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Cirinnà fa rima con Agorà, un ponte che non fa rima con corrente

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

"Grazie alla mia legge sono più radicale oggi di quando avevo 20 anni. Ma ora bisogna fare di più"

Cirinnà fa rima con “Agorà”. La nuova corrente del Pd.
Nooo!

Come no? Non la presentate mercoledì prossimo?
Non è una corrente. È molto di più. Goffredo ha messo in piedi un progetto straordinario.

Solo perché la anima Bettini non è più una corrente?
(Sorride). Agorà non sarà una cordata per accaparrarsi poltrone. È un luogo plurale. È un progetto culturale, è un ponte.

Fra cosa?
Fra la sinistra del Pd e tutto quello che c’è fuori dal partito, alla sua sinistra. Ed è un’area molto grande, anche se spesso è fatta di persone che non hanno trovato una casa.

Guardi che far parte di una corrente non è un delitto.
Per carità. Ma io, in questi anni, mi sono sempre sentita aliena dalla logica delle correnti.

Come mai?
Sono troppo divisiva, ma anche molto libera. Ne sono stata fuori, non per senso di alterigia, ma perché credo alla battaglia per i diritti, non al lobbing. E poi le correnti si chiudono sempre in se stesse. Mentre io voglio un luogo osmotico. Capace di interagire con il mondo del volontariato laico e cattolico. Soprattutto oggi.

“La Cirinnà” è una persona, lei, ma anche una legge, quella che porta il suo nome sulle Unioni Civili. Si sente un simbolo? (Ride). Sono così poco auto-celebrativa che, se parliamo della Cirinnà come legge, devo fare una confessione.

Quale?
Mi sento molto… datata. Se ha un po’ di tempo le dico perché.

Qualcuno è rimasto stupito quando nel manifesto di convocazione dell’assemblea di Agorà (in diretta Facebook dalle 15.00 alle 20.00, martedì 14 aprile) ha letto il suo nome. Se non altro perché, come spiega in questa intervista, fino ad oggi Monica Cirinnà è stata, dentro il Partito Democratico, un personaggio molto difficile da incasellare. Animalista militante, verde perché “inventata” come dirigente politica da Francesco Rutelli (nella sua prima giunta), estranea alla tradizione comunista (ma sposata con un dirigente di lungo corso del Pci come Esterino Montino). In questa intervista a TPI, con una provocazione spiazzante, la Cirinnà dice: “Oggi, sinceramente, vorrei che la mia legge fosse rottamata per andare oltre, e per fare di più. Servono nuovi diritti”.

Scusi senatrice non sono molto quelli che hanno avuto la fortuna di battezzare una legge, e lei la vuole già cancellare dopo solo quattro anni?
Il punto è questo. Io voglio provare a portare nel dibattito della sinistra, un valore aggiunto.

Quale?
Serve, oggi, un manifesto sui diritti, e soprattutto suoi nuovi diritti.

Molti dicono che in pandemia questa aspirazione è utopica.
E invece è proprio questo il momento. C’è bisogno di sinistra, di diritti e di dialogo. Il mondo dopo la pandemia sarà un nuovo mondo, ma le regole con cui funzionerà il mondo del futuro si decidono oggi.

E lei pensa che in Agorà questa scelta di priorità possa trovare cittadinanza?
Assolutamente sì. Sono stata, mi sono sentita, accolta. Goffredo ha una idea alta della politica e l’ha trasferita anche in questo progetto.

Molti dicono: bei discorsi, ma ora non è momento di diritti civili.
I diritti non sono collocati, come pensa qualcuno, in una scala di valori, in cui i primi devono essere sempre solo quelli sociali.

Mi faccia un esempio.
È facile. Sui giornali di oggi lei trova una storia incredibile. Quella di Riccardo Cristello, un operaio dell’Ilva cacciato da Arcelor Mittal per un post in cui ha invitato a vedere una fiction con Sabrina Ferilli, “Svegliati amore mio”.

Follia.
Una fiction scritta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi che parla – fra l’altro senza citarla – della multinazionale a Taranto.

