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Tutte le bugie di Di Maio su Radio Radicale

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Luigi Di Maio, vicepremier M5S e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Credit: Mauro Ujetto/NurPhoto

Radio Radicale Di Maio – È durata molto poco la tregua tra i partiti di maggioranza del Governo. Nella mattinata di giovedì 13 giugno l’ennesimo scontro politico ha fatto deflagrare la polemica tra Lega e Movimento 5 Stelle. Al centro della diatriba, questa volta, un emendamento proposto dal Pd e sostenuto da Lega e Forza Italia per il salvataggio di Radio Radicale.

In Commissione Bilancio della Camera, è stato infatti approvato un emendamento del Pd – proposto dagli onorevoli Sensi e Giachetti – che prevede la concessione di un finanziamento di altri 3 milioni di euro per il 2019, somma che eviterebbe la pressoché immediata chiusura dell’emittente radiofonica. Tutti i partiti hanno votato a favore della norma in Commissione, eccetto il Movimento 5 Stelle.

Rai e Radio Radicale, la maggioranza si spacca in Parlamento

Da tempo il Movimento 5 Stelle si batte per l’azzeramento di tutti i fondi pubblici per l’editoria erogati dallo Stato e da tempo il sottosegretario con delega all’Editoria, il pentastellato Vito Crimi, ha annunciato che da quest’anno Radio Radicale non avrebbe più fondi pubblici perché “una radio privata non può essere finanziata con soldi pubblici”. Con l’approvazione dell’emendamento della discordia, si è dunque aperto un ennesimo fronte di scontro all’interno dell’esecutivo.

A che punto con il caso Radio Radicale

Il vicepremier Luigi Di Maio si è detto molto deluso dal comportamento dell’alleato di governo e su Facebook ha tuonato: “Oggi la maggioranza di governo si è spaccata, per la prima volta. È stato così, è inutile nasconderlo. Si è spaccata su una proposta presentata dai renziani del Pd che prevede di regalare altri 3 milioni di euro di soldi pubblici, soldi delle vostre tasse, a Radio Radicale. La Lega ha votato a favore (insieme a Forza Italia), con mia grande sorpresa. Il MoVimento 5 Stelle ha ovviamente votato contro! Negli anni sono stati dati circa 250milioni di euro di soldi pubblici a Radio Radicale, che è una radio privata. Ripeto: 250 milioni di euro di soldi pubblici!!! Eppure, non si sa come, Radio Radicale oggi dice che gliene servono altri. In questi casi chi fa politica dovrebbe farsi alcune domande: dove sono finiti questi 250milioni? Che ci hanno fatto? Perché sono stati dati tutti questi soldi a un’azienda privata? E poi, cari cittadini, troverete anche 3 milioni di euro in più delle vostre tasse donati a Radio Radicale, una radio privata che ospita giornalisti con stipendi da capogiro di anche 100mila euro l’anno. Tutti pagati con i vostri e i nostri soldi, da sempre”.

Radio Radicale Di Maio – Le cose stanno come raccontato dal vicepremier Di Maio? Non esattamente, anzi quasi per nulla.

Radio Radicale, come altre testate giornalistiche ed emittenti radiotelevisive, ha goduto sì di finanziamenti pubblici ma quei 3 milioni al centro dell’emendamento approvato stamane da tutti i partiti si riferisce a qualcosa che ben poco ha a che fare con le presunte regalie descritte da Di Maio.

Da oltre vent’anni, infatti, Radio Radicale fornisce un servizio pubblico, regolato da una convenzione rinnovata ogni anno, che prevede l’obbligo di trasmettere nel corso dell’anno almeno il 60 per cento delle sedute delle due Camere nella fascia oraria che va dalle 8 alle 21.

Il servizio è stato affidato a Radio Radicale nel 1994 in seguito a una gara pubblica a cui la sola Radio Radicale ha partecipato. Da quel giorno, Radio Radicale segue, registra e archivia tutto ciò che attiene all’ambito di pubblico interesse, dalle sedute parlamentari, alle sedute in commissione, ai maggiori processi come ad esempio quello su Mafia Capitale, alle sedute del Csm e chi più ne ha più ne metta.

