaggiava in coppia con la riforma elettorale. A fine luglio, nelle stesse ore in cui la Camera approvava in seconda lettura la nuova legge sul voto, arrivava anche il via libera preliminare alle intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, una contropartita offerta alla Lega al maggior centralismo voluto da Giorgia Meloni. Dopo il sì del Parlamento agli atti di indirizzo, i Consigli regionali di Veneto, Lombardia e Liguria hanno già autorizzato i rispettivi presidenti a firmare le pre-intese in forma quasi definitiva, e il Piemonte è pronto a seguirli. I testi dovranno poi tornare in Consiglio dei ministri e ottenere il via libera del Parlamento a maggioranza assoluta. Calderoli calcola che serva ancora un anno, il che porterebbe dritti alla scadenza naturale della legislatura, ammesso che nel 2027 si voti in autunno. Resta invece fermo al Senato da oltre un anno il ddl sui livelli essenziali delle prestazioni (Lep), considerato un passaggio chiave per rimettere in moto l’autonomia differenziata. Già a marzo il trionfo del “No” nel Mezzogiorno aveva fatto presagire un percorso più arduo anche su questo fronte. Una previsione poi confermata quando il presidente di Regione Puglia, Antonio Decaro, ha annunciato un ricorso alla Consulta insieme al collega della Campania, Roberto Fico, soprattutto per quanto riguarda i rischi sulla sanità, senza risparmiare un’autocritica alla riforma del Titolo V del 2001, che aprì la porta all’autonomia, varata a suo tempo dal centrosinistra.
Una piccola consolazione?
L’unica riforma istituzionale davvero arrivata in porto è quella elettorale, nata quasi in contemporanea con la sconfitta referendaria, con l’iter in commissione alla Camera partito il 31 marzo scorso, giusto una settimana dopo il voto. Il Senato l’ha approvata in seconda lettura il 15 settembre con 113 sì, 71 no e 2 astensioni, ribattezzata “Stabilicum” tra le fila della maggioranza e “Melonellum” dall’opposizione. Ora attende la terza e ultima lettura alla Camera, dove Fratelli d’Italia punta al via libera entro il 9 ottobre. Il meccanismo prevede un turno unico con premio di maggioranza per la coalizione che superi il 42% dei voti, distribuito tramite listoni fissi di 70 deputati e 35 senatori, fino a un tetto del 55-57% dei seggi. Tornano anche le preferenze con i capilista bloccati, dopo trentatré anni di assenza, anche se nei fatti solo poco più di un terzo dei futuri parlamentari sarà scelto davvero con questa modalità di voto. La vera posta in gioco per Meloni è invece l’obbligo di indicare il candidato premier al deposito delle liste, anche se, va detto, il nome non comparirà sulla scheda. Insomma, un piccolo premierato di consolazione, dopo che «la madre di tutte le riforme», il Ddl Meloni-Casellati, è stata accantonata insieme al referendum perso.
Il rischio più grande, segnalato dal professor Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore dopo che l’ex presidente del Senato Marcello Pera aveva proposto, senza successo, un secondo turno di ballottaggio, è che la legge risulti maggioritaria, se una delle coalizione supera il 42%, e proporzionale, se nessuna ci riesce. Proprio oggi, con i sondaggi che danno Futuro Nazionale di Roberto Vannacci intorno all’8% a spese soprattutto della Lega, l’attuale centrodestra appare sotto quella soglia, mentre il Campo largo di Pd, M5S, Avs e Italia Viva resta una somma aritmetica tutta da verificare nelle urne, con il rischio, paradossale per una legge pensata per la stabilità, di scivolare nella palude. Allora altro che Premierato, si tornerà alle consultazioni tra partiti in stile Prima Repubblica, senza il medesimo tasso di rappresentatività. Tutto il contrario di quanto promesso dai Patrioti nostrani e questo potrebbe avere gravi conseguenze nel lungo periodo.
Obiettivo Quirinale
È sul dopo 2027, infatti, che si concentrano gli scenari più interessanti. La composizione delle Camere che uscirà dalle urne sarà determinante per l’elezione del futuro capo dello Stato nel 2029, quando scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella. Meloni stessa ha detto che «un presidente della Repubblica non di centrosinistra non è più un tabù». Attorno a questa frase si è prima scatenata la polemica sulle ambizioni della premier per il Quirinale e poi è partito il solito toto-nomi. Dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, su cui pesano le nostalgie ideologiche; all’ex magistrato e attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, appesantito però dal fascicolo sul rimpatrio del criminale libico di Almasri; all’ex premier e governatore di Bankitalia e della Bce, Mario Draghi; e all’ex presidente della Camera, Pierferdinando Casini. A prescindere dal risultato per il Governo e dai possibili nomi per il Quirinale, il possibile approdo in Parlamento di una nutrita pattuglia di parlamentari fedeli a Roberto Vannacci potrebbe cambiare gli equilibri a favore di un candidato ben più a destra di tutti i precedenti. Insomma, comunque vada a finire, l’unica riforma istituzionale davvero portata a compimento da Giorgia Meloni, rischia di cambiare davvero l’Italia.