E che lezione trae da questa vicenda?
È una storia assurda, ma emblematica. E le faccio una domanda.

Quale?
Qui dove finisce il diritto alla libertà di espressione e quello alla salute? Dove finiscono il diritto al lavoro, quello alla cittadinanza e l’idea classica del “diritto civile”?

È un legame molto stretto.
Esatto. E allora deve essere chiaro alla sinistra – e non mi pare che oggi lo sia – che o nel suo racconto i diritti vivono tutti insieme, oppure non esistono.

Facciamo un altro esempio.
Prendiamo la storia esemplare di questi mesi, quella di uno dei tanti camerieri in cassa integrazione.

Per dire cosa?
Quando finirà il blocco dei licenziamenti avremo un grande triage di massa. Dove prima c’erano trenta assunti ne rientreranno dieci e ne resteranno fuori venti. Speriamo che non sia così, ma sappiamo che accadrà.

In ogni caso molto resteranno fuori.
La domanda è: chi resterà fuori? E quanti di questi, magari, saranno omosessuali, o lesbiche, o semplicemente gente che ha una identità politica forte? O magari sarà una donna che ha un progetto di maternità?

Capisco cosa mi sta dicendo.
La discriminazione sociale, nel dopo-pandemia, confinerà in modo stretto con quella di di genere. E il diritto al lavoro sarà in discussione tanto quanto quello di poter crescere liberamente dei figli.

Possibile.
Io non ho mai conosciuto un paese in cui i diritti civili vengono conculcati ma quelli sociali vengono riconosciuti.

Lei cita il tema del diritto alla maternità che in questa pandemia ritorna come tema discriminante.
Io oggi non uso il termine “maternità”, voglio parlare di “genitorialità paritaria”. Anche questa sarà un nuovo diritto su cui la battaglia inizia già oggi sui congedi.

Spieghiamo la differenza a chi ci legge.
In questi tempi le donne hanno scoperto che possono vivere il lockdokwn e lo smart working in due modi opposti: o come il pretesto per subire una detenzione domestica.

Oppure?
Come l’occasione per coltivare l’embrione di una nuova famiglia paritetica.

Addirittura.
Certo. Si può essere isolati anche in una casa, con qualcuno che ti comunica: “Sto uscendo dallo smart working, butta la pasta”. E intanto tu devi lavorare, prenderti cura degli anziani, dei figli, dei quarantenati…

Qualcuno dirà che è molto difficile pensare che la politica possa entrare dentro le mura domestiche in una situazione come questa.
Dipende davvero da come si affrontano i temi. In questi mesi abbiamo visto il peggio, ma anche il meglio. Una grande operazione culturale, un enorme impegno del volontariato, che ha di fatto supplito alle carenze di stato e regioni.

E poi?
C’è stato un grande desiderio di aiutare. Anche in questo il lockdown è stato un elemento di supplenza collettiva al venir meno delle certezze.

Facciamo un altro esempio concreto.
Penso agli animalisti che hanno tutelato gli animali degli anziani malati, mentre loro erano in isolamento o in ospedale. Quanto di questa cura è assistenza ad un cane, per esempio, e quanto alla persona, che senza quel cane subirebbe un altra ferita? Anche è in questo caso l’animalismo non è un sentimento astratto, ma un racconto che con la pandemia è immerso nel sociale.

Adesso le diranno che con la gente che muore ci sono delle priorità, che lei è un’idealista.
Anche le vite non umane hanno avuto un valore enorme. Penso alla lotta alla solitudine.

Le diranno che è per pochi.
Non mi pare. E – abbiamo scoperto – ha persino una utilità materiale. È diventata leggenda metropolitana, per esempio, la moda social del “affitto il cane per una passeggiata di mezz’ora in zona rossa”.

Ah ah ah.
Rido anche io. Ma è la capacità di sintesi della politica l’unico strumento che trasforma questi fermenti di novità in una nuova visione del mondo.