Nonostante le richieste avanzate dagli stessi Radicali, dal 1994 non è più stata bandita alcuna gara per l’affidamento del servizio. Come spesso capita quando il Movimento 5 Stelle affronta un argomento complesso, il post diffuso da Luigi Di Maio è pieno zeppo di omissioni, imprecisioni e in qualche caso di vere e proprie bugie, elementi che chiaramente servono a portare “l’acqua al proprio mulino” e a corroborare una versione dei fatti da pura propaganda.

Radio Radicale Di Maio –  Ma andiamo con ordine. I 250 milioni di euro di cui parla il vicepremier nel post sono stati percepiti da Radio Radicale nel corso degli ultimi 25 anni, dal 1994. Si parla di una media di 10 milioni di euro lordi in media all’anno, divisi tra il corrispettivo per la convenzione per il servizio pubblico erogato e i contributi pubblici legati al fondo per l’editoria. Di Maio, inoltre, cita la somma corrisposta al lordo di Iva, ma Radio Radicale è tenuta a versarla nelle casse dello Stato e inoltre da circa tre anni, per effetto del cosiddetto “split payment” riceve direttamente la cifra netta e l’Iva viene scorporata e versata all’erario a monte.

Di Maio, così come il sottosegretario Crimi, spesso descrivono Radio Radicale come una radio privata, quasi come fosse un’emittente commerciale che vive di pubblicità al pari di Radio 105 o Radio Deejay per citarne due a caso. In realtà, Radio Radicale è definita dalla legge 230 del 1990 come “impresa di informazione di interesse generale” perché eroga un servizio pubblico che è stato riconosciuto essere di interesse generale, cosa ben differente dall’essere una “radio privata” o commerciale che dir si voglia.

Radio Radicale Di Maio – Terzo punto: “Dove sono finiti questi 250 milioni di euro”? Rispondere a questa domanda è molto semplice e proprio Di Maio potrebbe agevolmente trovare la risposta andando a scartabellare tra la documentazione che ogni anno Radio Radicale è tenuta a depositare presso la presidenza del Consiglio dei Ministri. “Essendo Di Maio vicepremier e Crimi sottosegretario con delega all’editoria, dovrebbero sapere che noi ogni anno dal 1986 presentiamo bilanci certificati da una società indipendente di revisione dei conti alla presidenza del Consiglio”, spiega a TPI Paolo Chiarelli, amministratore delegato di Radio Radicale.

“Avendo loro i bilanci sanno e dovrebbero sapere che cosa abbiamo fatto di quei soldi. Inoltre, sempre parlando di come abbiamo speso questi soldi, se loro ritengono che l’archivio della Radio, come hanno scritto nella mozione, abbia un valore inestimabile dovrebbero capire che noi per creare quel valore inestimabile abbiamo speso fino all’ultimo centesimo per le produzioni e l’archiviazione del materiale”.

“Noi registriamo le sedute parlamentari e di commissione, ma anche il Csm, le riunioni sindacali e tutto quello che siamo riusciti a documentare e che abbiamo ritenuto essere di interesse pubblico. La Rai, che sarebbe il soggetto deputato a svolgere questo tipo di servizio e prende 1 miliardo e 700 milioni di euro l’anno per fare servizio pubblico, spesso non è presente a documentare questi eventi e nel 100 per cento dei casi non ne mantiene memoria perché non esiste un archivio pubblico Rai di questi eventi”, sottolinea Chiarelli.

“Dopo aver stanziato nuovamente per il 2019 ben 9 milioni di euro (già questo per noi è assurdo), oggi il Pd ne ha persino chiesti altri 3 (4 milioni anche per il 2020)”, scrive Di Maio nel post. Anche questo punto contiene numerose imprecisioni e omissioni.

Nel 2018, stando all’ultimo bilancio approvato, Radio Radicale ha avuto costi per 12 milioni e 150 mila euro circa. Questi costi sono stati coperti dai circa 10 milioni lordi della convenzione, poco più di 8 milioni netti, più i 4 milioni di euro del fondo per l’editoria. Questa somma copre i costi per rete – che conta 285 impianti in tutta Italia – personale, produzioni e archiviazione del materiale.

A oggi, 13 giugno 2019, Radio Radicale non ha ancora percepito un euro dallo Stato perché la convenzione con il Mise è stata rinnovata per il primo semestre, che si è concluso il 20 maggio – la convenzione va da novembre a maggio – e i 4 milioni e 100 relativi a questo periodo dovrebbero essere incassati nelle prossime settimane. Per quanto riguarda i 4 milioni di euro per l’editoria per il 2019, la domanda verrà inoltrata a gennaio 2020 perché sono contributi che coprono costi dell’anno precedente e verranno incassati a dicembre 2020.

I 3 milioni approvati oggi in commissione portano quindi questo contributo a 11 milioni e 100 mila euro, circa 1 milione e centomila euro in meno rispetto all’anno precedente. In più, i tre milioni, non essendo stato ammesso l’emendamento per la prosecuzione della convenzione con un secondo semestre, passano come contributo straordinario per l’editoria che verrà incassato anch’esso a dicembre 2020.

“L’effetto finanziario, dunque, porta Radio Radicale a dover chiedere alle banche di anticipare sia i 4 milioni del fondo per l’editoria che questi 3 milioni di euro, che dovrà poi corrispondere degli interessi per almeno 300 mila euro”, spiega Chiarelli. “Rispetto al fatto che siano congrui i 12 milioni per il servizio, si apre un altro discorso: le rare volte in cui sono riuscito a parlare con qualche esponente dei 5 Stelle, ho posto una domanda: visto che non dobbiamo licenziare, posto che i licenziamenti nell’immediato avrebbero effetti sui costi per effetto di Tfr, mancato preavviso o prepensionamento dei dipendenti, come riduciamo i costi?”.

“Per quanto riguarda la rete, i costi non possono essere ridotti in nessun modo perché non dipendono da noi. Energia elettrica, manutenzione degli impianti, affitti e sostituzione di apparati non dipendono da noi, non sono controllabili. Quattro milioni di euro, invece, coprono i costi per il personale e i restanti coprono i costi generali e la voce di produzione dei programmi e di archiviazione”.

“Io più volte ho chiesto, in ottica di contenimento costi, di dirci che cos’avremmo dovuto smettere di registrare e archiviare perché magari non ritenuto di interesse pubblico. Ma questo taglio dei servizi deve essere richiesto dal governo, vorremmo evitare di farlo autonomamente noi di Radio Radicale perché noi svolgiamo un servizio pubblico. Se il governo vuole questo servizio, il servizio ha questi costi, ma non perché noi ci guadagniamo sopra. Se vogliono ridurre i costi, ci dica che cosa tagliare e cosa dovremmo smettere di registrare”, conclude Chiarelli.

Radio Radicale Di Maio – Capitolo stipendi da capogiro da 100.000 euro annui. Anche qui Di Maio scrive inesattezze: lo stipendio medio dei dipendenti di Radio Radicale è pari a 2000-2500 euro netti al mese a seconda dell’anzianità di servizio, per un costo aziendale annuo di circa 50.000 euro. Solo due dirigenti percepiscono stipendi che superano i 100.000 euro di costo aziendale – quindi non solo al lordo, ma comprensivi di quota contributiva dell’azienda e altri elementi.

Inoltre, gli stipendi sono stabiliti dal contratto nazionale giornalistico FNSI-FIEG che Radio Radicale deve applicare per legge. Per fare un paragone: la Rai, finanziata con 1 miliardo e 700mila euro di fondi pubblici, ha compensi medi pari a 200mila euro annui con un tetto massimo pari a 340mila euro l’anno. Di Maio, infine, sembra far passare il messaggio che Radio Radicale sia l’unica radio privata ad avere accesso a contributi pubblici.

In realtà, come già spiegato, Radio Radicale non può essere considerata una radio privata e commerciale per legge, ma inoltre esistono moltissime radio locali che percepiscono fondi pubblici erogati dal Mise in base al numero dei dipendenti, contributi che arrivano fino a 600.000 euro all’anno. Inoltre, esiste un fondo per le tv locali che prevede contributi con punte che arrivano fino a 3 milioni di euro l’anno.

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