Le dicono: “Dopo si potrà fare”.
Trovo ridicola questa idea che i diritti siano un calendario post-datato. Io, piuttosto, rispondo “ora”. Perché il desiderio di liberazione è stato amplificato dalla pandemia, ed è molto contemporaneo. Usciamo dalle nostre reclusioni domestiche con il senso di quello che abbiamo perso.

E lei pensa che la sinistra dovrebbe cavalcare questo sentimento…
Ma certo! C’è voglia di diritti, voglia di giustizia sociale, voglia di nuova uguaglianza. Di sanare debolezze che il Coronavirus ha reso insostenibili.

Ad esempio?
Pensa ai ragazzi senza connessione! Pensa a quelli che hanno dovuto lottare con i fratelli per dividersi un IPad in cui vedere un frammento di volto del loro professore. E il diritto alla socialità e ai primi amori, non è, anche quello, un diritto negato?

Ecco un altro esempio clamoroso.
Esatto. Anche qui, dove finisce il diritto sociale e dove inizia il diritto civile?

Di nuovo un confine sottile.
Ma vado avanti: pensa ai padri che sono in cassa integrazione e non ti possono pagare l’università. Pensa agli anziani che sono costretti, oggi, all’autoreclusione alla solitudine.

Anche chi gestisce l’emergenza sanitaria tende a dire che si potrà fare “dopo”.
E invece io penso che bisogna pensare a come far ripartire l’ascensore sociale subito. Altrimenti ci sarà sempre una emergenza: prima il lockdown, poi le misure restrittive. Poi il vaccino…

Da dove arriva la Cirinnà?
Mi ritengo un caso di scuola di quel che stiamo raccontando.

In che senso?
Io sono figlia di questi tre movimenti paralleli: ascensore sociale, e diritto alla socialità. Mescolanza geografica tra nord e sud.

In che senso?
I miei genitori si sono conosciuti nel 1960 durante le Olimpiadi di Roma. In condizioni romanzesche.

Cioè?
Mia madre era milanese, ben istruita, figlia di una famiglia nobile, i Giustiniani.

E suo padre?
Era siciliano, di famiglia molto umile, entrato come tecnico alla Rai. Era il sosia di Alain Delon.

Però.
Senza quel grande evento sociale, che oggi sarebbe forse rimandato, non si sarebbero mai conosciuti.

Come mai?
Mamma era interprete della squadra tedesca di atletica leggera. E mio padre che al Centro sperimentale aveva studiato soprattutto radiofonia, aveva una sensibilità particolare per le voci.

Ma cosa accade?
Papà doveva chiamare al villaggio Olimpico per organizzare un servizio: sbagliò numero di telefono, lei le disse soltanto che quella era un’altra squadra. Lui fu fulgorato dalla voce. Dentro di se disse: “La devo ritrovare. Sarà anche bella, non ho dubbi”.

E come fece?
Si appostò al villaggio Olimpico. Lei le aveva dato involontariamente questo indizio della Germania.

E quindi?
Chiese dove alloggiava la squadra. Iniziò a salutare tutte le donne che uscivano, finché non riconobbe quel timbro inconfondibile e non la trovò. Lei era davvero bellissima: un metro e 180, occhi chiari. Nel 1962 sposi. Nel 1963 nasco io.

E che famiglia era?
Sono stata educata all’accoglienza. Mia madre era molto credente, era in contatto con il parroco, si metteva al servizio. Una sera dormiva da noi una madre con un bambino da curare a Roma che aveva bisogna di un letto. In un’altra una persona senza dimora.

Albergo?
Si aprivano brande ogni notte. Si preparavano pasti caldi. Un “Cattolicesimo adulto”, per dirla con Prodi.

E suo padre che ne diceva?
Accettò per amore di mai madre quello che forse lui non avrebbe mai fatto. Da grande produceva Nero wolfe.

La grande serie Rai con Tino Buazzelli.
Esatto. Andava a New York spessissimo, girava il mondo, perché c’erano grandi investimenti nella serie.

E lei?
Soffrivo la sua assenza. Un giorno tornando mi disse: “In che classe sei, ora?”. Fu come ricevere uno schiaffo.

Dove ha studiato?
Con questi genitori? In un istituto di suore che per fortuna è stato raso al suolo.

La tocca piano.
Non lo auguro a nessuno. Sono stata reclusa a scuola: sempre in divisa, obbligo di preghiera, vigilanza stretta. Ma ero figlia del mio tempo, andavo a scuola con “il Male”.

Meraviglioso e indimenticabile settimanale di satira. Quello del grande Vincino…
Esatto. Me ne sequestrarono una copia. Convocarono mamma e le dissero: “Legge giornali pornografici”.

Ah ah ah.
Ora dove c’era il Santa Maria degli angeli c’è un parcheggio. Per me è una nemesi.

E poi?
Passai al Tacito, liceo classico. Per senso di rigetto inizio a frequentare un gruppo extraparlamentare e mi avvicino a Democrazia Proletaria.

Un’altra nemesi.
Anni bui. Ho preso il diploma nel 1981. Si sparava nelle strade. Io non potevo passare per piazza della Balduina perché c’erano i fascisti che mi sputavano. Ero a 200 metri da Walter Rossi il giorno in cui gli spararono.

Anni in cui si poteva morire per un metro in più o in meno.
Ho rischiato tante volte. Spesso scoprendolo dopo.

Università?
Io volevo fare veterinaria, ma c’era solo a Napoli o a Perugia.

E suo padre che disse?
“Non ti mando né a Napoli ne a Perugia. Farai giurisprudenza”.

Una catastrofe?
No. Perché ho avuto la fortuna di fare la mia tesi di Laurea con Franco Cordero sulla nullità del processo penale.

Un grande intellettuale liberale.
Sembrava Anthony Perkins. Magro. Occhi fiammeggianti. Intelligenza sfavillante. Cultura sconfinata.

Così sembra un ritratto apologetico.
Non si potrebbe dire nulla di meno. Riscriveva ogni anno il Manuale di procedura penale. Unico testo obbligatorio per la nostra cattedra. Parole e frasi in latino, in francese, in inglese, concetti di diritto comparato. Un faro.

Ora mi dica una cosa di lui che non condivideva.
Teorizzava la necessità di bocciare agli esami. Avevamo 36mila iscritti in facoltà. Lui il 18 noi non lo dava mai: “Si devono rompere la testa, non possiamo laurearli tutti!”, diceva.

Sono d’accordo.
Io rispondevo: “Li selezionerà la vita”. Forse la verità è a metà strada.

Poi il salto in politica con i Verdi.
Avevo trent’anni, ero una micro-leader dei movimenti animalisti. Nel 1993 Francesco Rutelli mi buttò nella mischia e mi diede una delega. Poi nacque il sodalizio con due senatrici: Annamaria Procacci. E soprattutto con con Carla Rocchi, di cui divenne collaboratrice.

Eravate fatte l’una per l’altra.
Beh, sì, destino: lei si occupava di cani, io di gatti. Insieme tutelavano il 90% dei quadrupedi del Lazio. La prima legge secondo cui i cani dei canili non potevano essere uccisi è stata fatta qui.

Ne è orgogliosa.
Certo. Il canile di porta Portese aveva la camera a gas. Fummo eletti in undici trainati da Rutelli, c’erano Athos De Luca e Loredana De Petris. Avevo molto da imparare da queste persone.

Però si è innamorata di un cacciatore: Esterino Montino.
Peggio. Lui si definisce: “Carnivoro cacciatore e Comunista”.

Praticamente un mostro.
(Ride). Pensa: Io ero vegetariana, ambientalista ed ex gruppettara.

Un amore nato sui banchi capitolini?
Sì. Nel 1995, ero delegata del sindaco: un giorno mi porta il garofano verde. Con un progetto di contenimento degli stormi a Roma utilizzando i falchi Pellegrini. Quanto mi sono arrabbiata!

Non mi pare un progetto criminale. Sto con Esterino.
Ehhhhh…. non si è fatto le domande giuste. Dove li prendi i falchi Pellegrini per predare gli stormi?

Dove li prendevano?
Ma ovvio: vai a rubare le uova nei nidi!

Mica li uccidevano.
Ti pare sostenibile dal punto di vista etico, che tu rubi l’uovo sul nido? Un animale selvatico deve vivere la sua vita.

Quindi ci siamo tenuti gli stormi?
Nooh… Facemmo cose all’avanguardia che ancora oggi si copiano. Potature, gli “ufetti” dell nettezza urbana per pulire il guano, impegno, soldi, attività. Per non parlare di topi.

Quindi da animalista non si può dare la caccia ai topi immagino.
Da animalista puoi pensare di dare la caccia ai topi con i gatti. Ma i topi – come i cinghiali o le colpi – vengono quando sono attratti.

Quindi?
Cercano rifiuti, ci sono se c’è immondizia: sono un sintomo, più che una malattia. Se lo faccia dire, ho studiato il problema. C’è una equazione.

Che equazione?
Le città che hanno più di dieci topi per abitante sono quelle in cui vedi il degrado. Non devi dare la caccia ai topi ma smaltire i rifiuti, pulire e lavare. Ma Roma ha una carta segreta sotterranea, lo sa?

Quale?
L’immensa fortuna di avere la cloaca massima. Sa che i topi che figliano tra consanguinei sono più deboli, e che la cloaca massima, che ha anche dei salti di 20 metri, rende più difficile l’incrocio fra razze diverse.

Ero all’oscuro di questi retroscena.
Commissionai il primo studio scientifico sui topi a Roma. Le nostre aree urbane sono dei posti in cui spesso non sappiamo nulla di cosa accade sotto i nostri piedi.

Ci accorgiamo solo dei problemi.
Ed ecco un’altra frontiera. Deve cambiare la mostro visione della città. Bisogna pensare che abbiamo cittadini umani e non umani.

Attenta che poi la prendono in giro.
Perché sono miopi. Io sono cresciuta in un cortile con un pallone. Chi hai mai costruito una capanna di canne tra i nostri ragazzi?

Come mai non è nei Verdi?
Sono diventati, anni fa, un piccolo partito familiare e autoriproduttivo. Mentre le questioni di cui parlo, un tempo erano di nicchia, ma oggi sono i grandi temi della modernità.

Come è stata eletta?
Io il parlamento lo devo alla parlamentarie di Bersani. Presi i voti, fui candidata.

Ed era prevedibile?
Bersani sapeva che avevo consenso: dicevano la Cirinnà basta. Ha rotto con gli animali. Ha fatto il suo tempo. Poi qualcuno per questi stessi motivi mi ha voluto.

Chiudiamo con la sua legge. Perché la vuole cambiare?
Semplice. Per migliorarla.

Perché? Era frutto del miglior compromesso possibile in quelle condizioni. E oggi?
Sappiamo che on sono arrivate le cavallette, non piovono le rane dal cielo. Si può andare più avanti.

Ad esempio?
Sui bambini arcobaleno, ancora privi di diritti perché fu stralciato l’articolo sulla genitorialità. Non si può accettare che ci siamo dei bimbi che pagano per il modo in cui sono nati.

Si dice: sono i diritti dei pochi.
Io parlerei di diritti, senza declinazioni. Tutto dipende da come si giada il mondo.

In che senso?
Per quale motivo io non posso fare un figlio per mia sorella se ha un cancro all’utero. Come quelli che donano un rene.

Perché c’è di mezzo una vita, dicono.
Perché io sono padrona del mio utero per interrompere una gravidanza, ma non per portarla a termine? Il mio utero va bene per abortire e non per procreare?

Perché per molti è un tabù insuperabile.
Dobbiamo combattere questo principio non scritto di chi fa le leggi: io non lo farei, e dunque a te non lo faccio fare. La Costituzione italiana è fondata sul principio opposto. E lo stesso vale per il fine vita, ovviamente.

Parliamo dell’ultimo tabù.
Il suicidio assistito. Non è contrario alla Costituzione, anzi. Io ho depositato come proposta un testo della Corte Costituzionale.

Si può superare quel dogma in parlamento?
Certo. È quello che hanno fatto le donne cattoliche davanti al divorzio. E quelle che hanno votato a favore della 194.

Come?
Tante mi hanno dato: “Io non lo farò mai, ma non posso vietarlo ad un altro”. Ancora una volta bisogna uscire dal loop in cui i quello che non va bene per sé deve essere negato agli altri.

Si sente estremista a volte?
No. Ma sono più radicale oggi di quando avevo vent’anni.

Perché?
Perché scrivere quella legge è stato come fare vent’anni di esperienza di lavoro.

Quale è stata l’esperienza più importante?
 Mi sembra solo adesso di conoscere davvero cosa significhi esssere di sinistra e combattere con la sola forza delle idee contro l’egemonia conservatrice.

Prima non aveva fatto una esperienza così.
Oggi conosco la fatica di essere di sinistra.

E in questa legislatura?
(Ride). Pensa che sofferenza avere Pillon in commissione.

Perché come sono i rapporti?
Lui è educato e dice “prego”. Ma è molto lontano dalla mia grammatica.

Non mi dica che rimpiange Giovanardi.
Come tenacia e valori forse era peggio di Pillon. Ma devo riconoscere che sul piano umano, in Parlamento, ti riconosceva la parità di dignità nel campo di battaglia.

Avete combattuto senza esclusione di colpi.
Sì, ma come dire? Pillon si sente un unto del signore. Giovanardi si muove nel quadro del conflitto parlamentare.

Le disse: “La Cirininnà poverina non sa cosa sia una famiglia. Perché un’una famiglia non ce l’ha”.
Si riferiva al fatto che non ho avuto figli. Non sapeva che ho una bellissima famiglia allargata in cui – dato che Esterino ha avuto due mogli prima di me – abbiamo condiviso l’educazione dei figli.

Ha provato a spiegarglielo?
Ho fatto molto di più: l’ho invitato a passare il Natale con noi.

Avrei pagato per esserci e raccontarlo.
Non è venuto. Però il 25 febbraio, giorno del sì alla legge delle Unioni civili è sceso dai suoi banchi porgendomi la mano.

Dicendole cosa?
“Io ho perso, ma ti do atto di aver saputo vincere questa battaglia”.

Ma lei, come Bettini, vuole l’alleanza tra Pd e M5s?
Certo. Sia per loro che per noi è una occasione di crescita.

Detto così pare molto facile.
E non lo è. Per me uno non vale uno mai. Ma noi non abbiamo la verità in tasca.

E cosa bisogna fare? Ascoltare con umiltà quella rabbia e quell’angoscia. Noi non l’abbiamo capita è molto di noi amo rimasti chiusi nella Ztl, mentre il M5s parlava al paese. Ascoltare è faticoso: il PD nel 2018 non ascoltava più.

Pensa che la Lega sia il male?
Si figuri. Su Ladynomics, un sito di interessanti studi di genere ho letto un dato clamoroso.

Quale?
26 milioni di donne hanno diritto al voto. 13 milioni di donne non votano. Il 37% di quelle che votano, votano Lega.

La sorprende?
Beh, il partito celodurista per antonomasia, i più machisti e i più maschilisti di sempre.

Come spiega il paradosso?
Noi ci immaginiamo in un modo, ma siamo percepiti in un altro. Non ci occupiamo della vita delle donne. Non si concilia famiglia e lavoro. Basta con questa visione della donna-madre-riproduttrice ad ogni costo.

Ma è vero che lei ha una azienda agricola e che produce vino intitolata a Capalbio?
(Ride). No.

No?
Si chiama Capalbìofattoria. L’accento è su bìo!

Leggi anche: 1. Donne del PD, ora basta: sfondiamo le porte che altrimenti resteranno chiuse (di Monica Cirinnà) / 2. Pensieri per Roma e il suo futuro (di Monica Cirinnà)

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